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Secondo i giudici di Palermo la trattativa Stato-mafia c'è stata

La trattativa c’è stata. Il patto scellerato tra pezzi dello Stato e Cosa nostra è stato siglato. Questo viene fuori dalla dura sentenza emessa dalla Corte d’assise di Palermo presieduta da Alfredo Montalto e pronunciata oggi pomeriggio poco dopo le 16, nell’aula bunker del Pagliarelli, dopo una camera di consiglio iniziata alle 10.30 di lunedì scorso e durata poco più di quattro giorni. Dopo cinque anni di udienze, boss e politici sono stati dichiarati colpevoli del reato per minaccia e violenza al corpo politico dello Stato.

Condannati i generali del Ros Mario Mori e Antonio Subranni, l’ex senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri e il boss Antonino Cinà a 12 anni di carcere; 28 anni a Leoluca Bagarella, ed è la pena piu’ pesante. Otto anni al colonnello Giuseppe De Donno. Stessa pena per Massimo Ciancimino accusato di calunnia nei confronti dell’allora capo della polizia Gianni De Gennaro, che è stato invece assolto dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Prescrizione per Giovanni Brusca. E assoluzione per l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino, che era stato accusato di falsa testimonianza. In sostanza i carabinieri del Ros sono condannati per i fatti commessi fino al 1993; Dell’Utri per i fatti del 1994: da una parte la trattativa sarebbe stata intavolata dai carabinieri, dall’altra da Dell’Utri.

La trattativa Stato-mafia c’è stata. Con le condanne di oggi muore definitivamente la Seconda Repubblica. Grazie ai magistrati di Palermo che hanno lavorato per la verità.

— Luigi Di Maio (@luigidimaio) 20 aprile 2018

Si chiude così un primo importante capitolo del processo iniziato nel maggio 2013 sulla cosiddetta Trattativa Stato-Mafia per la quale in cinque anni ci sono state 220 udienze, mentre sono stati ascoltati 200 testimoni. Ma partiamo dall’inizio.

La tesi

Con l’espressione “Trattativa Stato-Mafia” si definisce una presunta negoziazione tra importanti funzionari dello Stato e rappresentanti di Cosa Nostra, portata avanti nel periodo successivo alla stagione delle stragi del ’92 e ’93 al fine di giungere a un accordo e quindi alla cessazione delle stragi. Il fulcro ipotizzato dell’accordo sarebbe stato la fine della cosiddetta “stagione stragista”, in cambio di un’attenuazione delle misure detentive previste dall’articolo 41 bis, grazie alle quali il pool di Palermo guidato dal giudice Giovanni Falcone aveva condannato ad anni di cosiddetto carcere duro centinaia di criminali mafiosi.

Gli imputati

C’erano boss, politici e carabinieri tra gli accusati di avere intavolato un dialogo scellerato tra la mafia e le istituzioni. Oltre a Totò Riina, ormai deceduto, tra gli esponenti mafiosi figurano:

  • Leoluca Bagarella
  • Giovanni Brusca
  • Antonino Cina

Tra gli ex alti ufficiali del Ros:

  • Mario Mori
  • Antonio Subranni
  • Giuseppe De Donno

A questi si aggiungono:

  • Massimo Ciancimino
  • Marcello Dell’Utri, ex senatore di FI
  • Nicola Mancino, ex ministro dell’Interno ed ex presidente del Senato.

Quest’ultimo doveva rispondere del reato di falsa testimonianza, Ciancimino di concorso esterno in associazione mafiosa e calunnia nei confronti dell’ex capo della polizia Gianni De Gennaro. Tutti gli altri erano accusati di violenza a Corpo politico, amministrativo o giudiziario dello Stato

Gli attentati

Le più importanti stragi compiute tra il 1992 e il 1993:

