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Sovranisti contro Repubblicani, i poli ai tempi del governo giallo-verde

“Cos’è la destra/cos’è la sinistra?” si arrovellava Giorgio Gaber. Erano tempi di masse, di lotta di classe e di testi gramsciani. Oggi ne è rimasto ben poco, ed ha fatto in tempo a consumarsi anche l’austerity, il liberismo e – forse – il berlusconismo. Insomma, in giro non c’è più molto: del loden blu come di quello verde, delle scarpette bianche da tennis che sono un po’ di destra, ma se portate slacciate e tutte sporche è più da scemi che non di sinistra.  

Fine del bipolarismo come lo ha voluto il secolo passato: benvenuto al nuovo, che pare si stia formando attorno ai due concetti – forse contrapposti, forse no – di sovranismo e repubblicanesimo.

Repubblicani e democratici

Cos’è sovranista? Cos’è repubblicano? Repubblicano, ha spiegato Carlo Calenda in un’intervista recente al Corriere della Sera, è il fronte di “tutti i cittadini che, pur da posizioni diverse, sono uniti nell’obiettivo di difendere la permanenza dell’Italia in Europa e le istituzioni da chi vuole sostituirle con putinismi alla amatriciana e la Casaleggio e associati”. Insomma, europeismo e una certa dose di atlantismo, con una indiretta – e più temperata – difesa del testo della Costituzione del 1948.

Ma basta questo a definire esaurientemente il concetto? Dice la Treccani, che è un po’ come la Cassazione, che il termine repubblicano attiene alla Repubblica, la quale a sua volta “è la forma di governo che si contrappone alla monarchia, dove chi comanda è generalmente uno solo, lo fa ereditariamente, per diritto di nascita e fino alla morte”.  

La congiura del repubblicano Buonarroti

Detto così non c’entra molto. Ma nella storia il termine “repubblicano” indica anche altre cose. Repubblicano era il tentativo del cospiratore Filippo Buonarroti per restaurare le libertà rivoluzionarie in Francia, ai tempi del Consolato. Repubblicana era l’Italia nei sogni spesso infranti di Mazzini. Ed a Mazzini si sono rifatti per decenni gli uomini e le donne del Partito Repubblicano Italiano, formazione moderata spesso al governo con la Democrazia Cristiana: liberale, spesso liberista, tutta per il rigore e nessuna concessione – se possibile – alle sinistre delle piazze. Qualcosa di abbastanza simile al progetto di Calenda, cui infatti il segretario del Pd Martina ha subito risposto con un sì molto condizionato, e Pier Luigi Bersani con un no senza troppe mediazioni. Ma qui la questione non attiene solo l’eredità di Ugo La Malfa, quanto semmai l’eterno gioco ad indovinare la vera natura del Dna del Partito Democratico: ai tempi della Dc si stava al centro guardando a sinistra, il Pd invece è in costante equilibro precario nello stare a sinistra essendo fortissimamente attratto dal centro.

Se un repubblicano guida tutti i sovranisti del mondo

Perché i repubblicani, anche in Francia, adesso appartengono al centro moderato, se non al fronte conservatore. Nel 1976 Jacques Chirac fondava a Parigi il suo Rassemblement pur la Republique, che lo avrebbe portato all’Eliseo sull’onda del ricordo di De Gaulle e per lo scorso del Partito Socialista.  Oggi non esiste più: è confluito una quindicina di anni fa nell’Unione per un Movimento Popolare, trampolino di lancio per Nicholas Sarkozy (un presidente che non si è mai capito quanto fosse repubblicano e quanto sovranista) e poi in una nuova compagine che, senza fronzoli e senza infingimenti, si chiama direttamente I Repubblicani. Parole d’ordine: liberismo, moderazione, Europa. Ci siamo quasi.

Sì, ma poi tutto si complica di nuovo, perché Repubblicano è anche il partito di colui che in questo momento è il Presidente degli Stati Uniti. E Donald Trump è indiscutibilmente il punto di riferimento internazionale di tutti i sovranisti. Aveva promesso i dazi, e li ha messi. Aveva chiesto ai britannici di votare per la Brexit, ed è stato accontentato. Nel suo discorso di insediamento non mancò di dire che il suo compito sarebbe stato quello di restituire il potere al popolo e di far comprare americano, facendo assumere americani. Cinesi ed europei erano avvertiti.

Meglio affrontare l’argomento partendo dall’altro polo del magnete, quello del sovranismo.

Il francesismo che piace nella bergamasca

Sembra che il termine derivi dal francese, anche se ad orecchie italiane abituate a sentire il vocabolo “sovranità” suoni immediatamente familiare. In parole povere, la definizione più completa del sovranismo la dà l’espressione “padroni in casa propria”. Reazione alla globalizzazione forzata, ai mercati che distruggono il lavoro con la robotica o lo spostano con la delocalizzazione. O ti impongono l’hamburger là dove sei abituato a consumare la cena degli ossi. Magari in quel di Bergamo.

Insomma, sempre qualcosa contro. Per usare il linguaggio dei filosofi: la parte destruens è bella chiara, quella construens un po’ meno. 

I critici, in compenso, sono molti. Secondo Bernard Henry Levy, un filosofo anche lui, l’epitome del sovranismo è la vittoria della Brexit al referendum inglese. “Brexit è la vittoria non del popolo, ma del populismo – tuona lui – è la vittoria, in altri termini, del sovranismo più stantio e del nazionalismo più stupido”.

Sovranisti di destra, sovranisti di sinistra

Notava tempo fa l’Economist: “Donald Trump vuole espellere tutti gli immigrati clandestini; Podemos vuole dar loro il diritto di voto.  In Olanda Wilders vuole eliminare le leggi che negano il diritto a dire cose che potrebbero seminare odio. A Varsavia il governo  mette al bando espressioni come ‘In Polonia c’erano i campi di sterminio'”. Come dire: non è che esiste un populismo sovranista di destra, ed un populismo sovranista di sinistra? Una bella confusione. 

Forse perchè certi contorni sono ancora troppo nebulosi, troppo incerti. Anche se lo stesso avrebbe potuto dirsi a metà dell’Ottocento proprio di destra e sinistra, che poi nascono nel pieno alveo dei sistemi parlamentari: indicavano nient’altro se non il punto dell’emiciclo su cui andavano ad accoccolarsi i rappresentanti del popolo, a seconda se fossero per il nuovo o per l’antico regime. Roba concreta, elementare, come il legno ed il cuoio che costituiscono il materiale di un seggio senatoriale.

Se un’idea è qualcosa da mangiare

No, ancora troppo fumo, troppe incertezze. E allora torna in mente Gaber, con i suoi dubbi. Cantava: “Un’idea, un concetto, un’idea/finché resta un’idea/è soltanto un’astrazione./Se potessi mangiare un’idea/avrei fatto la mia rivoluzione”.

Pensiero forse anche questo sovranista, sicuramente repubblicano, certo molto concreto. Persino marxista (“Prima il mangiare, poi il pensare”), o brechtiano (“Prima vien la trippa, poi vien la virtù”). Ma Marx non era morto un secolo e mezzo fa? Sì, e con lui le ideologie, e gli opposti estremismi, le tesi gramsciane e l’eterno conflitto tra destra e sinistra.

Che pare sempre superato, e invece è sempre lì, pronto a riesplodere come se fosse iniziato tutto ieri. Sovranamente.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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