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Speciale pedofilia – PEDOFILIA CLERICALE: IMPOSSIBILE TACERE

Allineandosi all’orientamento della stampa nazionale ed oltre, anche “Il Corriere delle Donne” spezza il silenzio sul devastante fenomeno della pedofilia clericale e mette in campo le sue specialiste. Quello che segue, infatti, è uno speciale a più voci che si conclude con un’intervista a Francesco Zanardi, fondatore della Rete L’Abuso.
La pedofilia nella Chiesa è opera del diavolo – dice Bergoglio – è una malattia diabolica… dobbiamo esserne convinti per curarla. I pedofili vanno capiti e perdonati”.
Ma davanti al dato statistico che la pratica della pedofilia clericale è diffusa in tutto il mondo ed ha proporzioni spaventose, l’opinione pubblica è ormai profondamente indignata e non condivide queste affermazioni assolutorie, al contrario, le ritiene i soliti inflazionati escamotage per continuare a coprire i pedofili e aiutarli a sottrarsi alla giustizia.
La chiesa cattolica si ritrova dunque come non mai, sotto il fuoco incrociato delle vittime che non sono più disposte a subire in silenzio, della stampa che sbatte i pedofili in prima pagina, dei tribunali che li processano, degli specialisti che smentiscono il presunto disturbo mentale, e perfino di una parte della stessa chiesa cattolica che, tramite i suoi studiosi/teologi/filosofi, prende le distanze dalla morbida e generica definizione di “atti impuri” riferita al gravissimo reato della pedofilia, e inchioda il Vaticano alle sue responsabilità.
La pedofilia – scrive Federico Tulli, giornalista e autore di “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” – non è un vizio, la pedofilia non è un atto di lussuria, la pedofilia non è un peccato e tanto meno un delitto contro la morale o un’offesa alla castità come dice il Catechismo. La pedofilia è un crimine violentissimo contro persone inermi”. E cominciamo con l’avvocata Elena Salemi.
La parola pedofilia, termine derivante dal tema greco παῖς (bambino) e φιλία (amicizia, affetto), indica un torbido interesse erotico di bambini e neonati. Per gli adolescenti si parla invece di pederastia. L’una e l’altra non sono certamente un male dei giorni nostri, al contrario sono nate con l’uomo. Si pensi che nell’antica Grecia, e in particolare ad Atene, le relazioni omosessuali con gli adolescenti facevano parte degli usi e costumi della società. In particolare Atene si distingueva per le norme sulla pederastia. Così come oggi molti padri incestuosi sostengono che “insegnano alle figlie come si fa”, analogamente gli ateniesi sostenevano che l’amore, anche fisico, che poteva legare un adulto a un giovinetto, favorisse la trasmissione del sapere e delle leggi della città nonché la saggezza del pederasta acquisita con l’età. Ciò che interessava del ragazzo, si diceva, non era la sessualità in sé, quanto la sua formazione e lo sviluppo della sua personalità, così che la pederastia non soltanto era accettata ma, addirittura, considerata una componente utile e plausibile del rapporto docente-discente.
Oggi la pederastia è un tipo di rapporto estraneo alla nostra mentalità e si differenzia sia dall’omosessualità che dalla pedofilia così come noi le intendiamo, in quanto gli ateniesi di allora rivolgevano la loro attenzione soltanto ai ragazzi puberi, che, però, dovevano essere consenzienti.
Il sesso con soggetti pre-puberi, (pedofilia), era punito con condanne severe, fino alla pena di morte.
Tuttavia, in questo contesto culturale, crescere ad Atene significava spesso, anche per i più piccoli, essere esposti alle aggressioni dei maschi adulti tanto che il legislatore fu costretto a promulgare una legge che vietava agli insegnanti e agli allenatori di aprire aule e palestre prima dell’alba e che imponeva di chiuderle prima del tramonto onde evitare che si trovassero al buio con i loro piccoli alunni.  Ma in barba a tutte le misure di prevenzione, la pedofilia non ha mai smesso di essere praticata in tutti i luoghi dove sono presenti bambini: famiglie, centri religiosi, oratori, scuole d’infanzia, associazioni giovanili.
