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Srebrenica, mattatoio della guerra balcanica

Roma – Srebrenica è passata alla storia (nera) dell’ex Jugoslavia per il massacro compiuto dalle forze serbo-bosniache contro la popolazione musulmana nel luglio del 1995. Il bilancio finale fu stimato in oltre 8mila morti, tutti i maschi fra i 14 e i 65 anni, che vennero divisi dalle donne, uccisi e sepolti in fosse comuni. La presenza delle forze Onu in città non servi’ a scongiurare la carneficina. Anzi, è stata riconosciuta la responsabilità dei caschi blu olandesi del battaglione Dutchbat che il 13 luglio consegnarono 300 uomini rifugiatisi nella loro base di Potocari, alla periferia della città, insieme ad altri 5.000 musulmani bosniaci, in cambio della della liberazione di 14 loro commilitoni tenuti in ostaggio dai serbo-bosniaci.

Nel 1993, due anni dopo lo scoppio del conflitto in Slovenia, che segnò l’inizio della disgregazione della Federazione jugoslava, vivevano nell’enclave di Srebrenica circa 40.000 bosniaci di religione musulmana: fra loro c’erano molti sfollati provenienti da altre citta’ e della regione. Un duro assedio impedi’ a chi viveva a Srebrenica di lasciare la cittadina. La presenza dei caschi blu nella vicina Potocari garanti’ che la citta’ non capitolasse definitivamente. Il 30 maggio del 1995, l’Onu stabili’ che i reparti di interposizione dei caschi blu, non essendo autorizzati a usare la forza, non dovessero svolgere ruoli attivi, dando via libera all’esercito serbo-bosniaco guidato da Ratko Mladic che il 9 luglio bombardò la città. Due giorni dopo, i serbo-bosniaci si fecero consegnare le armi dai caschi blu olandesi ed entrarono coi mezzi blindati dell’Onu nell’abitato di Srebrenica, ingannando la popolazione. Tra le immagini che sono rimaste nella memoria collettiva, quella grottesca di Mladic che si avvicina a un bambino biondo musulmano di una decina di anni, lo accarezza sulla testa e gli consegna una barretta di cioccolato. Il genocidio si consumò nel giro di due settimane fra rastrellamenti, uccisioni, stupri e fughe in massa di donne, vecchi e bambini verso Tuzla. Tutti i maschi fra i 14 e i 65 anni furono divisi dalle donne e condotti in località vicine dove furono trucidati e sepolti in fosse comuni. Per cancellare le tracce del massacro i resti delle vittime furono disseppelliti e dispersi nei boschi. Ancora oggi, a 21 anni dalla mattanza, di molte vittime non si sa nulla, i resti ancora sotto terra da qualche parte. (AGI)

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