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Se scoppiasse la guerra tra Corea del Nord e Usa che conflitto sarebbe?

La crisi diplomatica tra gli Usa e la Corea del Nord si è fatta rovente dopo che, il 3 settembre scorso, il Paese asiatico ha tenuto un test nucleare facendo esplodere una bomba all’idrogeno da 100 chilotoni. Le risposte di Nazioni Unite, Cina e Usa sono state immediate. Ma il passo avanti è atteso per stasera, quando il Consiglio di Sicurezza dell’Onu si riunirà per decidere quali sanzioni applicare. Mentre la diplomazia di Washington spinge verso una stretta sul petrolio, il ministero degli Esteri del Paese asiatico fa sapere in un comunicato che in caso di nuove sanzioni infliggeranno agli States “I più grandi dolori e le peggiori sofferenze della loro storia”.

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Ma come sarebbe una guerra tra la Corea del Nord e gli Stati Uniti? Secondo gli analisti militari americani, spiega il New Yorker, si svolgerebbe in fasi e, iniziando come una guerra ‘convenzionale’, come quella in Kuwait del 1991, finirebbe per assomigliare a guerre come quella in Iraq e Afghanistan, dove un esercito regolare si è trovato a fronteggiare milizie, ribelli e terroristi.

L’esercito di terra di cui dispone Pyongyang

“La Corea del Nord è in una posizione in cui la sua capacità di condurre una guerra tradizionale si è atrofizzata negli anni”, secondo il generale in pensione ed ex comandante delle forze statunitensi e delle Nazioni Unite in Corea, Gary E. Luck. Ma oltre ad avere la bomba atomica, Pyongyang dispone di almeno un milione e duecentomila soldati, seicentomila riservisti e approssimativamente sei milioni di riservisti paramilitari. Seoul per contro ha la metà degli uomini, anche se con quattro milioni e mezzo di riserve e tre milioni di riservisti paramilitari. Che comunque possono contare su 28mila unità statunitensi sul territorio, oltre a tutto il Comando del Pacifico.

Due sono gli scenari presi in considerazione dagli analisti. Gli Stati Uniti potrebbero entrare in guerra con la Corea del Nord subito prima, o subito dopo, il lancio di un missile da parte del regime asiatico. Pyongyang ha già condotto diciotto test missilistici quest’anno e un altro e atteso a giorni. Nel secondo scenario, nel caso in cui la Corea del Nord dovesse notare azioni sospette da parte degli Stati Uniti – per esempio il ritiro dei corpi diplomatici da Seul o l’arrivo di nuove truppe e armamenti – Kim Jong-un potrebbe decidere di invadere la Corea del Sud, scongiurando il rischio di un’invasione via terra. 

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Un’altra arma micidiale: il patriottismo

Anche se sono stati molti i casi di studio per questo conflitto, nessuno si è finora soffermato sulle conseguenze dell’eventuale caduta di Kim Jong-un. Secondo Ri Yong Pil, dirigente del ministero degli Esteri e vicepresidente dell’Institute for American Studies, il suo popolo “è piccolo in termini di numeri e area, ma in termini di dignità siamo i più potenti del mondo. Moriremmo per proteggere questa dignità e sovranità”. Secondo i quadri del Paese dunque, il patriottismo dei nordcoreani è un’arma non meno micidiale di quelle con le quali Kim Jong-un mostra i muscoli al mondo. Per questa ragione, la caduta del regime potrebbe portare ad anni d’instabilità e a una guerra senza fine com’è stato in Vietnam. Le guerre asimmetriche hanno sempre preteso costi altissimi in termini di morti e anche economici.

In ogni caso la Corea del Nord – si legge ancora sul New Yorker – si è sempre sottratta alle richieste degli Stati Uniti, in particolare di rinunciare agli armamenti nucleari. Le ragioni, almeno retoricamente, risiedono nella storia. Per i nordcoreani è stata la decisione di rinunciare agli armamenti nucleari e biologici a condannare il leader libico Muammar Gheddafi, “tradito” otto anni dopo dagli Stati Uniti e dalla Nato. Per i nordcoreani quella della Libia è stata una dura lezione, e qualsiasi cedimento sugli armamenti verrebbe visto come una “tattica di invasione”.

Riunito il Consiglio di sicurezza dell’Onu

Oggi il Consiglio di sicurezza Onu si riunisce per discutere le nuove sanzioni contro la Corea del Nord proposte dagli Stati Uniti. “Gli Usa pagheranno il prezzo necessario e sperimenteranno i più grandi dolori e le peggiori sofferenze, se spingeranno per più pesanti sanzioni”, è il monito del ministero degli Esteri nordcoreano rilanciato dalla Kcna, l’agenzia di stampa del regime. “Le nuove sanzioni proposte dagli Usa – scrive il Fatto Quotidiano – arrivano dopo l’ultimo test nucleare condotto da Pyongyang lo scorso 3 settembre, che ha causato due terremoti artificiali. L’esplosione è stata 5 volte più potente della bomba di Nagasaki. L’obiettivo di Washington ora è quello di soffocare l’economia nordcoreana per impedire che il leader Kim Yong-un prosegua la sua corsa allo sviluppo di missili e armi nucleari. Dal 2006, l’anno del primo test nucleare del Paese (a cui ne sono seguiti altri cinque), il Consiglio di sicurezza Onu ha votato all’unanimità otto risoluzioni con sanzioni sempre più dure”. 

Una delle misure in discussione riguarda l’export di petrolio verso la Corea del Nord, scrive ancora il quotidiano di Porta Metronia , stimabile in circa 850mila tonnellate all’anno. “La Cina stando agli ultimi dati noti è il primo esportatore, con 500mila tonnellate di greggio inviate ogni anno attraverso l’Oleodotto dell’Amicizia. La Russia ne esporterebbe 40mila tonnellate l’anno. Una seconda proposta è lo stop alla vendita del tessile nordcoreano all’estero, mercato che frutta al regime 752 milioni di dollari l’anno. Di nuovo, il primo acquirente è la Cina (per l’80%). L’esportazione di carbone e prodotti ittici era già stata bloccata con la risoluzione dello scorso 5 agosto. Oggi Washington chiederà all’Onu anche di autorizzare il fermo non consensuale e la successiva perquisizione di navi della Corea del Nord sospettate di trasportare tecnologia-armi”.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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