Considerato inoltre che la pedofilia non implica necessariamente il contatto fisico col bambino e che può manifestarsi con atti di esibizionismo o mediante la riproduzione di materiale pedopornografico, ecc., la diffusione dei reati ad essa collegati è considerata elevatissima: addirittura dal 10 al 30% circa dei bambini subisce molestie sessuali entro i 18 anni. Pressoché superfluo aggiungere che le vittime più numerose sono le bambine che costituiscono ben l’88% del totale! E poiché dovunque la società è dominata dagli uomini, gli stati (governati fino a ieri interamente al maschile) hanno preso coscienza del problema sotto il profilo giuridico solo in tempi relativamente recenti. Si pensi che nel 1874, negli Stati Uniti, per proteggere una bambina dai maltrattamenti che subiva in famiglia, non si trovò alcun altro strumento che rivolgersi alla Società per la protezione degli animali. Solo nel 1924 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite approvò la dichiarazione dei diritti del bambino, i cui principi furono aggiornati nel 1959 per poi giungere nel 1989 la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Ma sebbene, le femminucce siano sempre state le principali vittime di abusi sessuali, soltanto nel 1997 nasce finalmente la Carta dei diritti della bambina e della ragazza.
Va detto che in Italia, il tema dell’abuso sessuale nei confronti dei minori, e della pedofilia on line, ha sempre suscitato particolare attenzione da parte del legislatore, tant’è che in poco più di un decennio sono stati emanati diversi provvedimenti normativi.
La legge 15 febbraio 1996 n. 66, intitolata “Norme contro la violenza sessuale”, ha disciplinato per la prima volta anche il fenomeno della pedofilia introducendo nel codice penale varie fattispecie di reato relative proprio alla violenza sessuale. La successiva legge 3 agosto 1998 n. 269, intitolata “Norme contro lo sfruttamento della prostituzione, della pornografia, del turismo sessuale in danno di minori, quali nuove forme di riduzione in schiavitù”, è stato onorato l’impegno assunto dall’Italia in sede di adesione alla Convenzione sui diritti del fanciullo di New York del 1989.
Sono state introdotte nel capo del codice penale dedicato ai “delitti contro la libertà individuale” ed, in particolare, fra i “delitti contro la personalità individuale”, le nuove fattispecie di reato di cui agli artt. 600 bis (“prostituzione minorile”), 600 ter e 600 quater (“pornografia minorile”) e 600 quinquies (“iniziative turistiche volte allo sfruttamento della prostituzione minorile”).
Al Servizio di polizia postale e delle comunicazioni, organo tecnico del Ministero dell’Interno per la regolarità e per la sicurezza delle comunicazioni, è stata conferita dalla legge competenza esclusiva a compiere indagini “sotto-copertura” al fine di contrastare i reati attinenti la pornografia infantile commessi mediante sistemi informatici o mezzi di comunicazione telematica.

L’arcivescovo di Los Angeles cardinale Roger Michael Mahony. Accusato di aver coperto preti pedofili, nel luglio del 2007 ha chiesto pubblicamente scusa (?) per gli abusi commessi dai preti della sua diocesi su 508 vittime (!)

La legge 6 febbraio 2006 n. 38, entrata in vigore il 2 marzo successivo, intitolata “Disposizioni in materia di lotta contro lo sfruttamento sessuale dei bambini e la pedopornografia anche a mezzo Internet”.

Con tale legge sono stati posti nuovi strumenti a disposizione delle forze di polizia e dell’autorità giudiziaria impegnati nell’attività di prevenzione e di repressione dello sfruttamento sessuale dei minori e della pedopornografia anche a mezzo Internet, con il diretto coinvolgimento di tutti quei soggetti, pubblici e privati, che possono svolgere un ruolo prezioso nell’azione d’individuazione e di blocco dei siti telematici che diffondono materiale pedopornografico e in quella di contrasto della commercializzazione on line del materiale stesso.
