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Se un telescopio al Polo Sud dà ragione ad Einstein sulle origini del cosmo

Telescopio“Come è nato l’universo” è una delle grandi domande che tutte le civiltà si sono poste. Oggi la scienza è in grado di rispondere, come conferma una recente scoperta.

di Carlo Rovelli, da Repubblica –
Ogni civiltà si è raccontata la propria storia sulla nascita del cosmo. Forse da prima, da centinaia di migliaia di anni, gli uomini intorno al fuoco, la sera, si sono raccontati i loro miti sull’inizio del mondo.

Fra il fascino di questi miti e la grande epopea del Big Bang, il racconto odierno della nascita dell’universo che vediamo, c’è qualcosa di profondamente in comune, e qualcosa di profondamente diverso.
Oggi gli scienziati responsabili del telescopio BI-CEP, che opera al Polo Sud, hanno annunciato di avere rilevato nel cielo tracce di segnali più antichi di qualunque cosa vista fino ad ora:

immagini di eventi avvenuti una frazione di secondo dopo il Big Bang, dopo l’esplosione iniziale da cui sono emerse tutte le galassie e le stelle.

Onde gravitazionali, le sottili increspature dello spazio e del tempo previste dalle teorie di Einstein, sono state prodotte in questa esplosione, e hanno lasciato tracce nella debole radiazione elettromagnetica che oggi riempie l’universo, e che il telescopio BICEP scandaglia. Queste tracce erano state previste teoricamente, ed erano cercate, ma la previsione dipendeva da ipotesi e teorie ancora incerte, che ora ricevono significative conferme. La storia del Big Bang diventa sempre più credibile, i suoi dettagli cominciano a chiarirsi; per esempio l’esistenza di una prima fase di espansione rapidissima, chiamata, con un termine bruttino, “inflazione”. Le onde gravitazionali stesse non sono mai state osservate direttamente, e la rivelazione di oggi, ancorché indiretta, conferma una volta di più le stupefacenti previsioni della teoria di Einstein.

La comunità scientifica è emozionata. Non abbiamo mai guardato così lontano; non abbiamo mai visto l’inizio del nostro universo così da vicino. Alcuni anni fa la rivelazione della radiazione elettromagnetica che riempie l’intero universo aveva fatto grande impressione; si trattava di onde prodotte in un passato antichissimo, quando l’universo non aveva che alcune centinaia di migliaia di anni, meno del tempo breve in cui si è evoluta la nostra specie. Ma i segnali osservati oggi sembrano essere stati prodotti quando l’universo era nato non da qualche migliaio di anni, ma addirittura da meno di una frazione di un miliardesimo di miliardesimo di secondo. Vicinissimo all’inizio del tempo. Come non emozionarsi?

In comune fra i grandi miti della creazione e l’attuale indagine sul Big Bang c’è questa emozione. C’è l’epica immensità della storia del mondo, la nostra curiosità bruciante di sapere come tutto è iniziato. La vastità cosmica delledomande che ci spingono a guardare così lontano. L’emozione di poter dire «In principio…». C’è perfino l’esplosione iniziale della luce, come nella Genesi. Il 22 novembre 1951, nel momento in cui la teoria del Big Bang cominciava ad essere presa sul serio dagli scienziati, Pio XII dichiarò in un discorso pubblico che la scienza confermava il racconto della Genesi. Ma cambiò presto idea, convinto dagli argomenti di Georges Lemaître, sacerdote cattolico e protagonista della nascita della cosmologia scientifica. Da allora il Vaticano non ha più fatto riferimento a relazioni fra Big Bang e Genesi.

Perché? Perché, deve forse aver suggerito Lemaître a Pio XII, se poi le osservazioni finiscono con il dirci che prima del Big Bang c’era un altro universo che si contraeva — come oggi ipotizzano alcune teorie molto belle — come la mettiamo in Vaticano? Aldi là delle somiglianze, vi sono differenze cruciali fra i grandi miti tradizionali della creazione e la storia del Big Bang. Alla fine della conferenza in cui sono stati annunciati i risultati di BICEP, è stato ricordato che «più importante è la notizia, maggiore è l’attenzione con cui deve essere verificata». Gli scienziati di BICEP hanno concluso la conferenza ricordando che si tratta di una prima osservazione, che necessita di essere confermata da altre, prima di diventare convincente.

La differenza cruciale fra la teoria del Big Bang e i miti cosmologici è questa: il nostro sapere sul Big Bang è conoscenza in rapida evoluzione. Scrutiamo il cielo, tentiamo ipotesi, esploriamo idee ardite. Poi cerchiamo conferme o contraddizioni a queste idee nell’osservazione delle loro conseguenze minute. Quando gli scienziati di BICEP studiano i dati dei loro telescopi, quello che stanno facendo non è una continuazione dei racconti attorno al fuoco che gli uomini sisono scambiati nelle sere di centinaia di millenni. È la continuazione di qualcos’altro: dello sguardo di quegli stessi uomini, alle prime luci dell’alba, che cerca fra la polvere della savana le tracce di un’antilope: scrutare i dettagli della realtà per dedurne quello che non vediamo direttamente, ma di cui possiamo seguire le tracce. Sapendo che se siamo bravi capiremo giusto, e troveremo, ma possiamo sbagliarci, e quindi restando pronti ogni istante a cambiare idea, se appare una nuova traccia.

Oggi l’umanità intera, emozionata, è in ascolto di questi cacciatori che ci dicono di intravedere tracce di eventi di 14 miliardi di anni fa, vicino all’origine del tempo. Tracce vere della nascita del nostro universo.

(20 marzo 2014)

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