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Sinodo: “Con i cattolici comincia una storia nuova”

«Vogliamo scrivere insieme una storia nuova, diversa da quella conflittuale del passato, posta sotto il perdono di Dio». Così il professor Fulvio Ferrario, coordinatore della Commissione per l’ecumenismo delle chiese metodiste e valdesi, ha sintetizzato il significato della lettera a papa Francesco, alla quale ha collaborato. E ieri per tutto il giorno al Sinodo valdese di Torre Pellice in molti, a cominciare dal moderatore Eugenio Bernardini, si sono impegnati a spiegare che nessuno ha mai voluto rifiutare il perdono richiesto dal Pontefice. E Bernardini ha ricordato come lo stesso concetto sia stato più volte evocato nel dibattito sulla Shoah: si apprezzano e si condividono le richieste di perdono, ma non si può negare ciò che è avvenuto nella storia.
«Abbiamo accolto le sue parole con rispetto e commozione, convinti che il perdono sia importante tra cristiani – dice Ferrario – Le nostre Chiese sono disposte a scrivere insieme questa storia, nuova anche per noi». E, anche per Bernardini, al Pontefice sarà chiaro il senso delle parole scritte nella lettera, mentre si attende per venerdì l’arrivo di monsignor Bruno Forte, uno dei teologi ritenuti più vicini a Francesco.
Il cammino ecumenico tra cattolici e valdesi è già iniziato, e ci si aspetta che diventi più intenso, dopo la visita del Papa, a cominciare da temi come l’accoglienza ai migranti, come ha spiegato Maria Bonafede: «Il progetto comune della FCEI e della Comunità di Sant’Egidio per la costituzione di corridoi umanitari tra il Marocco e l’Italia è un altro esempio significativo di un cammino ecumenico che si concretizza nell’azione pratica».
Ma quando si parla di persecuzioni, degli atteggiamenti “non umani” avuti dai cattolici verso i valdesi, a che casa ci si riferisce? Per capirlo, bisogna cercare proprio nelle valli, nei monti e nei prati intorno a Torre Pellice, dove nel 1532 si tenne il Sinodo valdese che aderì alla Riforma, figlio di un movimento pauperista nato nel 1137. Scomunicati da papa Lucio III, i valdesi continuarono ad espandersi, arrivando dalla Francia in Italia e facendo delle Valli del Pinerolese uno dei loro principali rifugi. Tra loro, che predicavano la Bibbia tradotta nelle lingue popolari, vi erano i Barba (zio, in piemontese) e i semplici fedeli. Alla fine del XIII secolo, nessun prete cattolico ammetteva   i valdesi ai sacramenti. E Voltaire ricorda le seimila persone uccise dal Parlamento di Provenza nel 1545. Nel 1561, i valdesi italiani firmarono 1a pace di Cavour, primo esempio di libertà religiosa, che li confinava però oltre i 700 metri di altezza. L’Inquisizione romana appoggiò il Regno di Napoli nei massacri di valdesi in Puglia e in Calabria. E’ nel 1655 arrivarono le Pasque Piemontesi: Vittorio Amedeo II, duca di Savoia, scatenò una “caccia al valdese” che indusse i 2700 superstiti a fuggire verso Ginevra. Trent’anni dopo, con 1’appoggio del re d’Inghilterra Guglielmo III, i valdesi tornano nelle valli: è il Glorioso Rimpatrio. Li guida Enrico Arnaud, pastore e capitano, la cui Statua con tanto di spada è davanti alla casa dove si celebra il Sinodo. Solo nel 1848, con le Lettere Patenti, Carlo Alberto riconosce loro definitivamente i diritti civili e politici.
Vera Schiavazzi

(Repubblica 26 agosto)

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