La legge 18 marzo 2008 n. 48 di ratifica alla “Convenzione del Consiglio d’Europa sulla criminalità informatica” adottata a Budapest il 23 novembre 2001, ha introdotto nella materia significative novità a livello processuale attraverso l’inserimento, nell’art. 51 del codice di procedura penale, del comma 3 quinquies che attribuisce all’Ufficio del pubblico ministero presso il capoluogo del distretto (procure distrettuali) la competenza in ordine ai reati informatici e in materia di pedopornografia. Una competenza che riguarda non solo le fattispecie di reato dei computer-crime in senso stretto, ma anche quelle disciplinate dagli artt. 600 bis, ter, quater e quinquies.
Va infine segnalato che della linee guida sul comportamento degli operatori professionali nei casi di abusi sessuali sui minori ci vengono fornite dalla Carta di Noto, un documento prodotto nel 1996 e aggiornato nel 2002 in un convegno a Noto sul processo penale nei casi di abuso sessuale sui minori. La Carta di Noto è stata scritta in collaborazione tra diverse figure professionali: avvocati, magistrati e psicologi.
Per tutto quanto detto fin qui, sostenere che la pedofilia è un disturbo mentale serve soltanto a chi spera di scagionare i pedofili, ma per fortuna in Italia e probabilmente in tutti i paesi del mondo, la  copiosa produzione di leggi sta a testimoniare che pedofilia è ritenuta esattamente quello che è: un reato fra i più gravi e ripugnanti commessi dall’uomo.
Le denunce ormai marciano al ritmo di 600 all’anno, cioè quasi due al giorno. I risarcimenti alle vittime parlano di cifre stellari. La sola Chiesa degli Stati Uniti ha pagato nell’ultimo decennio, quasi 3 miliardi di dollari. In Australia il 7% dei preti cattolici è accusato di aver commesso abusi sessuali su minori. Queste cifre ufficiali si riferiscono all’emerso. Impossibile sondare il sommerso…
I pedofili non guariscono. Lo afferma lo psicologo che cura, fra gli altri, anche i preti che abusano di minorenni. Per questo, spiega, non è prudente lasciarli al loro incarico. A mezzo chilometro dalla Basilica di San Pietro, in Vaticano, lavora un professionista che conosce i più cupi segreti di alcuni membri del clero. Non è un confessore ma un clinico. Poco meno di sessant’anni, origini pugliesi, uomo di scienza prima che uomo di fede, Aureliano Pacciolla insegna psicologia della personalità alla Lumsa ed è psicoterapeuta orientato verso l’ipnosi e il cognitivismo. Dirige la collana Psicologia e interdisciplinarità dell’editore Laurus Robuffo ed è consulente tecnico del tribunale di Roma e della Sacra rota. Il suo campo d’azione specifico riguarda l’abuso sessuale: in particolare l’abuso su minorenni e la pedofilia.
Ma se vero è che in questi ultimi anni sono tanti e sempre di più gli italiani che si allontanano dalla chiesa cattolica (si stimano intorno agli 8 milioni), è altrettanto vero che lo zoccolo duro dei cattolici ultrà continuano imperterriti a darle credito e fiducia …per non parlare dei tanti politici genuflessi davanti all’enorme e goloso bacino di voti di cui dispone il Vaticano.
E adesso la parola alla psicologa Dott.ssa Fabiana Forte
Una delle ferite più atroci inflitta all’infanzia è senza alcun dubbio l’abuso sessuale. Si tratta di un trauma che purtroppo, per chi lo ha subito, è sempre molto difficile da superare e che può essere il coinvolgimento in atti sessuali con un adulto, ma anche sfruttamento sessuale tramite la prostituzione oppure la pedopornografia (Organizzazione Mondiale della Sanità, 1999).
Quando si parla di atti sessuali, infatti, si fa riferimento non solo al rapporto fisico diretto ma anche a tutto ciò che a che fare con la sfera della sessualità e che non prevede il contatto fisico come ad esempio l’esposizione ad immagini e discorsi osceni e inappropriati. La gravità del fenomeno risiede inoltre nel fatto che in nessun caso un bambino può essere consenziente a causa della differenza di età e del ruolo rispetto all’adulto che lo abusa. Un adulto che ne viola i diritti e ne ostacola o interrompe una crescita sana e armonica (Caffo et al. 2004).
