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Sicurezza, diritti e 'la fortezza assediata'. Perché Putin avrà all'ennesimo plebiscito

Danil ha 16 anni, viene da Volgograd, la ex Stalingrado, sogna di entrare nell’esercito e oggi è dispiaciuto. Domenica non potrà andare alle urne per le presidenziali: “Se potessi, però, voterei Vladimir Putin perché sia ancora a lungo a capo della Russia”, racconta dopo aver finito una gara di tiro col fucile, durante il primo forum nazionale del movimento patriottico giovanile Yunarmia, a Mosca.

Danil ha percorso 1.000 chilometri con altri sette amici, per arrivare al raduno dei piccoli soldati di Putin, 200.000 adolescenti e bambini reclutati su base volontaria in tutto il paese, da questa organizzazione paramilitare, fondata due anni fa dal ministero della Difesa per promuovere l’educazione patriottica e la difesa della patria. “Se dovesse arrivare il nemico, sono pronto a battermi con tutte le forze”, dice convinto Danil, senza però riuscire ad argomentare in concreto quale possa essere un nemico del suo paese.

Gli adolescenti russi sono nati e cresciuti sotto Putin, da 18 anni alla guida del paese, non hanno mai visto la guerra, eppure in molti sono convinti che la loro patria abbia bisogno di essere difesa.

La Russia della ‘sindrome della fortezza assediata’

I sociologi la chiamano, “sindrome della fortezza assediata”, ed è l’atteggiamento con cui la maggior parte dei russi voterà domenica per riconfermare Putin, non più semplicemente presidente, ma comandante in capo di un Paese che negli ultimi sei anni ha vissuto una graduale militarizzazione della società, sullo sfondo del crescente scontro con l’Occidente.

L’ideologia della nuova Russia ha curato il trauma del crollo dell’Urss, con il balsamo dell’orgoglio nazionale, basato sulle storiche vittorie militari e il riconquistato ruolo di potenza internazionale, sancito prima di tutto dall’annessione della Crimea, nel 2014, o meglio dalla “riunione” della penisola alla madrepatria come la chiamano a Mosca. L’escalation delle sanzioni occidentali, la squalifica dalle Olimpiadi per il doping di Stato, le accuse di attacchi ai civili in Siria, le punizioni per la presunta interferenza nel voto americano e ora il caso della ex spia avvelenata in Gran Bretagna hanno poi fatto il resto, convincendo i russi che il compromesso ‘meno diritti, più orgoglio nazionale e stabilità’ valga la pena di essere accettato.

La stabilità è stata l’altra promessa, su cui si è fondato il cosiddetto “consenso post-Crimea”, che vede Putin all’80% della popolarità. Non è un caso che le presidenziali siano state spostate al 18 marzo, l’anniversario dell’annessione formale a Mosca della penisola sul Mar Nero, mai riconosciuta dalla comunità internazionale.

Secondo l’analista del Carnegie Center, Andrey Kolesnikov, domenica “non si terranno elezioni nel senso vero del termine, ma la celebrazione dell’identità della Russia post-Crimea”, la dimostrazione che il paese approva il cammino intrapreso dal suo leader.

No Russia, no Putin

Se nel 2012, il ritorno di Vladimir Vladimirovich al Cremlino, dopo i quattro anni da premier, era stato accompagnato dalle prime massicce proteste di piazza della Russia putiniana, con la middle class che chiedeva riforme, maggiore libertà e concorrenza politica, oggi la convinzione è che non possa esserci una Russia senza di lui. Un video circolato sul web e diventato virale, in queste settimane di inesistente campagna elettorale, incoraggia i russi a vincere la loro tradizionale apatia politica e ad andare a votare, per evitare che il paese si trasformi in un posto dove nell’esercito vengono arruolati immigrati africani e le famiglie tradizionali debbano adottare i gay rimasti single.

Il regista sembra suggerire che una Russia senza Putin possa esistere solo come uno scherzo, una parodia, anche se dai contorni inquietanti per i valori del russo medio. “No Russia, no Putin”, è la celebre massima di quello che oggi è il presidente della Duma di Stato, Vyacheslav Volodin, ma che è anche la conseguenza di anni di dura repressione dell’opposizione e delle Ong non controllate dallo Stato.

Stabilità in cambio di meno diritti

La stabilità è il cuore del brand Putin. La paura congenita di molti russi che il cambiamento possa portare caos politico e tracollo economico si spiega con l’associazione della libertà, seguita al crollo dell’Urss negli anni ’90, con i carri armati davanti alla sede del governo e una povertà diffusa. Putin ha salvato il paese dai selvaggi anni ’90, che aveva ereditato dal presidente Boris Eltsin.

