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Si e' preteso troppo dalla politica monetaria

Geminello Alvi

(AGI) – Roma, 16 set. – Il rallentamento nel credito alle economie emergenti era gia’ iniziato nell’ultimo trimestre del 2014 e si e’ rafforzato da allora in poi. E percio’ Claudio Borio della BRI nel media briefing del Quarterly Review di settembre 2015 parla “di divaricazione della liquidita’ globale, col credito a Cina, a Russia e, in misura al Brasile particolarmente debole”. E tuttavia le statistiche della BRI mostrano inoltre come l’importo totale del credito in dollari a mutuatari non bancari al di fuori degli Stati Uniti sia aumentato di oltre il 50% dall’inizio del 2009, a $9,6 trilioni a fine di marzo 2015, e sia quasi raddoppiato per le economie emergenti, a oltre $3 trilioni. Ovvio che le ansie dei mercati per la varia vulnerabilita’ delle imprese si siano accresciute. E dunque, per quanto il debito in valuta estera sia per la piu’ parte delle nazioni emergenti restato sotto i livelli raggiunti nelle crisi finanziarie precedenti, l’ansia generale per l’effetto di un aumento dei tassi americani sui paesi emergenti si giustifica.

Ma va rammentato come quest’ansia sia anche l’inevitabile effetto di un’economia mondiale governata troppo a lungo da tassi d’interesse infimi. Gli squilibri accumulati nelle nazioni emergenti, e di cui ora ci si inizia a preoccupare, sono l’effetto di una cura squilibrata, che ha preteso di curare i mali dell’economia internazionale esagerando la politica monetaria. Ovvio che le nazioni emergenti ricadessero nel ciclo consueto, gonfiato dai tassi troppo bassi, e diminuito dallo sgonfiarsi della domanda di materie prime, abbastanza prevedibile vista l’insufficiente crescita reale. Ed e’ a ben vedere proprio questo il problema globale di cui la complicata situazione dei BRICS e’ un sintomo. Lo squilibrio inquietante, confermato appunto dalla divaricazione dei flussi finanziari, e’ quello tra crescita della produttivita’ globale, restata troppo debole, e mercati finanziari drogati dalle banche centrali. Un corollario di questa situazione e’ del resto la ripresa dell’attivita’ di finanziamento denominate in euro nelle economie avanzate, che ha coinciso con il programma di acquisti della BCE. Sono infatti cresciute le obbligazioni denominate in euro che le imprese non finanziarie hanno emesso dagli Stati Uniti, i cosiddetti reverse yankee bonds. Le emissioni nette nel primo semestre del 2015 sono ammontate a quasi $40 miliardi, con un ritmo dunque triplicato rispetto a quello dello scorso anno. Quanto basterebbe per spiegare il rafforzamento dell’euro nel mese di agosto. Come dice Hyun Song Shin sempre della BRI, “un euro piu’ debole e’ associato a un maggiore risk-taking”. (AGI)

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