I dati ISTAT più recenti ci dicono che in Italia nel 2015 le denunce all’Autorità Giudiziaria sono state: 505 per atti sessuali con minorenne (+11 rispetto al 2014), 148 per corruzione di minorenne, 614 per pornografia minorile e detenzione di materiale pedopornografico (+70 rispetto al 2014), e che il fenomeno rischia di essere più ampio e pervasivo delle cifre ufficiali.
Le conseguenze dell’abuso sessuale infantile sono rilevanti; le ricerche parlano di problemi di tipo depressivo e ansioso, disturbi del comportamento e problemi nella vita sentimentale e sessuale. Gli studi hanno anche registrato veri e propri cambiamenti a livello cerebrale perché per la vittima è difficile dare un significato personale agli eventi vissuti e integrare all’interno della propria identità in sviluppo le esperienze dolorose del passato (Van der Kolk, 2004).
La tematica dell’abuso sessuale infantile si interseca con un’altra altrettanto ampia e complessa, ovvero quella di chi viola i diritti del minore e che con il proprio comportamento ne ostacola lo sviluppo armonico.
Accade molto frequentemente, soprattutto nel linguaggio comune, ma anche in quello giornalistico, definire “pedofilo” l’adulto abusante. In realtà, secondo la criminologia, il soggetto che agisce comportamenti sessuali nei confronti di un bambino o adolescente si definisce innanzitutto “child molester”. Occorrerebbe stare molto attenti e non confondere le due definizioni, perché anche se per molti versi possono sovrapporsi, implicano importanti differenze.
Un individuo infatti può agire comportamenti sessuali nei confronti di un minore anche solo per curiosità o perché gli si presenta l’opportunità ma questo non significa che sia necessariamente un pedofilo nel senso clinico del termine. Per comprendere il senso clinico del termine “pedofilo” possiamo fare riferimento al manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM 5) – un sistema di classificazione dei disturbi mentali e relativi criteri – che all’interno del capitolo denominato “disturbi parafilici” descrive, tra gli altri, il “disturbo pedofilico” (American Psychiatric Association, 2014).
Questo disturbo si contraddistingue essenzialmente per la presenza di due aspetti essenziali:
– eccitazione sessuale ricorrente ed intensa che si manifesta attraverso desideri, fantasie e comportamenti (per almeno sei mesi) e che comportano attività sessuale con un bambino;
– l’individuo ha agito questi desideri sessuali, oppure desideri e fantasie causano disagio o difficoltà nei rapporti interpersonali.
Sulla base di questi criteri diagnostici appare evidente che un “pedofilo” in senso clinico, ovvero un soggetto con disturbo pedofilico, potrebbe non mettere mai in atto le fantasie e desideri sessuali nei confronti di un bambino e quindi non diventare mai un child molester, nonostante nella realtà questo accada di frequente (Casale et al. 2014). Spesso questi soggetti giustificano i propri comportamenti abusanti con la convinzione distorta secondo la quale avrebbero valore educativo, o che il bambino ne ricava piacere, oppure che il bambino era sessualmente provocante. In alcuni casi limitano le loro attività ai propri figli, figliastri e comunque nella cerchia parentale, altre volte preferiscono scegliere le loro vittime fuori dal contesto familiare. Alcuni minacciano il bambino affinché non parli, altri giungono a sviluppare complesse e contorte strategie per avere accesso ai bambini.
Con il passare degli anni il disturbo pedofilico può aumentare o diminuire, sulla base della presenza di alcuni elementi come la vergogna, il senso di colpa, l’isolamento, la frustrazione sessuale, la compromissione psicosociale o la propensione ad interagire sessualmente con i bambini (APA, 2014).
E’ chiaro che quando si parla di disturbo inevitabilmente ci si interroga sulle possibilità di trattamento. Da molto tempo tuttavia è noto che il trattamento di questa condizione è estremamente difficile (Adams, 1980) in quanto nella maggior parte dei casi l’individuo si percepisce in sintonia con i propri comportamenti, sentimenti e idee e quindi non ne prova alcun disagio. Questo è il motivo principale per il quale i soggetti che chiedono volontariamente un trattamento sono molto pochi (Lorand, 1968). In alcuni casi può accadere perfino che l’intervento sia richiesto al fine di confermare a sé stessi e agli altri di essere “malati” oppure quando, sotto pressioni esterne, quali ad esempio crisi coniugali o cause giudiziarie, il soggetto considera le conseguenze sociali delle proprie attività più gravi della rinuncia ai suoi istinti (Gabbard, 1995).
