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Seicento aziende per il muro di Trump. Una su dieci è ispanica

Sono più di 600 le aziende che hanno formalmente dichiarato il proprio interesse a costruire il muro di separazione tra Messico e Usa: il 10 per cento sono ispaniche e, secondo il conteggio del Los Angeles Times, almeno un centinaio sono californiane. Si tratta di grandi società di ingegneria, studi di architettura, anche piccoli costruttori, che si sono tutti messi in fila dopo che il 24 febbraio scorso il Dipartimento di Sicurezza Nazionale ha pubblicato sul sito federale per le Opportunità di Business un preavviso per “la progettazione e la costruzione di diverse strutture prototipo del muro, in prossimità del confine tra gli Stati Uniti e il Messico”.

Perché l’amministrazione Trump va avanti, nonostante il Messico insista nel non voler sborsare neppure un peso e i sondaggi mostrino il dissenso degli americani (una rilevazione della Quinnipiac University, a fine febbraio, rivelava che almeno 6 su 10 americani quel muro non lo vuole).
E non tutti gli aspiranti ‘contractor’ sono d’accordo sull’utilità del progetto. “Penso che il muro sia una perdita di tempo e denaro”, ha detto al Guardian, Patrick Baltazar, proprietario della San Diego Project Management, una delle aziende interessate. “Da un punto di vista ambientale, è una stupidaggine. Idem, da un punto di vista economico”. Ma, aggiunge, “io difendo il diritto ad essere stupido. Se vuoi tirar su un muro, ti farò il migliore che posso e pagherò chi lavora per me”. 

Le richieste di Washington

L’agenzia per la Sicurezza nazionale ha cominciato a sollecitare i disegni con il prototipo del muro il 6 marzo, promettendo una prima scrematura entro fine mese; a quel punto i ‘contractor’ rimasti in lizza dovranno presentare una proposta completa e fare un’offerta, entro il 3 maggio, con il prezzo stimato. L’agenzia americana, che nei giorni scorsi ha frettolosamente dilazionato i tempi per presentare i progetti, nel fornire la nuova ‘deadline’ ha anche diffuso qualche dettaglio su ciò che vuole: “Un muro alto 9 metri, in grado di soddisfare i requisiti di estetica, anti-scavallamento e resistenza a manomissione e danni” (l’aggettivo “estetico”, fa notare il Los Angeles Times, ha scatenato l’ilarità del web, ma si riferisce probabilmente al fatto che Trump ha detto di volere qualcosa di “grande, bello”). Da notare però che, per quanto bello possa essere, il muro, correrà in maniera “contigua, fisica”, lungo tutte i 3.150 chilometri di confine con il Messico, il che significa un’enorme colata di acciaio e cemento. Oltre alle riserve di tipo ambientale (saranno disturbate, secondo il quotidiano californiano, 111 specie a rischio), c’è anche un Trattato con il Messico, siglato nel 1970, che stabilisce che nessuna struttura possa interferire con il flusso di corsi d’acqua che attraverso il confine, come il Rio Grande.     

In campo anche un colosso europeo

Nei giorni sorsi si è detto interessato al colossale programma di lavori pubblici in preparazione in Usa,anche il gruppo franco-svizzero LafargeHolcim. Lo ha reso noto il suo amministratore delegato: “Siamo pronti a fornire i nostri materiali per ogni tipo di progetto infrastrutturale negli Stati Uniti. Siamo i leader nel cemento, dunque riforniamo tutti i nostri clienti”, ha detto Eric Olsen. Il governo francese ha subito chiesto al gruppo franco-svizzero che “rifletta bene” prima di coinvolgersi: LafargeHolcim “deve riflettere bene” perché tutte le aziende “hanno anche una responsabilità sociale e ambientale”, ha segnalato Jean-Marc Ayrault, il ministro degli esteri. LafargeHolcim è già finita nel mirino perché possiede un impianto in Siria e per mantenerlo attivo ha dovuto scendere a patti con i gruppi armati. 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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