Il salvatore della nazione – che oggi gode di un vero culto della personalità, tra calendari e gadget di ogni tipo con la sua immagine, in vendita in tutto il paese – ha effettivamente mantenuto la promessa e la Russia non ha mai più vissuto un default, come quello del 1998, non ci sono state crisi costituzionali come nel 1993, i salari sono aumentati, insieme al prezzo del barile, la crisi economica del 2008 è stata arginata e i russi hanno potuto, per la prima volta, progettare il futuro.

Ma sotto il suo ultimo mandato, il rublo ha perso metà del valore rispetto all’euro, la recessione è durata tre anni, gli stipendi sono al chiodo, l’inflazione è cresciuta, i redditi reali sono crollati e 22 milioni di russi, secondo dati ufficiali, vivono in stato di povertà. Eppure, quando il presidente tra l’ambizione in politica estera e la stabilità interna, basata su una crescita economica, ha scelto la prima, imbarcandosi nell’operazione Crimea e poi Siria, i russi lo hanno seguito e la sua popolarità è solo cresciuta.

L’economia russa però ha bisogno di riforme 

Secondo molti osservatori, proprio le riforme necessarie per modernizzare la Russia e diversificare la sua economia saranno la sfida più grande di questo, probabilmente, ultimo mandato di Putin, impossibilitato a ricandidarsi dopo il 2024.

La strategia economica di Mosca, finora, si è basata su tre pilastri: mantenere a tutti i costi la stabilità macroeconomica, puntando su bassi deficit di bilancio e livelli di debito, come pure sul contenimento dell’inflazione, anche a spese della crescita; l’uso del welfare per comprare il sostegno dei gruppi politicamente più influenti come i pensionati, che rappresentano il 38% dell’elettorato, anche a scapito degli investimenti in innovazione ed istruzione; tolleranza verso il business privato, solo nei settori “non strategici”, affidando allo Stato il controllo delle sfere, come media ed energia, dove affari e politica si intersecano.

Qui è il punto dolente. L’impresa privata, nonostante le promesse formali, fatica a decollare, soffocata dall’utilizzo spregiudicato degli organi di controllo e della giustizia per far fuori i rivali in affari e anche dall’eccessiva presenza e controllo dello Stato, che con ispezioni, multe e processi getta in un incubo burocratico i piccoli e medi imprenditori, come ha denunciato in passato l’ombudsman dei businessman e candidato alle presidenziali, Boris Titov.

Sotto Putin, lo Stato è arrivato a controllare il 71% dell’economia, dal 26-27% che deteneva sotto Eltsin. Il modello Stato-centrico, spiega sempre Kolesnikov, prevede che risorse e proprietà vengano distribuite dal governo, piuttosto che accumulate dal privato cittadino, senza il coinvolgimento dello Stato. In questo contesto, assume ancora più importanza la lealtà al leader che lo Stato regge.

Putin il leader più longevo, secondo solo a Stalin

Putin si avvia a essere il leader più longevo dopo Stalin. Sono di lui, il paese è cambiato profondamente, sia in senso negativo che positivo: è diventato più ricco, più cosciente di sè e potente, ma anche più rigido e isolato.

La Russia ha mostrato i muscoli in Ucraina e in Siria, ma i russi si sentono ancora una volta deboli e vulnerabili e per questo sempre più legati all’uomo che ha promesso di difenderli. Il quarto mandato proseguirà su questo solco, prevede il sociologo e direttore del Levada Centre, Lev Gudkov, ma ci sono delle fragilità. “Il prossimo periodo sarà molto complicato – spiega ad Agi – non ci sarà crescita economica, si rafforzeranno i problemi sociali, perchè il modello economico usato sotto Putin ha ormai esaurito il suo potenziale. Aumenteranno le spese per la Difesa, la sicurezza dello Stato, la polizia e per progetti pomposi come le Olimpiadi di Sochi e i Mondiali di calcio, che per ora non hanno avuto effetti sull’economia. L’ingiustizia sociale è l’unico tema che in prospettiva potrà risvegliare la società. Non succederà nulla di catastrofico, ma il paese subirà un lento degrado”.

A detta del sociologo, l’unica “speranza di un reale cambiamento può arrivare dalla società civile, che sta crescendo” con associazioni di volontariato, gruppi di impegno civico, che anche se colpiti spesso dalla repressione dello Stato, poi rinascono sul web o in altre forme. “Si tratta – conclude Gudkov – di un fenomeno per ora limitato alle grandi e medie città, ma il cambiamento può venire solo da qui”. 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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