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Soros, Icahn & C. scommettono contro Draghi

Cari amici, sospendiamo temporaneamente la serie di post dedicata agli aspetti meno noti del crollo della Lehman al fine di poterci soffermare sull’attualità più stringente.
Come forse saprete (qualora non lo sapeste googolate e troverete di tutto e di più) Soros, Icahn e diversi fondi di investimento hanno iniziato a piazzare scommesse aventi ad oggetto l’ ulteriore deterioramento -nel medio/lungo termine- dello scenario macroeconomico europeo e quindi l’indebolimento dell’ € quale valuta e strumento di governance dell’ UE. Le motivazioni alla base di queste operazioni, condotte in un’ottica global macro, sono le più diverse: dalla crisi dei migranti ai contrasti politici in corso tra i vari capi di governo; dal persistere dello scenario deflazionistico al diffondersi di forti sentimenti no-Euro. Insomma, cose note a tutti e risultato ultimo della lucida follia di imporre un regime di cambio rigido ad aree fortemente disomogenee dal punto di vista socio-economico.
Tuttavia, il momento è più serio di quello che appare: checché ne dica l’establishment su stampa e tv, stiamo vivendo una fase in cui ad essere compromessa è la stessa solvibilità del sistema; compromissione che abbiamo percepito come lontana, come latente, solo grazie all’apogeo vissuto –a livello globale- dalle politiche economiche del capitale finanziario, dispiegate dalle varie banche centrali.
In particolar modo, gli strumenti approntati dalla BCE e finalizzati all’ espansione del suo bilancio hanno consentito di attenuare, in parte e solo temporaneamente, le conseguenze delle crisi vissute nel 2008 e nel 2011 (per ciò che concerne la crisi dei debiti sovrani). La Banca Centrale, in altri termini, ha provato a mantenere la solvibilità del sistema ad un livello giudicato sostenibile tanto a livello sociale quanto politico. Draghi, non diversamente dai suoi colleghi, ha dovuto giocoforza assumere il ruolo di regolatore dei conflitti tra i capitali accumulatori di attivi (Paesi “core”) e dunque solvibili e quelli accumulatori di passivi (Paesi periferici) tendenti all’insolvenza. Se ad un livello più alto si fossero attestati i tassi imposti dalla politica monetaria tanto maggiori sarebbero state le difficoltà -ed i fallimenti- dei capitali italiani, portoghesi, spagnoli e greci i quali avrebbero vissuto passivamente -in misura di gran lunga superiore rispetto a quanto già sperimentato- le acquisizioni praticate dai capitali dei Paesi del nord. Da qui, il ruolo di Draghi: garantire il normale processo di concentrazione dei capitali (dove capitale attivo compra capitale passivo) ed al contempo la sua sostenibilità sociopolitica. Infatti, ove il presidente della BCE non avesse implementato l’ easing monetario sperimentato in questi anni, i fallimenti dei capitali del sud sarebbero stati di gran lunga superiori a quelli visti sino ad ora. Una situazione del genere sarebbe andata a tutto vantaggio delle naturali acquisizioni condotte da quelli del nord con conseguente innalzamento del livello di concentrazione complessiva dei capitali. Ove questo scenario si fosse verificato nella pienezza della sua dimensione, quelli del sud avrebbero posto in essere una significativa reazione di natura politica: dal richiedere una qualche modifica dello statuto della BCE, alla limitazione della libera circolazione di merci, persone e capitali, all’abbandono dell’ euro. I capitali del sud, poiché più deboli ed in balia delle acquisizioni ad opera di quelli del nord avrebbero, in ultima analisi, rispolverato il concetto, l’idea, di economia “nazionale”. Ad oggi, tutto ciò non è successo per due motivi:
  1. la BCE ha usato quasi tutto l”armamentario a sua disposizione. Ha imposto tassi zero e negativi (depo rate); ha fatto uso del QE; ha lanciato il CSPP (che verrà condotto anche sul mercato primario); ha, in definitiva, accettato il rischio di contribuire attivamente alla creazione di effetti collaterali potenzialmente letali da un punto di vista finanziario per tentare di salvare il salvabile;
  2. i capitali del sud hanno beneficiato di politiche nazionali volte a comprimere i salari, perseguite attraverso l’indebolimento e/o l’eliminazione delle tutele lavorative esistenti.
