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Sovranità eguale o servitù della fede?

Di ANTONIO CECERE e GIULIANO FERRARA

Ne “La guerra del sacro. Terrorismo, laicità e democrazia radicale” (Cortina 2016), Paolo Flores d’Arcais si pone in netta continuità con le tesi dell’illuminismo enciclopedista: l’obbedienza a Dio è in contrasto con le dimensioni dell’autonomia e della sovranità eguale. Per questo bisogna estrometterla dal dia-logos democratico. Pubblichiamo due interventi di Antonio Cecere e Giuliano Ferrara che da punti di vista differenti discutono le tesi del libro del direttore di MicroMega.

La guerra del sacro (contro le religioni nello spazio pubblico)

di Antonio Cecere

La tesi più rilevante di d’Arcais in La guerra del sacro. Terrorismo, laicità e democrazia radicale (Cortina 2016), che mette subito in chiaro quale sia oggi la vera posta in gioco, è che la sfida virulenta del fanatismo religioso non è al mondo intero ma all’universo delle libertà civili nate dai lumi e dal disincanto.

Le nostre società democratiche hanno garantito la libertà di religione lasciando crescere una subdola opposizione ai valori della modernità, alle conquiste dei diritti civili e alle autonomie degli individui. Il linguaggio politico attuale è spesso incerto ed inadeguato alla sfida: le conquiste civili che hanno aperto la strada all’autonomia completa delle donne vengono messe da parte quando si tratta di giustificare la sottomissione delle mogli islamiche in nome della diversità culturale. Se fossimo coerenti con i nostri valori laici metteremmo in chiaro che non c’è posto per una doppia morale nella Polis, respingeremmo l’assurda volontà di chi vorrebbe rendere una parentesi l’intera modernità, restaurando l’obbedienza a Dio contro la libertà dell’uomo, l’universo della sottomissione contro l’orizzonte dell’emancipazione.

Su un altro argomento chiave si muove la lucida analisi di D’Arcais: la libertà di critica e di espressione non può arrestarsi difronte alle richieste di rispetto per la sensibilità dei credenti. Infatti, l’autore osserva che il disincanto che concede al sacro, anche in dosi omeopatiche, una posizione di privilegio che consenta di non essere posto a critica pubblica, in realtà cede e si scava la fossa. Non è possibile porre un limite alla Critica, altrimenti si rischia di generare una nuova eteronomia che spegne la libertà individuale. Tra autonomia ed eteronomia c’è in gioco l’autorità dell’individuo su se stesso: nella città non c’è spazio per due autorità (quella di Dio e quella del cittadino), una volta che il credente che invoca la restrizione del rispetto pretende che la sua sensibilità all’offesa diventi parametro di censura sovrana, non ci sarà più possibilità per l’individuo di essere realmente libero di esprimersi. La libertà assoluta di critica è l’unica garanzia per l’autonomia del singolo contro le autorità politiche e religiose e non c’è possibilità di mediazione: la libertà è capacità per ognuno di critica oppure non è niente, e non si può sostenere “credo nella libertà di parola ma la gente dovrebbe comportarsi bene, non dovrebbe offendere il credo altrui”. La libertà di parola una volta limitata smette di essere un’occasione di confronto e di crescita in virtù del fatto che si stabilisce una gerarchia di valori e un’autorità di controllo e di punizione in grado di soffocare ogni libero pensiero.

Su questi argomenti D’Arcais si pone in continuità con una delle più importanti scuole del pensiero  laico occidentale, quella dell’illuminismo enciclopedista.

Nel 1761 l’Enciclopedista Nicolas Antoine Boulanger scrisse un libro il cui titolo  oggi suona come attuale: Recherches sur l’origine du despotisme oriental, in cui metteva in risalto il fatto che il dispotismo è sempre stato una forma politica sorretta dalla classe sacerdotale e che la Teocrazia di stampo orientale ne è il paradigma di riferimento. Questo saggio è ricordato soprattutto per la prefazione del più famoso filosofo e direttore dell’Encyclopédie, il quale, in quest’occasione, usò per la priva volta l’espressione filosofia politica per indicare un progetto di società a che nasceva dalla riflessione di alcuni intellettuali, forse il primo caso di ideologia.

