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Se il testo ci va alla testa

Articolo di Alberto Oliverio (Repubblica 3.12.17) “Gli occhi o la voce? Che cosa conquista di più il nostro cervello? E in che modo cambia la percezione nel passaggio dalla lettura all’ascolto? La neuroscienza ha una risposta per (quasi) tutto. A partire da una figura ormai dimenticata”

“”Che differenza c’è tra leggere un libro e ascoltarlo? Il nostro cervello è più coinvolto da una voce che narra o dai nostri occhi che scorrono sul testo scritto? E quale delle due esperienze ricorderemo meglio? Per rispondere è bene partire dalle nostre radici. Sin dalle lontane origini dell’umanità l’ascolto è stato al centro dei rapporti tra persone, la parola è stato il mezzo con cui raccontare, condividere informazioni, trasmettere emozioni. È la parola che incanta i bambini quando i grandi raccontano loro una fiaba, un racconto che viene ripetuto più volte a richiesta dei piccini che amano immergersi nel mondo delle rievocazioni visive, negli scenari fantastici che prendono vita dal racconto. Ed è stata la parola trasmessa dagli aedi, gli antichi divulgatori di canti epici che narravano storie accompagnandosi al suono della cetra, a connettere il passato col presente attraverso la narrazione di fatti e leggende istruttive o stupefacenti. D’altronde, la parola parlata, l’oralità, fa capo alla struttura biologica del nostro cervello in cui sono presenti centri del linguaggio di antica origine: centri che controllano la produzione di parole attraverso appropriati movimenti dei muscoli dell’apparato fonatorio e centri che trasformano i suoni del linguaggio in significati. Così è fatto il nostro cervello, impostato sulle parole e sulla loro immediatezza, sulle emozioni che queste suscitano, sulle immagini che creano nella nostra mente.
La scrittura, nella storia dell’umanità, è venuta dopo: mentre le origini del linguaggio affondano la loro storia naturale in centinaia di migliaia di anni e dipendono da aree cerebrali selezionate per farci parlare e ascoltare, le origini della scrittura sono ben più recenti, un nulla in termini di storia naturale degli esseri umani. È per questo motivo che la scrittura, inventata poco più di seimila anni fa, non dipende da strutture del cervello scritte nei nostri geni: in tempi talmente brevi non è possibile che siano evolute delle reti nervose in grado di sostenere queste attività mentali.
Se scriviamo e leggiamo, lo dobbiamo al fatto che gli esseri umani hanno utilizzato per queste funzioni delle aree della corteccia implicate nelle funzioni spaziali: aree che rispondono a parametri quali in alto, in basso, a destra o a sinistra, criteri che sono al centro della nostra abilità di tracciare i segni elementari della scrittura, da quella cuneiforme ai geroglifici e via dicendo.
Dunque la parola parlata ha una sua naturalità più antica, è caratterizzata da un’immediatezza che suscita reazioni forti mentre la parola scritta implica un maggior distacco emotivo: attraverso l’alfabetizzazione gli esseri umani hanno sviluppato la capacità di reagire con distacco ponderando il significato, parola dopo parola. La lettura in prima persona fa sì che la mente si impossessi di informazioni critiche o si apra sugli scenari immaginari suscitati dalle opere letterarie mentre l’ascolto implica una sorta di presa diretta, ha un’immediatezza che dipende anche da un più semplice coinvolgimento del cervello.
Per quanto ci sembri semplice, infatti, leggere significa attivare la rappresentazione fonologica delle parole dipendente dai centri del linguaggio, la loro articolazione che implica l’attivazione di una specie di “voce interna” — la ripetizione subvocalica delle parole, cioè i movimenti virtuali di labbra, bocca e lingua che spesso i lettori meno esperti utilizzano apertamente anche nella lettura “muta” di un testo — e un processo di ricodificazione attraverso cui le lettere scritte, percepite tramite la visione, vengono tradotte in rappresentazioni fonologiche. Quando invece gli stimoli sono presentati nella modalità uditiva (ascolto delle parole) la ricodificazione fonologica, ovviamente, non è necessaria.
La lettura implica perciò un uso massiccio della cosiddetta memoria di lavoro (la capacità di mantenere per breve tempo un’informazione nella nostra mente per poterla elaborare), l’ascolto è meno impegnativo e richiede, per usare un’analogia informatica, meno risorse mnemoniche.
Rispetto alla lettura, insomma, la mente è meno impegnata nell’ascolto: ma è anche legata all’interpretazione dell’attore che legge, alla sua capacità di sottolineare emotivamente una frase, di sottintendere e alludere. In qualche modo, quando ascoltiamo, siamo condizionati dalla versione di chi legge come quando, al cinema, assistiamo alla trascrizione cinematografica di un romanzo. La lettura ci confronta invece con la fisicità del testo, comporta un’interpretazione fortemente soggettiva, dà più spazio ad associazioni mentali individuali. Leggere richiede un maggiore impegno, non ammette distrazioni mentre l’ascolto può implicare un’attenzione fluttuante, come avviene per molti aspetti della comunicazione orale… Un tempo non erano soltanto i bambini a beneficiare dei racconti di fiabe, della lettura ad alta voce ad opera degli adulti: nella letteratura ottocentesca troviamo frequenti accenni alla lettrice, una persona in grado di intrattenere le signore agiate o gli anziani dalla vista indebolita. Oggi, in un’epoca tecnologica, il posto della lettrice — o del lettore se preferite — è stato preso dall’audiolibro, dove la voce narrante, ricca di intonazioni, pause, sottintesi, vibrazioni emotive, ci riporta a una modalità di ascolto tipico dell’infanzia e del passato, al mondo degli aedi e dei narratori che, nelle campagne, intrattenevano i contadini raccolti nel tepore delle stalle, i filò del passato.
Ascoltare significa abbandonarsi al flusso delle parole, rilassarsi senza dover compiere il “lavoro” della lettura, un lavoro che continuerà ad appassionarci e a svolgere un ruolo centrale: ma il tempo della lettura può ben coesistere col tempo dell’ascolto, una pausa in cui è un’altra voce a occuparsi di noi.””

Alberto Oliverio (Catania, 1938) è professore emerito e docente di Psicobiologia alla Sapienza di Roma e insegna Neuroscienze all’ateneo Salesiano di Roma. Autore di numerosi testi divulgativi e specialistici, il suo ultimo libro è Il cervello che impara (Giunti, 2017)

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