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Se per diventare campioni di Call of Duty si arriva a piantare una modella, c'è un motivo

La storia che ha visto balzare agli onori della cronaca mondiale la modella messicana Yanet Garcia, mollata dal fidanzato Douglas ‘FaZe Censor’ Martin, troppo impegnato nella sua professione di giocatore professionista di Call of Duty, uno dei più popolari videogame del mondo, ha fatto sì che si puntassero i riflettori sul fenomeno mondiale dei pro player, finora relegati esclusivamente al centro dell’universo nerd. Un mondo fatto quindi non solo, come ci immaginiamo, di ragazzini brufolosi che si sfondano di cibo spazzatura e mal sopportano l’aria fresca e la luce del sole, ma di professionisti veri di un settore in totale ascesa. Un settore diventato uno dei filoni di maggior successo dell’economia digitale, un giro d’affari che, come scrive il Sole24Ore tocca i 900 milioni di dollari e punta a toccare i 1500 nel 2020.

Un business che aspetta solo di esplodere

Il pubblico cresce in maniera vertiginosa; solo nel 2017 gli spettatori sono aumentati di un quinto arrivando ad essere 194 milioni. Numeri impressionanti, e basta fare un giro su Youtube per rendersi conto che i video dei pro player più famosi non scendono mai sotto il milione di visualizzazioni. Questo ovviamente fa di loro delle star mondiali, star che magari non troviamo nelle copertine patinate dei settimanali di gossip (non ancora, perlomeno), ma che raccolgono nel silenzio del mainstream cifre da capogiro. Come il tedesco Kuro “KuroKy” Takhasomi, classe ’92, che in 9 anni di carriera ha incassato oltre 3,6 milioni di euro di premi. Attenzione, solo di premi. Perché se si aggiungono l’attività su Youtube e, soprattutto, gli sponsor, le cifre salgono e di parecchio. Si, perché se il grande pubblico ancora preferisce veder giocare calciatori in carne e ossa, le più importanti aziende del mondo hanno già affondato i denti nel mercato. IntelSamsungVodafone, Mercedes, BmwVolkswagenPringlesMcDonaldsAllianzHyundai, Red Bull, Sony, Coca Cola, Adidas, Nike…tutti già entrati in questo mondo, che al momento vede nella classifica dei ricavi nelle prime tre posizioni Cina, Usa e Corea del Sud.

E in Italia?

L’Italia ancora non raggiunge nemmeno i vertici europei, che vedono più avanti nel settore Germania e Danimarca, ma è un mondo che indiscutibilmente esiste e che può vantare talenti riconosciuti a livello globale. Tipo Daniele Di Mauro entrato nella massima serie europea di «League of Legends», Fabio Nardelli che invece è fortissimo a World of Warcraft Arena, Ettore Giannuzzi imbattibile a Pro Evolution Soccer e Daniele Paolucci campione indiscusso del competitor Fifa. A proposito dei gamer appassionati di calcio, i ragazzi di Fifa con Paolucci in testa, ma anche con Nicolò Mirra “Insa“, “pro” 23enne del team di eSport della Roma, e con Fabio Denuzzo “Lionel10“, uno dei più forti al mondo su Xbox, da tempo vorrebbero, come racconta il Corriere dello Sport, che tutte le società calcistiche italiane si impegnassero per inserire ufficialmente nell’organico anche una squadra di pro player, in modo tale da poter creare una lega ufficiale, ampliare il bagaglio di esperienza e competere come si deve a livello mondiale. Finora solo Roma, Sampdoria ed Empoli hanno fatto questo passo ma per mettersi in pari con il resto del mondo ancora serve tanto impegno.

Aspettando la svolta – prosegue l’articolo del Corriere – c’è un altro aspetto del gioco competitivo che i nostri “pro” sperano sia migliorato al più presto: è la stabilità e la velocità dei server dedicati al gioco online. La lontananza geografica da queste macchine penalizza i nostri giocatori. Denuzzo spiega perché: «Non ci sono server in Italia e siamo costretti ad agganciarci a delle macchine che sono in altri Paesi: questo provoca più delay e più problematiche di gaming. Io per esempio il pomeriggio del sabato non gioco mai perché in quel momento si rischia di perdere. Fifa diventa ingiocabile, sembra un altro gioco: tu sei lentissimo mentre il tuo avversario risponde più velocemente ai comandi». «A volte può bastare una disconnessione per compromettere una qualifica – spiega Mirra – ma per fortuna i giocatori davvero forti riescono a qualificarsi grazie ai tanti eventi che ci sono nell’arco di una stagione».

La parola chiave è “sacrificio”

Ma se pensate che per diventare pro player, per esempio di Fifa, basti giocare contro la consolle con il massimo livello di difficoltà oppure vincere un paio di volte il torneo sul divano di casa con gli amici dello stadio, vi sbagliate di grosso. I pro player possiedono un talento unico, sarebbe esattamene come pensare di poter giocare la Champions League perché si va forte alla partitella del lunedì sera al campetto del quartiere. Si trovano in realtà molto facilmente in rete interviste realizzate da riviste specializzate a diversi fenomeni dei videogiochi e le parole che vengono pronunciate più spesso sono “allenamento” e “sacrificio”. Questi, come nello sport professionistico (quello sudato per intenderci) e in quasi tutte le attività della vita, sarebbero i segreti per arrivare a diventare vere e proprie star del gaming, i Cristiano Ronaldo e Messi del joypad, e magari, perché no, a conquistare Yanet Garcia. 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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