Questa prefazione è un vero e proprio manifesto politico in cui Diderot propone che lo Stato privi la Chiesa del carattere di istituzione pubblica e che i governi debbano prestare attenzione alle tesi dei filosofi riguardo alle questioni della politica. Sempre Diderot nel 1774 scriverà con grande lucidità nel saggio Discorso di un filosofo a un Re che esiste un’incompatibilità fra la gestione del bene pubblico e la presenza dei preti negli affari di Stato.

In un incipit davvero magistrale scriveva: “Sire se volete preti non volete filosofi, e se volete filosofi non volete preti; perché essendo gli uni per condizione amici della ragione e i promotori della scienza, e gli altri nemici della ragione e fautori dell’ignoranza, se i primo fanno il bene i secondi fanno il male; e voi non volete nello stesso tempo il bene e il male”. Il bene pubblico è ragionevolezza, ricerca delle migliori condizioni di vita per ognuno, saggia ripartizione di risorse disponibili e possibilità di condivisione dello spazio comune in un’ottica di serena comprensione dell’altro. Queste visioni del Bene pubblico non possono convivere con teorie dogmatiche sorrette da gerarchie autoreferenziali che si attribuiscono l’esclusiva di una qualche verità eterna. Non si può giustificare la repressione della blasfemia con l’offesa all’altro perché quando io sono libero di irridere la tua fede comunque con il mio scherno non ti impedisco affatto di praticarla, mentre se tu mi vieti di dire ad alta voce la mia idea allora ogni credente diventa titolare di un diritto di censura instaurando così una dittatura della fede sulla capacità di dialogo dell’uomo comune. In una società in cui il Vicario di Cristo, quel profeta del “porgi l’altra guancia”, ci ricorda che: “si può avere questa libertà (di parola) – ma senza offendere – perché è vero che non si può reagire con la violenza, ma se uno offende mia madre gli spetta un pugno”, allora bisogna riprendere il discorso di Diderot e tornare ad innalzare i filosofi – fautori della ragione- contro i preti pugili e oppressori, per poter sperare in una società libera per chiunque. Il libro di D’Arcais offre nel sesto capitolo un’analisi attenta circa lo strano atteggiamento della nostra civiltà attuale in cui è lo stesso Occidente che si autocensura, trasformando la politica del rispetto in un’arma efficace contro la libertà di critica.

Il capitolo inquietante è l’ottavo (La sharia è fra noi), in cui D’Arcais espone con preoccupazione l’avanzare di un’istruzione parallela nelle scuole tedesche, in cui le famiglie e le moschee riescono a far differenziare i programmi di istruzione per le bambine e per i ragazzi musulmani. In pratica un’ingerenza delle autorità religiose in merito alla formazione culturale degli alunni di fede musulmana, un po’ come da noi accade con l’ingerenza della chiesa nelle scuole pubbliche in cui la didattica è intervallata dall’ora di religione, dalle feste e dalle ritualità della Chiesa che si fa baluardo di una resistenza al libero sviluppo critico dei ragazzi. Tutta questa riflessione porta il nostro autore a riconsiderare una tesi molto famosa di Marcel Gauchet, il quale sosteneva, a metà degli anni Ottanta del Novecento, l’idea che la storia della religione è eminentemente una storia della politica. Da questa prospettiva, Gauchet sottolinea l’evoluzione della storia umana attraverso un inesorabile distacco dell’uomo dalla religione, la quale perde il proprio primato di fonte di autorità e di regole. Se nella prima età civile tutte le leggi di una comunità erano le stesse regole contenute nei dogmi della religione, successivamente si è assistito a una costante divaricazione fra il piano delle regole divine e quelle che l’uomo si auto impone. Questo distacco progressivo è il disincanto che ha contraddistinto la civiltà occidentale favorendone il progresso scientifico e civile. Secondo D’Arcais, però, il disincanto non ha vinto e se L’uscita dalla religione non è ancora conclusa, addirittura La rivincita di Dio è ancora possibile.

