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Secondo Facebook, i giornali non hanno voluto capire che il Russiagate non ha aiutato Trump

L’intricatissima vicenda del Russiagate è giunta a un punto di svolta con l’incriminazione, da parte del procuratore speciale Robert Mueller, di tre aziende e tre cittadini russi accusati di aver preso parte a quella che, secondo Mueller, è stata “una campagna sistematica e coordinata per influenzare le elezioni presidenziali degli Stati Uniti a favore di Trump attraverso falsi account sui social media Usa”. Incriminazione che giunge dopo una fitta serie di interrogatori che hanno coinvolto, come ovvio, alti funzionari dei social network attraverso i quali tale campagna sarebbe passata. Tra loro ha spiccato Rob Goldman, numero due della divisione di Menlo Park dedicata alla pubblicità, che si è detto lieto di aver collaborato con le autorità a fare luce sul caso ma ha avvertito che – a quanto risulta dagli spot acquistati da soggetti localizzati nella Federazionei fatti contraddirebbero quella che è la vulgata sostenuta dalla maggior parte dei media. Ovvero, il principale obiettivo dei troll russi non è stato influenzare le elezioni, tanto è vero che la maggior parte degli spazi pubblicitari sospetti sono stati acquistati solo dopo il voto, ma – più in generale – “dividere l’America diffondendo odio e paura”. Esultante la reazione di Trump​, secondo il quale Goldman gli avrebbe, in questo modo, dato ragione.

Goldman ha atteso l’ufficializzazione dell’incriminazione per poi esporre su Twitter la sua versione dei fatti. 

Very excited to see the Mueller indictment today. We shared Russian ads with Congress, Mueller and the American people to help the public understand how the Russians abused our system. Still, there are keys facts about the Russian actions that are still not well understood.

— Rob Goldman (@robjective) 17 febbraio 2018

“Ci sono alcuni fatti chiave sulle azioni russe che non sono ancora ben compresi”, ammonisce Goldman. 

Most of the coverage of Russian meddling involves their attempt to effect the outcome of the 2016 US election. I have seen all of the Russian ads and I can say very definitively that swaying the election was *NOT* the main goal.

— Rob Goldman (@robjective) 17 febbraio 2018

“Quasi tutta la copertura mediatica delle intromissioni russe riguarda il loro tentativo di influenzare il risultato delle elezioni Usa del 2016. Ho visto tutti gli spot russi e posso affermare in maniera molto definitiva che influenzare l’elezione NON era il loro obiettivo principale”.

The majority of the Russian ad spend happened AFTER the election. We shared that fact, but very few outlets have covered it because it doesn’t align with the main media narrative of Tump and the election. https://t.co/2dL8Kh0hof

— Rob Goldman (@robjective) 17 febbraio 2018

E poi arriva la vera bomba. Goldman rimanda a un suo vecchio post nel quale esponeva un fatto “che davvero poche testate hanno coperto perché non si attagliava alla narrazione dei media principali su Trump e le elezioni”. Ovvero, “la maggioranza della spesa russa in ad è avvenuta DOPO le elezioni”. Quale era quindi il vero obiettivo dei troll russi?

The main goal of the Russian propaganda and misinformation effort is to divide America by using our institutions, like free speech and social media, against us. It has stoked fear and hatred amongst Americans. It is working incredibly well. We are quite divided as a nation.

— Rob Goldman (@robjective) 17 febbraio 2018

Secondo Goldman, “dividere l’America utilizzando le nostre istituzioni, come la libertà di parola e i social media, contro di noi”. Il dirigente di Facebook cita, come esempio, la recente dimostrazione anti-islamica di Houston e la relativa contromanifestazione. A quanto risulta da Goldman, entrambe le proteste sarebbero state organizzate da troll stranieri

The single best demonstration of Russia’s true motives is the Houston anti-islamic protest. Americans were literally puppeted into the streets by trolls who organized both the sides of protest. https://t.co/9w1EAl28CH

— Rob Goldman (@robjective) 17 febbraio 2018

Fomentare la divisione non equivale quindi a sostenere un candidato piuttosto che un altro, bensì a esacerbare le divisioni tra gli schieramenti. Tanto è vero, sottolinea ancora il manager, che gli agenti russi avrebbero tentato di costruire anche materiale denigratorio contro Trump. Non solo, la “fabbrica di troll” che avrebbe agito contro gli Usa sarebbe stata messa su nel 2014, ovvero quando la possibilità che Trump diventasse presidente era ancora vista come una boutade. 

The Russian campaign is ongoing. Just last week saw news that Russian spies attempted to sell a fake video of Trump with a hooker to the NSA. US officials cut off the deal because they were wary of being entangled in a Russian plot to create discord. https://t.co/jO9GwWy2qH

— Rob Goldman (@robjective) 17 febbraio 2018

Rivelazioni esplosive che hanno avuto un minimo di spazio solo quando lo stesso Trump se ne è appropriato e le ha ritwittate, sostenendo che Goldman gli avrebbe dato ragione: se il magnate è asceso alla Casa Bianca è solo merito del suo consenso. 

The Fake News Media never fails. Hard to ignore this fact from the Vice President of Facebook Ads, Rob Goldman! https://t.co/XGC7ynZwYJ

— Donald J. Trump (@realDonaldTrump) 17 febbraio 2018

Addirittura, secondo Trump, sono i Democratici ad avere, semmai, qualcosa da rimproverarsi. 

General McMaster forgot to say that the results of the 2016 election were not impacted or changed by the Russians and that the only Collusion was between Russia and Crooked H, the DNC and the Dems. Remember the Dirty Dossier, Uranium, Speeches, Emails and the Podesta Company!

— Donald J. Trump (@realDonaldTrump) 18 febbraio 2018

Il presidente degli Stati Uniti sottolinea quindi di non aver mai dubitato di un “Russiagate” ma di aver solo affermato che gli agenti russi non avevano influito sul suo successo elettorale. E, su questo punto, Facebook gli ha, almeno in parte, dato ragione.

I never said Russia did not meddle in the election, I said “it may be Russia, or China or another country or group, or it may be a 400 pound genius sitting in bed and playing with his computer.” The Russian “hoax” was that the Trump campaign colluded with Russia – it never did!

— Donald J. Trump (@realDonaldTrump) 18 febbraio 2018

La conclusione? Se i russi volevano dividere l’America, ci sono riusciti benissimo e ora “a Mosca se la staranno facendo sotto dalle risate”.

If it was the GOAL of Russia to create discord, disruption and chaos within the U.S. then, with all of the Committee Hearings, Investigations and Party hatred, they have succeeded beyond their wildest dreams. They are laughing their asses off in Moscow. Get smart America!

— Donald J. Trump (@realDonaldTrump) 18 febbraio 2018

Il punto principale resta, però un altro: se anche soggetti riferibili a Mosca avessero tentato di influenzare l’esito delle elezioni americane, se anche fosse vero che dietro tali manovre c’era la regia del Cremlino, dimostrare che il risultato del voto sarebbe andato diversamente in assenza di influenze esterne, vere o presunte, è – tecnicamente – davvero impossibile. 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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