Occorre a questo punto fare una riflessione sul testo a cui si è fatto riferimento per la descrizione del disturbo pedofilico – il DSM – un testo che è stato progettato principalmente per essere utilizzato da clinici e ricercatori. Ciò nonostante, se utilizzato in modo appropriato, questo manuale può essere di aiuto a coloro i quali prendono decisioni legali, in quanto fornisce un compendio ampio e articolato basato sulla letteratura clinica e scientifica. Gli autori mettono tuttavia in guardia sul rischio di utilizzare in modo improprio le informazioni diagnostiche in ambito forense, cioè di strumentalizzarle per una facile assoluzione.
Nella maggior parte dei casi infatti la diagnosi clinica di un disturbo mentale, da sola, non può dimostrare in alcun modo che l’individuo è o era incapace di controllare il proprio comportamento in uno specifico momento, anche se la diminuzione del controllo degli impulsi è una caratteristica propria del disturbo. Dal punto di vista penalistico quindi, il fatto che l’eventuale presenza di disturbo pedofilico possa ridurre temporaneamente la capacità di inibire la pulsione sessuale verso un bambino, non esclude la responsabilità del soggetto che non ha intrapreso per tempo opportune contromisure verso una condizione, che, nella definizione clinica del DSM e in base a quanto riportato dalla letteratura, è preceduto da un crescendo di sintomi eccitatori che, a causa della loro intensità e durata nel tempo, il soggetto ha perfettamente avvertito.
In conclusione la valutazione della condotta di chi commette un abuso sessuale su un minore, trattandosi di un crimine odioso, richiede estrema attenzione. E’ infatti fuorviante e distorta la convinzione e affermazione che chi si macchi di un siffatto crimine sia necessariamente un soggetto “malato”. Non solo perché essere un child molester non implica inequivocabilmente l’avere un disturbo pedofilico ma anche perché l’eventuale presenza di una condizione psicopatologica non dimostra mai a priori l’impossibilità per quel soggetto di controllare la propria condotta abusante in un dato momento.
Se ci soffermiamo solo per un attimo a riflettere, potremmo forse affermare in maniera analoga e altrettanto semplicistica che chi ruba è sempre un cleptomane?
Francesco Zanardi l’uomo che fa tremare il Vaticano
Francesco Zanardi è il fondatore e presidente dell’associazione onlus Rete l’abuso, ha 47 anni, vive a Savona e ha una voglia inarrestabile di dire la verità. Una verità che colpisce, spiazza e imbarazza. Da 15 anni, infatti, si occupa di denunciare i sacerdoti pedofili. La sua Onlus offre assistenza legale e psicologica alle vittime e i suoi familiari. E offre anche tanti dati troppo poco divulgati. L’associazione è composta unicamente da persone che hanno subito violenze da sacerdoti. I casi in Italia accertati sono tanti, incredibilmente e drammaticamente tanti. E sebbene la mappa non sia completa, rende l’idea.
Tra i pedofili condannati, ci sono molti preti? Se sì, di che percentuali parliamo?
La percentuale è certo alta. Dati certi non esistono ad oggi. In una recente intervista che Papa Bergoglio ha rilasciato a Eugenio Scalfari, la pedofilia in seno alla chiesa cattolica si dovrebbe aggirare attorno a 2%. Ma il fatto più grave non è questo.
E qual è allora?
Il fatto che un pedofilo “normale” molesta durante la sua “attività” circa 5, 6 bambini. Un prete può fare 70 vittime…o 200 come pare sia “riuscito” Padre Murphy in una scuola del Wisconsin.
Come mai avviene questo?
Molto spesso i casi che riguardano i sacerdoti pedofili sono insabbiati. Le vittime se hanno la forza di denunciare, lo fanno in età adulta.
Anche a lei è successo questo: perché si è deciso a denunciare?
Dopo anni ho raccontato ad un’amica quello che avevo vissuto. Lei mi ha convinto a denunciare.
E’ riuscito a superare il trauma?
