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Sotto il segno dei gemelli, mai così tanti in Occidente

I motivi sono l’aumento dell’età delle madri e delle terapie per la fertilità Preziosi per la scienza: permettono di misurare l’influsso di genetica e ambiente.
di Fabio Di Todaro –

Monozigoti I più efficaci per la ricerca. Nelle loro cellule il Dna è analogo: se uno si ammala e l’altro no la risposta va cercata all’esterno

Negli Stati Uniti c’è chi, osservando i dati dal 1980 a oggi, afferma che «ci sono un milione di gemelli di troppo». In Italia i numeri non sono così alti, per rispetto delle proporzioni. Ma anche qui il tasso di parti plurimi è in crescita dal 1990. Nel 2013, anno a cui fanno riferimento le ultime statistiche, nel nostro Paese sono andati in porto 8719 parti gemellari. Ovvero l’1,7 % del totale. Una cifra cospicua, che ha irrobustito l’esercito dei fratelli «identici»: oggi prossimo alle 600 mila unità. Il trend è legato al maggiore ricorso alle tecniche di procreazione assistita e all’aumento medio dell’età materna, fattore che favorisce la nascita di gemelli. «Più avanti si va, maggiore è la tendenza a rilasciare due ovuli anziché uno durante un ciclo» dice Antonietta Stazi, coordinatore del Registro Nazionale Gemelli dell’Istituto Superiore di Sanità, raccontando a Milano l’esperienza italiana di 15 anni di ricerca scientifica sui gemelli. Oltre 27 mila le coppie che hanno già messo a disposizione informazioni su salute e stile di vita. I gemelli sono considerati «merce pregiata» in diversi ambiti: dalla cardiologia alla reumatologia, dalla neurologia alla psichiatria.
Il «Twin Day»
Nell’aula magna della clinica Mangiagalli, di fronte a oltre trenta coppie, s’è fatto il punto sui progressi garantiti dal contributo dei gemelli. «Nessuno più di loro ci permette di scomporre le componenti genetiche e ambientali alla base dei processi fisiologici, ma anche dei meccanismi che regolano l’insorgenza di alcune malattie», spiega Stazi. I più efficaci sono i monozigoti. Nelle loro cellule il Dna è analogo: se uno si ammala e l’altro no la risposta va cercata all’esterno dell’organismo. Diversi i fattori di rischio tenuti sotto osservazione: dal fumo alla dieta, dal grado di attività fisica ai rapporti sociali. Nei gemelli monozigoti, come spiegato da Carlo Selmi, responsabile del reparto di reumatologia dell’Istituto Humanitas di Rozzano, «le differenze aumentano con il passare degli anni: un chiaro segno di come l’epigenetica possa ridisegnare il destino di un gemello e non di un altro». Per esempio nelle malattie autoimmuni. Ma discorsi analoghi possono essere estesi all’invecchiamento, al benessere psicologico, alla salute mentale e a cardiovascolare. Fondamentale è pure il confronto tra coppie di gemelli identici (monozigoti) e fraterni (dizigoti), per stimare in quale misura il patrimonio genetico e i fattori ambientali contribuiscano all’espressione di caratteristiche biologiche e psicologiche.
Il registro nazionale
Gemelli come «cavie», dunque, ma non solo. «Stiamo partendo con due studi mirati a valutare il ruolo della genetica nell’insorgenza del processo aterosclerotico e di sclerosi della valvola aortica – dice Damiano Baldassarre, responsabile dell’unità di studio della morfologia e della funzione arteriosa al centro cardiologico Monzino di Milano -. Alle coppie che forniranno il loro contributo offriremo un’ecografia della carotide, un ecocardiogramma, le analisi del sangue e il calcolo del rischio cardiovascolare globale». L’ampliamento del registro nazionale è un obiettivo condiviso dagli scienziati, che al contempo osservano con attenzione l’aumento dei parti plurimi: in più della metà dei casi le gravidanze si concludono prima della 37esima settimana di gestazione. Importanti sono anche le ricadute sociali di un simile fenomeno. Sempre più spesso capita di incrociare lo sguardo di genitori incanutiti, alla guida di passeggini doppi, se non tripli. «Avere due gemelli è più difficile che avere due figli in altrettanti momenti – chiosa lo psichiatra Paolo Brambilla -. L’importante è non farsi prendere dall’ansia e godersi un momento che spesso è stato atteso per anni».

La Stampa 7.11.16

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