TwitterFacebookGoogle+

“Staccate la spina a Marlise”. Il caso che divide gli Usa

Articolo di Sonia Renzini (Unità 26.1.14)

“”Alla fine la pietà ha avuto la meglio. Negli Stati Uniti il tribunale della contea di Tarrant ha imposto all’ospedale John Peter Smith di Fort Woth in Texas di staccare la spina lunedì prossimo (entro le 17, la mezzanotte italiana) a una donna morta cerebralmente, ma incinta e dunque per la legge del Texas approvata nel 1989 (ma emendata 10 anni dopo), costretta a essere mantenuta in vita. Dei 31 Stati Usa che limitano il potere di staccare la spina a donne incinte terminali, il Texas è tra i 12 che prevedono le norme più restrittive. Con buona pace della volontà della donna e dei suoi familiari, visto che la famiglia si è detta contraria fin dall’inizio: il marito 26enne Erick Munoz, infermiere come la moglie, sostiene che mai e poi mai la sua compagna avrebbe voluto essere tenuta in vita artificialmente, per di più sapendo che il feto, ora alla ventiduesima settimana, non avrebbe comunque nessuna possibilità di sopravvivenza. I periti della famiglia hanno rivelato in tribunale che il feto soffre di gravi malformazioni dovute alla mancanza di ossigeno subita al momento dell’embolia polmonare della madre è stata evidenziata sofferenza da idrocefalo e un possibile problema al cuore e non sarebbe in grado di sopravvivere autonomamente, come in effetti riconoscono anche i medici dell’ospedale dove è ricoverata la donna.
OTTO SETTIMANE DA INCUBO Tutto è cominciato lo scorso 26 novembre quando Marlise Munoz di 33 anni e incinta di 14 settimane si è alzata in piena notte per scaldare un po’ di latte al figlio primogenito di 15 mesi. Colpita da un aneurisma cerebrale, è stata trovata due ore dopo in stato di incoscienza dal marito che l’ha portata all’ospedale dove è stata subito dichiarata clinicamente morta, ma nonostante questo attaccata ai respiratori.
Il giudice R. H. Wallace ora dà ragione alla famiglia, dichiara finalmente la donna morta non solo fisiologicamente, ma anche legalmente, e sostiene che l’ospedale ha sbagliato ad applicare la legge texana perché Marlise doveva già essere considerata morta. La famiglia vince così la sua prima battaglia legale dopo un braccio di ferro di due mesi. Certo c’è sempre la possibilità che l’ospedale decida di fare ricorso. Ma al di là degli sviluppi della vicenda la decisione è destinata a fare giurisprudenza in America.
La tragica sorte della 33enne ha diviso il Paese e riaperto un dibattito controverso. In tribunale l’avvocato dell’ospedale Larry M. Thompson ha ammesso sì che la donna fosse clinicamente morta, ma ha anche ribadito che la legge punta a proteggere il feto sempre e comunque e non solo a tutelare la madre, aggiungendo che secondo il Codice penale texano un feto è vivo in ogni fase della gestazione, dalla fecondazione alla nascita. Dopodiché ha menzionato un disegno di legge sostenuto dal governatore Rick Perry e approvato lo scorso anno che vieta aborti dopo 20 settimane di gravidanza, proprio perché si basa sulla teoria che il feto può sentire dolore in quella fase. Una tesi prontamente respinta dall’avvocato della famiglia Heather L. King per cui in base a questo principio, i soccorritori sul luogo di un incidente dovrebbero sottoporre ogni donna a un test di gravidanza per essere certi di non infrangere la legge. «Invece, le donne con un figlio in grembo muoiono ogni giorno e quando muoiono, il feto muore con loro. Così è sempre stato e così dovrebbe essere», ha detto. E il giudice le ha dato ragione.””

Fonte

Questo sito non rappresenta una testata giornalistica; viene aggiornato saltuariamente e non può quindi considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge 62 del 07/03/2001. Inoltre viene utilizzato materiale tratto da siti/blog che possono essere ritenuti di dominio pubblico. Se per qualsiasi motivo gli autori del suddetto materiale, o persone citate nello stesso non gradissero, è sufficiente una email all'indirizzo apocalisselaica[@]gmail.com e provvederemo immediatamente alla rimozione.