No, ho imparato a conviverci, a 40 anni diventa difficile superare il trauma.
Se si denuncia la violenza fin da subito cosa cambia?
Prima, si interviene, migliori saranno le possibilità di recupero.
Come agisce il pedofilo?
Intanto sfatiamo un mito. Il pedofilo non è una persona malata. Ha una grave deviazione della personalità, certo, ma non è uno sciocco o uno sprovveduto. Lavora in modo astuto e circoscritto. Quando non è un familiare, lavora prima sulla fiducia e la stima dei familiari.
Chi sono le sue vittime?
Spesso bambine, ma anche bambini. Molto spesso il pedofilo colpisce famiglie povere.
Perché quelle povere?
Perché sono più facilmente manovrabili, o per ignoranza o perché, più facilmente, se ne può comprare il silenzio. Anche con mille euro.
Perché ci sono tanti casi insabbiati tra i preti pedofili?
Per più motivi, anche per motivi legali.
Come mai legali?
Oggi grazie ai patti Lateranensi, quando la magistratura indaga su un sacerdote, deve prima avvisare il vescovo. Molto spesso il Vescovo avverte o trasferisce il presunto colpevole e così stronca le indagini.
No, mi faccia capire bene: se parte una denuncia su un educatore la magistratura indaga in un modo, se la denuncia riguarda un prete indaga in un altro modo?
Esattamente.
Ed è legale?
Certo, grazie al protocollo, la magistratura prima deve segnalare il caso al vescovo. E il vescovo non ha alcun obbligo di denunciare. Questo succede spesso in Italia.
L’Italia allora è un paradiso per i sacerdoti pedofili?
Sì. Nella nostra mappa i puntini neri sono i preti condannati all’estero e nascosti in Italia.
Ci sono altre carenze nel nostro paese?
Molte. Mancano dati e informazioni. Nel 2007 durante il Governo Prodi si stanziarono svariati milioni di Euro per adeguare il nostro paese con un database sugli abusi sessuali a danno dei minori. Ma non esiste ancora oggi. Non è mai stata creata una commissione parlamentare d’inchiesta che quantifichi il fenomeno. Infine manca una cultura della prevenzione. Con una buona prevenzione faremmo passi da gigante.
Prevenzione per chi? Per i genitori?
Anche ai bambini. Se si informano i bambini su quali tipi di discorsi e comportamenti dovrebbero segnalare alla mamma, al papà o ad un adulto di riferimento, si potrebbe fare molto.
Perché tanti pedofili tra i sacerdoti?
Tanti bambini entrano in seminario all’età di dieci, undici anni, nel pieno dello sviluppo fisico e sessuale. In seminario l’erezione si condanna e viene punita come qualcosa di mostruoso, per non parlare della masturbazione. Quando il normale è fatto vivere come una colpa continua e come qualcosa di mostruoso, poi le devianze diventano tante.
Tra i protestanti ci sono meno pedofili?
Si e non perché i protestanti si sposano ma perché in generale c’è una cultura sessuale non repressiva.
C’è differenza tra un pedofilo e un pedofilo prete?
Si, rispetto alla tutela legale, come abbiamo già detto, ma anche dal punto di vista sociale.
In che senso sociale?
Quando si accerta un prete pedofilo, molto spesso, la comunità lo difende. Questo non accade quando il pedofilo fa un altro lavoro, anzi frequentemente viene lapidato.
Non si accetta socialmente che un prete faccia del male ai bambini?
Si, ci sono molto condizionamenti anche tra le vittime. Vittime che facevano o fanno parte della comunità cattolica.
Papa Francesco ha avviato un dialogo e un’indagine interna rispetto ai pedofili interni alla chiesa. Cosa ne pensa?
Penso che al momento siano solo parole, nei fatti non sta facendo nulla. Le vittime che noi seguiamo, che sono oltre 500, hanno scritto al papa. Tutti quanti. Non c’è stata risposta. Ciononostante in tanti continuano a sperare. E’ difficile da accettare, ma è ora che l’Italia cambi e si adegui al resto d’Europa.
(Tratto da Rete l’abuso)
 Per avere un’idea delle dimensioni del fenomeno, consigliamo questo film
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