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“Si chiamava Piersanti”. Cosa ha causato la prima bagarre della legislatura

“Non venga qui a darci lezioni. Ci faccia un piacere, riprenda il programma e lo riscriva di suo pugno, perché è lei il presidente del Consiglio. Riprenda la lista dei ministri e la riscriva di suo pugno, perché è lei il presidente del Consiglio. Il nostro augurio è che non faccia il pupazzo nelle mani dei partiti”. Si è rivolto così nell’Aula della Camera il presidente dei deputati Pd, Graziano Delrio, al presidente del Consiglio Giuseppe Conte nel corso delle dichiarazioni di voto sulla fiducia al governo.

Parole che hanno riscaldato l’atmosfera a Montecitorio dove si è consumato l’ennesimo duro scontro tra il Pd e il presidente del consiglio Giuseppe Conte. Delrio, intervenendo in dichiarazione di voto, ha attaccato Conte per non aver ricordato il nome del fratello del Capo dello Stato Sergio Mattarella, ucciso in un agguato di mafia nel 1980.

Nel corso della sua replica, Conte aveva parlato di un “congiunto” del presidente della Repubblica insultato sui social network. Delrio ha urlato il nome “Piersanti” rivolto a Conte, innescando la standing ovation dei suoi compagni di partito, alla quale si è associata Fi ma non Lega e M5s, che hanno reagito all’attacco con dei boati di disapprovazione. Emanuele Fiano, a questo punto, ha fatto platealmente cenno ai deputati dell’opposizione di alzarsi, senza pero’ ottenere soddisfazione.

Un tentativo di spiegazione a quello che è successo arriva dalla Lega: “è chiaro che per lui non è facile, è entrato in una bolgia, questa non è certamente un’aula di scuola”, osserva Claudio Borghi, “ma cosi’ Pd e FI ci fanno un favore, portano Fdi a votare con noi”.

Sta di fatto che nella sua ‘prima’ alla Camera Giuseppe Conte si prende qualche critica sotto traccia anche da parte di qualche esponente M5s, oltre che nelle fila del partito di via Bellerio. Questione più di forma che di sostanza. Qualche lapsus (quando ha trasformato la presunzione di non colpevolezza in presunzione della colpevolezza), qualche omissis (sempre a proposito del “congiunto” del presidente della Repubblica insultato sui social network non citando Piersanti Mattarella), qualche equivoco (“ciascuno ha il suo conflitto d’interesse” ha detto ai deputati per poi precisare di non aver voluto attaccare nessuno) e molti attacchi dalle forze dell’opposizione.

Ma è comunque quello di Delrio l’intervento più duro: “Sia umile, studi prima di fare lezioni. Non faccia il pupazzo e riscriva il programma e la lista dei ministri”. Atteggiamento non morbido neanche da parte della Gelmini (citata tra l’altro proprio dal capogruppo dem): “Altro che cambiamento, ci porterete al dissesto dei conti. C’è una foga manettara”.

Il presidente del Consiglio nel suo intervento è tornato a parlare di sud, corruzione, infrastrutture, della necessita’ di rimanere nell’alleanza atlantica (anche per rispondere alla Nato sulle sanzioni alla Russia) e ha sottolineato che “non c’è tutto da distruggere”, che per esempio sulla buona scuola e sull’operato di Minniti ci sono delle criticita’ ma non ci saranno degli stravolgimenti. La battaglia più forte è sull’Europa: “Sul debito rinegozieremo con fermezza”. “Nasce il governo del popolo contro l’egemonia dei Palazzi europei”, ha sostenuto il leghista Molteni, “oggi nasce la Terza Repubblica”, ha rilanciato Di Maio.

Proprio il vicepremier ha avuto un siparietto con Vittorio Sgarbi: i due si sono attaccati in campagna elettorale, ma oggi il critico d’arte ha annunciato di votare la fiducia al governo, scelta fatta perché, ha detto, riesce a prosperare “dove c’è il disordine”.

Durante le votazioni del votazioni della fiducia, ottenuta dal governo con un’ampia maggioranza, Delrio si è poi avvicinato a Conte stringendogli la mano. Quasi un gesto distensivo dopo il duro attacco dai banchi del Pd. 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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