In conclusione mi trovo d’accordo con l’autore quando sostiene che esiste una strada maestra per risanare la ferita che il fondamentalismo religioso ha riaperto all’interno della società contemporanea ed è quella  esiliare Dio dalla scena pubblica. Infatti, nel sedicesimo capitolo del libro, l’autore sottolinea che una società è laica solo quando non vi sono concessioni alla influenza del sacro. Dio è onnipotente e non può essere invocato ad intermittenza nostro piacimento, la fede è impedimento al dialogo fra chi crede e chi invece è lontano dalla parola di Dio. Non vi può essere un accordo fra chi reputa una verità come assoluta e chi invece tenta di trovare un perché in ogni aspetto dell’esistenza umana e nelle relazioni sociali. I tifosi di una laicità che magnificano positiva perché “arricchita” dalla contaminazione con la pluralità del sacro dimenticano che una volta ammesso Dio nella dimora comune non si può pretendere che sia il Dio che piace a noi. Se la presenza del Dio è positiva lo sarà sempre, che sia invocata dall’imam intransigente o che sia invocata dal prete di campagna. Solo in una società in cui è ammesso come normale il peccato mortale dei propri cittadini e che non sia considerata scandalosa la blasfemia, all’interno di una coerente libertà di espressione, si può pensare che esista una vera uguaglianza fra chi crede e chi non crede. In questa società ognuno sarà libero di seguire un proprio piano di vita e sarà in grado di sviluppare un’esistenza autentica e non eterodiretta dalle interpretazioni di sacerdoti di un sacro che ha ripreso a uccidere e a distruggere la vita pacifica della nostra civiltà. Paolo Flores D’Arcais ci ricorda che con la democrazia abbiamo promesso eguale diritto al perseguimento della felicità. Questo assunto è un chiaro monito a chi ancora pensa possibile determinare lo spazio pubblico, partendo da posizioni di privilegio morale e auto-riferendo a se stessi una qualche autorità superiore in nome di un Dio che si pensa di rappresentare.

Questo libro non è solo interessante per lo sviluppo di una seria e coerente riflessione sul rapporto fra Democrazia radicale e le aporie del sacro, questo libro è uno scritto militante per chi pensa che sia ancora possibile lottare per la libertà e l’uguaglianza fra gli uomini che sono il presupposto per una esistenza comune di fraternità.

L’oscurantismo religioso che continua a uccidere manda in frantumi l’illusione delle nostre democrazie-senza-democrazia che vorrebbero continuare a crogiolarsi nello scarto fra le promesse ricamate nelle Costituzioni e la pratiche degli establishment che quotidianamente le offendono, fingendo che non vi sia un vero grado di separazione fra una struttura politica che si fonda sul dialogo e una comunità che derivi dall’autorità di una parola imposta dall’alto.

La democrazia è integrazione di tutti alle condizioni dei valori costituzionali e delle libertà universali che si ottengono solo sradicando la sudditanza degli uomini, da ogni pregiudizio. La modernità occidentale è, invece, rispetto per la possibilità di ognuno di scegliersi il proprio orizzonte di vita in un sereno confronto con le decisioni e le convinzioni di chiunque altro.

Per questi motivi l’autore asserisce con vigore che per conservare la nostra civiltà democratica dobbiamo espellere Dio dal discorso pubblico, accompagnando ogni azione politica con un instancabile impegno per l’uguaglianza sociale, la rimozione della povertà e per l’allargamento della libertà di espressione al fine di dare seguito alle promesse della modernità laica e libertaria.

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Elogio di un giacobino libertino, con postille politicamente scorrette

di Giuliano Ferrara, da Il Foglio, 17 Gennaio 2016

Tra Stalin e Trotsky, mai un’esitazione per me: Stalin. Tra Voltaire e il Papa, letteratura brillante e devozione: Papa e devozione. Tra Paolo Flores d’Arcais e Karima El Mahroug: lei. Ora la mia recente abiura del politicamente corretto, alla quale alcuni credono con la letteralità non ironica di una lettura molto affrettata, mi porta a leggere annuendo l’ultima opera di Paolo Flores per i tipi di Raffaello Cortina editore: “La guerra del Sacro – Terrorismo, laicità e democrazia radicale”. Annuendo, ecco.

Flores scrive che Tariq Ramadan, il consigliori dell’occidente imbolsito in fatto di islam europeo e circonvicini, è una lingua biforcuta. Già scritto mille volte, già detto in tv, sarebbe una perdita di tempo per me ripeterlo. Ora Flores lo picchia, e mi fa sangue e mi risparmia perdite di tempo: picchia il suo sussiegoso “sconsiglio” pedagogico per la lapidazione della donna, picchia il suo anatema sessuofobico per le piscine miste (“perché tu vai lì e vedi quel che inevitabilmente ti attira”), picchia lo sport femminile come tabù (“non devono svelare il loro corpo agli uomini”), insomma picchia, spiega Colonia prima di Colonia, e non dimentica di considerare una millanteria l’affermazione di Tariq secondo la quale l’islam non vuole convertire nessuno in Europa. Bum!

