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Sette cose da sapere sui referendum in Lombardia e Veneto

I cittadini lombardi e veneti sono chiamati a esprimersi sul tema dell’autonomia (con seggi aperti dalle 7 alle 23) nei referendum consultivi per chiedere il trasferimento di maggiori competenze dal governo nazionale alle Regioni Lombardia e Veneto, nel solco di quanto concesso dall’articolo 116 della Costituzione.

Una battaglia promossa innanzitutto dai due governatori leghisti, Roberto Maroni e Luca Zaia, con obiettivi, però, sulla carta molto lontani dalle antiche mire secessionistiche del ‘partito della Padania’ che fu di Umberto Bossi e ancor più dal referendum in Catalogna.

Ecco sette cose da sapere:

Di cosa si tratta

Sono referendum consultivi, con i quali si chiede un parere agli elettori, e quindi senza alcun effetto concreto immediato.

E’ legale?

La natura dei quesiti è nel totale rispetto della Costituzione (mentre la Corte costituzionale spagnola ha definito illegale il voto di Barcellona).

Cosa dicono i questiti

Di contenuto equivalente, i quesiti lombardo e veneto differiscono lievemente nella forma. Più semplice quello veneto:

Vuoi tu che alla Regione Veneto siano attribuite ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia? 

Più articolato quello lombardo:

Volete voi che la Regione Lombardia, nel quadro dell’unità nazionale, intraprenda le iniziative istituzionali necessarie per richiedere allo Stato l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, con le relative risorse, ai sensi e agli effetti di cui all’articolo 116, terzo comma della Costituzione?

I quorum

Differenze anche per la questione quorum: nel senso che in Veneto la legge regionale prevede una soglia del 50 per cento più uno per i referendum consultivi mentre in Lombardia non è previsto quorum.

Cosa cambia se vincono i Sì

Nell’immediato non cambia nulla. Dal 23 ottobre i due governatori potranno avviare una trattativa con il governo nazionale per negoziare maggiori competenze negli ambiti limitati dall’articolo 117 della Costituzione. La trattativa poteva essere avviata anche senza indire un referendum (come ha fatto, per esempio in Emilia-romagna il governatore dem, Stefano Bonaccini). Ma a questa argomentazione Maroni e Zaia controbattono sostenendo che il mandato popolare li renderà più forti nel negoziato con Palazzo Chigi.

Come funzionerebbe la trattativa

La trattativa dovrà avvenire all’interno dei limiti fissati dagli articoli 116 e 117 della Carta. Non è, quindi, in discussione far diventare Lombardia e Veneto Regioni a statuto speciale, come Sicilia, Sardegna, Val d’Aosta, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige (quest’ultima, in realtà, costituita dalle Province autonome di Trento e Bolzano). Per fare ciò sarebbe necessaria una modifica costituzionale. Ma le Regioni tratteranno il trasferimento di maggiori competenze dallo Stato e, di conseguenza, più fondi.

Quanto costa il referendum

E’ stimato che arriverà a costare circa 50 milioni di euro il referendum lombardo. Quattordici milioni il costo della consultazione in Veneto. In Lombardia hanno accantonato 22 milioni di euro solo per l’acquisto dei tablet: è sperimentato in questa occasione, e per la prima volta in Italia, il voto elettronico.

 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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