In un sistema, quello dell’ UE, creato su misura per i paesi in surplus commerciale la BCE ha dovuto quindi prendere le distanze dalle fondamenta politiche che le hanno dato i natali e che avrebbero richiesto un innalzamento e non un abbassamento delle soglie di solvibilità, tale da favorire la fagocitazione dei capitali più deboli (quelli dei paesi periferici) ad opera di quelli più forti (quelli dei paesi core). Anche in tal senso può essere letta l’insofferenza dei paesi del nord -Germania in testa- nei confronti di Draghi e delle sue politiche.
Nel frattempo, il contesto macroeconomico ha continuato e continua ad essere a dir poco incerto e Draghi, nel tentativo di contenere il livello di insolvenze dei paesi periferici, si è spinto nel territorio molto pericoloso dei tassi zero/negativi (depo rate -0,4%). I tassi zero/negativi, oltre a tutti i noti effetti potenzialmente nefasti a livello finanziario, pongono un problema di natura politica in quanto i Paesi del nord non solo vedono compromessi i rispettivi sistemi pensionistici ma dispongono, più in generale, di “tesoro” che frutta rendimenti negativi (vedi critiche recenti di Schaeuble a Draghi).
In tutto questo, l’economia non riparte. Il QE ha – sino ad ora- clamorosamente fallito i suoi targets in termini di riconduzione dell’inflazione in prossimità del 2% e sia le LTROs che le T-LTROs hanno avuto, come dimostrato in alcuni recenti studi universitari, un impatto economico nullo.
Se il contesto macroeconomico dovesse restare quello attuale o dovesse peggiorare ulteriormente, il livello di insolvenze dei Paesi del sud ritornerebbe a crescere a ritmi più elevati, in costanza di easing monetario e tassi negativi. Draghi, molto probabilmente, ritiene di non poter praticare tassi ancor più negativi perché, ove lo facesse, i Paesi del nord reagirebbero politicamente ad un decisione di tale natura. La coperta, però, sembra essere corta: maggior livelli di insolvenze nei Paesi periferici a fronte di un floor espresso o tacito alla dimensione delle politiche monetarie attuali, spingerà i capitali deboli a chiedere dapprima un ulteriore smantellamento delle residue tutele del lavoro ed in seguito importanti riforme attinenti all’impalcatura stessa dell’ UE e dell’ €. Al contrario, ove Draghi continuasse a gestire tassi zero/negativi (o ancor più negativi) in un contesto macro in deterioramento, saranno i Paesi del nord a voler imporre il loro peso politico, non solo per i rischi di natura prettamente finanziaria/previdenziale ma anche in ragione del fatto che, un eventuale ulteriore accomodamento monetario della Banca Centrale non farebbe altro che rallentare ancor di più il processo di concentrazione dei capitali e dunque le acquisizioni potenzialmente conducibili dai capitali “attivi” a discapito di quelli “passivi”.
In definitiva: ove a spuntarla, da un punto di vista politico, fossero i paesi “core” quelli periferici inizierebbero ad abbracciare -in un’ ottica economica- le tendenze neo-nazionaliste sempre più evidenti a livello politico/sociale; ove a spuntarla fossero quelli periferici e quindi ove Draghi continuasse a fare il Kuroda, quelli “core” potrebbero rompere il quadro politico europeo attuale a difesa dei propri sistemi previdenziali e dei rendimenti del proprio tesoro attualmente pari a zero.
Soros & C. pare abbiano ben chiaro questo scenario e temo che vinceranno, come sempre.
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