  • Il 12 marzo 1992 l’onorevole Salvo Lima, parlamentare siciliano della Democrazia Cristiana, viene ucciso alla vigilia delle elezioni politiche, perché non più in grado di garantire gli interessi delle cosche mafiose nel governo. E, in particolare, perché non è riuscito a far aggiustare il maxi processo in Cassazione. Il vero bersaglio era Giulio Andreotti ma era troppo protetto e irraggiungibile.
  • Il 4 aprile 1992 il maresciallo Guazzelli viene ucciso lungo la strada Agrigento-Porto Empedocle e l’omicidio viene rivendicato con la sigla “Falange Armata
  • Il 23 maggio 1992 avviene la strage di Capaci, in cui viene ucciso il giudice Giovanni Falcone. Subito dopo, il Consiglio dei ministri nella seduta dell’8 giugno 1992 approva il decreto-legge “ScottiMartelli” (detto anche “decreto Falcone”), che introduce l’articolo 41 bis, cioè il carcere duro riservato ai detenuti di mafia. Il giorno successivo giunge una telefonata anonima a nome della sigla “Falange Armata” in cui si minaccia che il carcere non si deve toccare.
  • Il 19 luglio 1992 nell’attentato in via D’Amelio, a Palermo, viene ucciso Paolo Borsellino. L’attentato viene rivendicato sempre con la sigla “Falange Armata”
  • Il 27 maggio 1993, a Firenze, avviene la strage di via dei Georgofili, che provoca cinque vittime e una quarantina di feriti: l’attentato è rivendicato ancora una volta con la sigla “Falange Armata”
  • La notte tra il 27 e il 28 luglio 1993 avviene la strage di via Palestro a Milano (cinque morti e tredici feriti). Qualche minuto due autobombe esplodono davanti alle chiese di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro a Roma, senza però fare vittime.

La richieste dei pm

Il 26 gennaio, dopo una complessa requisitoria durata una decina di udienze, i pubblici ministeri Roberto Tartaglia, Vittorio Teresi e i sostituti della Procura nazionale antimafia Nino Di Matteo e Francesco Del Bene, avevano formulato le richieste di condanna:

  • 15 anni di reclusione per il generale Mario Mori
  • 12 anni per il generale Antonio Subranni e il colonnello Giuseppe De Donno.
  • 12 anche per Dell’Utri
  • 6 anni di carcere per Nicola Mancino
  • 16 anni al boss Bagarella, la pena più alta
  • 12 anni per Cina’
  • 5 anni per Ciancimino per l’accusa di calunnia

E poi due richieste di archiviazione: una per Giovanni Brusca e l’altra per Ciancimino per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa, perché prescritto.

“Lo Stato si è messo nelle mani della Mafia”

Per l’accusa, “al di là della retorica formale secondo cui le istituzioni combattono con fermezza Cosa nostra”, il processo “ha fatto emergere un’altra verità una parte importante e trasversale delle istituzioni, spinta da ambizione di potere contrabbandata da ragion di stato, ha cercato e ottenuto il dialogo e poi il parziale compromesso con l’organizzazione mafiosa”. Con Mario Mori “protagonista assoluto”. Questa “mediazione occulta” ha prodotto “dei risultati devastanti, la realizzazione dei desideri più antichi di Cosa nostra che cercava proprio questo: non la repressione, ma la mediazione”.

“La trattativa era attesa, voluta e desiderata da Cosa nostra. E in quel periodo c’era un comprimario occulto, una intelligenza esterna – è la tesi sostenuta dall’accusa – che premeva per la linea della distensione. Che diede dei segnali in tal senso, mentre Cosa nostra continuava a cercare il dialogo a suon di bombe, con i morti per terra a Milano e Firenze, e sfregiando monumenti”. “Se si fosse attuata la linea della fermezza e della durezza non ci sarebbe stato spazio per gli stragisti, i consiglieri del dialogo sarebbero stati individuati e assicurati alla giustizia e la strategia della paura debellata. Invece ci furono molteplici segnali volti a favorire la trattativa: il decreto di Conso, la revoca e gli annullamenti del 41 bis disposti da Capriotti (direttore del Dap). Ci furono anche prima partendo dalla mancata perquisizione del covo di Riina”. “Cedendo al ricatto, lo Stato si è messo nelle mani della mafia”.

Con esponenti delle istituzioni “che hanno ceduto, per paura o incompetenza, illudendosi che la concessione di una attenuazione del regime carcerario del 41 bis potesse far cessare le bombe e il piano criminale di devastazione di vite e obiettivi. Cosa che non avvenne”. Tesi che fondamentalmente è stata accolta dai giudici.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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