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Serve un censimento sui rom? Lo abbiamo chiesto agli unici che raccolgono i dati

“Certo che mancano dati sui rom, per questo da due anni facciamo un rapporto”. Carlo Stasolla è il presidente dell’associazione “21 luglio”, una onlus che ogni anno presenta al Parlamento un documento che è l’unica fonte per misurare il fenomeno delle baraccopoli, “la mappa della vergogna”.

Dopo le dichiarazioni del ministro Matteo Salvini sui rom, Stasolla era stato durissimo. Ora con AGI spiega meglio il suo punto di vista. Anche perché sia il Rapporto 2017 che quello del 2016 iniziano lamentando “la mancanza di dati certi relativi alla composizione etnica della popolazione rom e sinta presente sul territorio nazionale”.

Allora è vero che mancano i dati e serve un censimento?

“Con il nostro lavoro”, risponde Stasolla, “iniziano ad esserci dati sulle condizioni in cui vivono persone dentro i campi rom, che sono anche persone non rom va chiarito. La nostra è una indagine sociale sulle baraccopoli d’Italia; all’interno infatti molti sono rom ma non tutti; ed è impossibile definire chi è un rom e chi no. Uno può dire di esserlo o non esserlo e nessuno lo può smentire”. Nel Rapporto dell’associazione “21 luglio” si citano le raccomandazioni all’Italia delle Nazioni Unite e dell’Unione Europea perché inizi una raccolta di dati. In particolare “l’assenza di dati certi sulla composizione etnica e razziale della popolazione rom in Italia” è stata segnalata dal Comitato per l’eliminazione della discriminazione razziale – organismo delle Nazioni Unite – nelle sue “osservazioni conclusive” del diciannovesimo e ventesimo rapporto periodico sulla situazione italiana, datate 9 dicembre 2016.  Questo documento è stato trasmesso dal Comitato all’Ue, che lo ha a sua volta consegnato all’Italia in forma di “raccomandazione”.

“Mentre vanno notati i recenti sforzi da parte dello Stato per migliorare la raccolta di dati sui reati commessi con movente razziale – si legge nel documento – il Comitato ribadisce le sue preoccupazioni riguardo alla mancanza di dati particolareggiati sulla composizione razziale e etnica della nazione. Tali dati sono un punto di partenza essenziale per una successiva disaggregazione di più dettagliati indicatori socio-economici per singolo gruppo sociale, che può rivelare fino a che punto sia differenziato il godimento dei diritti previsti dalla Convenzione per quegli individui protetti ai sensi dell’articolo 1 della stessa Convenzione. Il Comitato Onu sottolinea poi che “tale disaggregazione dei dati statistici è indispensabile per definire una base empirica su cui individuare particolari gruppi soggetti a discriminazione per razza, colore, provenienza o origine etnica o nazionale, per adottare le opportune misure – anche speciali – per correggere situazioni diseguaglianza, e per valutare l’impatto delle misure adottate”.

Insomma i dati mancano, occorre raccoglierli. O no?

“È vero, ed è giusto. Ma il censimento ordinario non è una schedatura su base etnica” chiarisce Stasolla.

Ma neanche il ministro dell’Interno ha parlato di schedatura su base etnica.

Stasolla risponde così: “Se Salvini avesse detto: vogliamo misurare il disagio sociale delle baraccopoli per superarlo, saremmo tutti d’accordo. Ma non ha detto questo. Ha detto che dopo l’azione del ministro Maroni nel 2012 non si è fatto più nulla. Ma quello di Maroni non fu un censimento, fu una vera schedatura etnica. Si andava nei campi e se qualcuno veniva ritenuto rom veniva schedato in ogni dettaglio personale ed intimo, una procedura orrenda per la quale l’Italia è stata condannata”.

Anche i volontari della “21 luglio” vanno nei campi rom  per vedere chi c’è, come vivono e come lavorano le persone,

“Sì, ma senza distinguere razza ed etnia. È questo riferimento al precedente di Maroni, è questo non detto, ad aver creato allarme”.

Ma è vero che dopo l’azione del Maroni non è stato fatto nulla?

“È stata approvata una strategia nazionale di inclusione dei rom 2012-2020 in cui si stabiliscono cose importanti che possono portare ad una soluzione reale del problema”.

Ma sempre la Commissione europea alla fine di agosto del 2017, in un lungo documento in cui cita le buone pratiche di inclusione degli Stati Membri, non cita mai l’Italia. Perché?

“Perché di concreto non abbiamo fatto nulla. Nulla sull’istruzione dei bambini, sulla salute, sul lavoro, nulla che ci consenta di raggiungere entro il 2020 l’obiettivo dichiarato di superare i campi rom”.

Che vuol dire “superarli”?

“Vuol dire eliminare la povertà e includere davvero quelle persone nella società. Anche il comune di Roma, ad un anno dal lancio di un suo progetto pieno di buoni propositi, è ancora fermo. Per questo lo abbiamo chiamato il Piano di Carta”.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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