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Siamo tutti madri

Storia naturale del concepimentoArticolo di Marino Niola (Repubblica 24.1.14)

“”«Le statistiche dicono che ogni quattro secondi una donna mette al mondo un bambino. Il problema è trovare quella donna e fermarla».

La folgorante battuta è del comico inglese Henny Youngman. Oggi però trovare quella donna non basta più, perché a fare figli ci si sono messi in tanti. Uomini compresi. Come e perché il concepimento sia diventato una pratica trasversale, che va al di là dei sessi, dei generi e dell’età, lo racconta la genetista britannica Aarathi Prasad in Storia naturale del concepimento. Come la scienza può cambiare le regole del sesso (Bollati Boringhieri, pagg. 320, euro 22).

Il sottotitolo contiene, di fatto, la chiave del libro. Perché la tesi di Prasad è che dall’antica idea della donna come madre per natura stiamo entrando in una nuova era della procreazione in cui a dettare legge non è più la natura, ma la scienza e la tecnologia che offrono agli individui una libertà di scelta finora impensabile. Nel senso che la fecondazione assistita sta progressivamente mettendo fuori gioco il pensiero unico della maternità. Quello che dalla notte dei tempi considera la donna il solo essere concepito per concepire.

Un’incubatrice ambulante. Una portatrice passiva. Lo dicono le parole stesse che nelle varie lingue si riferiscono alla generazione. A partire dal latino concipere— da cui il nostro concepimento, il francese e l’inglese conception, lo spagnolo concepción— che significa contenere qualcosa. Fino a termini come il tedesco Empfängnis, ricevere, o l’italiano gestare che ha il senso di portare. Come pure gravidanza, che ha il peso e la fatica nel nome. E persino un vocabolo apparentemente lontano come matrimonio, vuol dire letteralmente “compito della madre”. Un’idea quasi agricola della procreazione, specchio di una natura e di una società entrambe immutabili, che assegnano le parti una volta per tutte. Alla femmina quella di terra da seminare, al maschio il ruolo di seminatore. Proprio così Eschilo chiama il padre.

Eppure, anche prima dell’inseminazione assistita ci sono stati degli esploratori dell’avvenire che sono andati oltre le colonne d’Ercole della procreazione cosiddetta naturale. Nel Cinquecento il grande filosofo e alchimista Paracelso cercò di riprodurre l’origine della vita sigillando del seme maschile in un’ampollina di vetro e magnetizzandolo. Col risultato di ottenere una cosa che assomigliava a un feto. Una via di mezzo tra la larva e l’ectoplasma, chiamata homunculus, da impiantare in una giumenta che avrebbe dovuto fungere da utero in affitto. Insomma Paracelso può essere considerato il precursore della fecondazione in vitro. E il suo homunculus è a tutti gli effetti il cugino Itt di “Superbabe”, soprannome attribuito dall’Evening Newsa Louise Joy Brown, la prima bambina concepita in provetta nel luglio del 1978. E che adesso è sempremeno sola. Visto che negli Stati Uniti a nascere in laboratorio è un bambino su cento. E in Inghilterra addirittura uno su cinquanta.

Cifre che bastano da sole a dare l’idea del terremoto che sta rimettendo in discussione l’universo della parentela. Col risultato di riscrivere le mappe stesse del desiderio di genitorialità. Perché la natura ha smesso di essere la custode unica e inflessibile dei limiti ultimi dell’agire umano. E di conseguenza leggi, religioni e convenzioni sono costrette ad adeguarsi. Per non perdere del tutto il contatto con una realtà che corre più veloce di loro. E che Aarathi Prasad riesce a raccontare in maniera convincente e avvincente. Forte della sua doppia competenza. Quella di scienziata con un PhD in genetica molecolare all’Imperial College di Londra. E quella di autrice di programmi scientifici per Bbc e Channel Four. La sua verve, del resto, si evince dal titolo originale del libro, Like a virgin.

Che fa cortocircuitare la Madonna e Madonna. In nome del parto virginale. Di quella partenogenesi che oggi rappresenta la versione scientifica dell’immacolata concezione. Ma su cui gli uomini non hanno mai smesso di interrogarsi. Con gli strumenti della religione da una parte e con quelli della ricerca dall’altra. Dogma da accettare o enigma da risolvere. Non a caso Nietzsche diceva che tutto nella donna è un enigma, e tutto nella donna ha una soluzione. Che si chiama gravidanza.
Ma se la fecondazione artificiale dai Settanta ad oggi era apparsa uno strumento nuovo e potente nelle mani delle donne, la promessa di una sorta di autarchia generativa, Prasad dimostra che lo scenario sta cambiando velocemente. Nel verso delle pari opportunità riproduttive. Come dimostra il caso di Thomas Beatie, che nel 2008 è stato il primo transgender al mondo a dare alla luce una bambina, dopo essere diventato un maschio — senza però sottoporsi all’isterectomia — con l’aiuto di un ovulo di sua moglie Nancy e lo sperma di un donatore esterno. «Avere un bambino non è né maschile né femminile. È semplicemente umano», ha dichiarato allora ai giornali. E nello stesso anno, in Australia gli scienziati del Dipartimento di medicina del New South Wales, hanno creato il primo utero artificiale servendosi di un oggetto comunissimo ed economicissimo come un contenitore di plastica. Con buona pace della sacralità dell’utero materno. Da quel momento anche i maschietti possono far propria una rivendicazione femminista come «l’utero è mio e me lo gestisco io». E forse in un futuro neanche troppo lontano, il vero uomo sarà quello che affronta coraggiosamente i dolori del parto.””

IL LIBRO Storia naturale del concepimento. Come la scienza può cambiare le regole del sesso, di Aarathi Prasad (Bollati Boringhieri, pagg. 320, euro 22)

Fonte

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