Con mia piena soddisfazione Flores bistratta senza ineleganze alla Trump anche Martha Nussbaum, filosofa amerloque (copyright Matzneff) che si porta nel politicamente correttissimo, che teorizza il multitutto iperculturale e dimentica Thomas Jefferson, filosofa che ha idee piuttosto confuse e molto ben confezionate per un pubblico di confusi, roba da premio Nobel, glielo commineranno di sicuro, sezione chimica della storia. Sono soddisfazioni anche queste. Per non parlare del punto di partenza molto volterriano: Charlie Hebdo.

Flores non cita il “pugno” di Papa Francesco a chi parla male della mia mamma, se non vado errato, è a suo modo misericordioso, perché anche Voltaire scriveva con qualche genuflessione ai papi, come racconta Antonio Gurrado nel suo libro sull’illuminista cattolico. Ma Flores passa in rassegna tutte o quasi le sconcezze denunciate dal Foglio, da Giulio Meotti e da tutti noi per tanti anni (saranno venti compiuti il 30 gennaio, si entra nel nostro ventunesimo secolo con un formidabile direttore millennial, e una certa sobrietà celebrativa: siamo laici superstiziosi). Insomma, che un giacobino, un darwinista, uno scientista, un libertario, un democratico radicale, un membro del club azionista di Repubblica – cioè il mio avversario diretto da tempo immemorabile – faccia per me una parte del lavoro di ricapitolazione dei nostri giudizi storici, intorno ai quali il giornale è nato ed è vissuto e vive, è un bel farci contenti. Ne parleremo insieme nel simpatico bordello chiamato festival del giornalismo, e con reciproco godimento, in aprile, spero.

Flores però ha una fissazione. Lo scontro è tra il religioso e l’irreligioso, Cristo e Dio padre non c’entrano, la civiltà occidentale presa di mira è quella evoluzionista, non creazionista, non biblica, non evangelica. Scrive che bisogna esiliare Dio dalla vita pubblica, quella è l’unica soluzione, sulla cui praticabilità non mi esprimo, ci tengo alla mia vita eterna, sono un lettore di Dante Alighieri. L’islam di Flores è nemico di crociati ed ebrei in senso metaforico, in realtà il musulmano ce l’ha con i giacobini e tutti gli adepti di una completa secolarizzazione e decristianizzazione dell’occidente: bella trovata, se non fosse integralmente falsa. Non per malafede, sia chiaro, per passione filosofica, quindi forse è peggio.

Che solo una società cristianamente laica e misericordiosa (a parte l’enormità di Francesco sul “pugno”, espressione pochissimo giubilare) possa ospitare vignette e libertini, questo è un problema che non lo sfiora nemmeno. Che Cristo predicasse l’amore del nemico e il perdono dell’adultera (“va’ e non peccare più, nemmeno io ti condanno”), che la chiesa sia stata passabilmente politica e violenta, in difesa e all’attacco talvolta, ma per fiorire a una nozione personalistica e liberale del moderno, attraverso la distinzione tra peccato e reato che fonda la laicità dello stato, anche grazie al contributo di gesuiti, erasmiani, riformatori, controriformatori trentini e illuministi di vario conio, certo, ma non esclusivamente grazie a loro, che il cuore della civiltà sotto attacco sia fondamentalisticamente diversamente credente rispetto al cuore della civiltà all’attacco, quella coranica, quella fondata su espansione e guerra agli infedeli, questo Flores non vuole sentirselo dire, gli sconvolge il paradigma irreligioso della critica del sacro e della valorizzazione del dissacrante. E va bene.

Non vorrà nemmeno sentirsi dire da un vecchio stalinista di riporto come me che il progetto di esiliare Dio dalla vita pubblica si è realizzato per secoli nelle società giacobino comuniste naziste, ha tagliato un sacco di teste, forse troppe, e ha generato con il gas i più grandi totalitarismi della storia, criminogeni, anche questo non gli piacerà sentirselo rinfacciare. Al crocifisso e alla kippah noi ci teniamo. Ma c’è tempo, se ne parlerà in aprile, il più crudele dei mesi che genera lillà da terra morta e mescola memoria e desiderio. Auguri al libro con questa cartolina dalla mia personale terrasanta.

http://ilrasoiodioccam-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2016/04/06/sovranita-eguale-o-servitu-della-fede/

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