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Stai zitta e va’ in cucina: breve storia del maschilismo in politica

Un libro, Stai zitta e va’ in cucina, racconta la storia del maschilismo in politica da Togliatti a Grillo. Scritto da Filippo Maria Battaglia  è un compendio insieme grottesco e sorprendente, utile soprattutto a donne e giovani donne che poco conoscono la storia della prima repubblica e la sua ideologia.
di Elisabetta Ambrosi –

Dai padri costituenti ai presidenti della Repubblica, dal Pc alla Dc, da Berlusconi ai 5 Stelle: la “storia degli insulti, delle discriminazioni e dei pregiudizi nei confronti delle donne è un racconto trasversale, scandaloso, spesso involontariamente umoristico, scritto interamente da maschi”. È l’incipit del libro Stai zitta e va’ in cucina. Breve storia del maschilismo in politica da Togliatti a Grillo, scritto da Filippo Maria Battaglia (edito da Boringhieri). Un compendio insieme grottesco e sorprendente, utile soprattutto a donne e giovani donne che poco conoscono la storia della prima repubblica e la sua ideologia.

Il libro parte infatti dal secondo dopoguerra e dall’ondata di maschilismo che si verifica quando gli uomini tornano dalla guerra. “Soldati e prigionieri sopravvissuti devono fare i conti con mogli e madri ormai abituate a fare da capofamiglia e impegnate a lavorare come postine, spazzine, dipendenti comunali”. Molte, spiega l’autore, furono spinte a tornare a casa sotto i colpi dello slogan “via le donne dalle fabbriche” e della convinzione, ancora forte, che il ruolo della donna fosse quello di moglie e madre. Ma è soprattutto tra gli scranni del Parlamento che il maschilismo trova ampia sponda. Già il diritto di voto alle donne, concesso nel 1945, crea malumori nella classe politica del tempo: “È stato giusto che sia stata data questa parità, ma è evidente che non penserete di venire a ripetere in campo politico, sociale, economico, intellettuale, quelle stesse cose che facciamo noi uomini” dice il presidente del consiglio Ferruccio Parri ad un’associazione di donne di sinistra (ma non è il solo a pensarla così).

Le donne nell’Assemblea Costituente sono solo 21 su 556: le parlamentari vengono messe sotto osservazione, sia dal punto di vista fisico che della “regolarità” della loro posizione matrimoniale. L’attenzione ai comportamenti di iscritte ed elette è forte anche a sinistra, dove alle donne sono chieste castità e castigatezza, tanto che, ad esempio, a Gisella Floreanini del Pc – e ministra dell’Assistenza nella Repubblica partigiana d’Ossola – viene preclusa la Costituente a causa della convivenza con un altro uomo e di un divorzio ottenuto in Svizzera.

Tra battaglia per la Costituzione e sentenze retrograde
La battaglia tra uomo e donna si trasferisce anche nella scrittura della Costituzione. Mentre sull’art. 51, che disciplina l’accesso ai pubblici uffici e alle cariche elettive prevedendo che tutti i cittadini possano accedervi in “condizioni di uguaglianza”, le parlamentari riescono a far saltare la dicitura “conformemente alle loro attitudini”  a favore di quella “secondo i requisiti stabiliti dalla legge” (una dicitura che tuttavia sbarrerà per un quindicennio l’accesso alla magistratura delle donne),nell’articolo 29 viene sancita “l’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi” ma “con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare”. La giurisprudenza di quegli anni segue l’ideologia maschilista, tanto che nel 1953 la corte d’Appello di Firenze sentenzia che “l’aver taciuto allo sposo la perdita della verginità costituisce ingiuria che giustifica la separazione per colpa della moglie”, mentre nel 1965 la Cassazione stabilisce che non commette “abuso dell’esercizio di potestà maritale” l’uomo che esige “il sacrificio dell’attività professionale” della moglie, se questa venga “esercitata in contrasto con i doveri imposti della società coniugale”. Nel 1961 la presidenza del Consiglio sollecita l’avvocatura di Stato a difendere la norma “di epoca fascista che prevede che l’infedeltà coniugale sia più grave nel caso della donna che dell’uomo. “Surreale”, nota l’autore, “la spiegazione”: “il pensiero della madre tra le braccia di un estraneo determina nei giovani figli un maggiore turbamento rispetto a quello del padre fedifrago”.

Esiste poi un maschilismo soft, che la sociologia chiama “sessismo benevolo”, “un insieme di atteggiamento elogiativi nel tono ma che riduce l’interlocutrice a una macchietta, con l’obiettivo di tenerla sotto controllo”. Le donne sono amabili, gentili, delicate buone, care, sensibili, dolci, e per questo devono ricoprire il ruolo che più si addice a queste qualità. La sensibilità diventa il grimaldello per ostacolare l’emancipazione femminile. Il nemico si chiama sessualità, tanto che nel ‘59 alle donne era precluso di accedere ad alcuni scavi di Pompei.

Dalla legge Merlin a divorzio e aborto
A metà degli anni cinquanta sarà la legge Merlin, che prevede l’abolizione delle case chiuse, a scatenare insulti sessisti, che vedono nelle prostitute mai vittime, ma donne consenzienti e viziose. “L’uomo in quanto tale deve copulare, la donna no, sentenzia il senatore socialdemocratico Nino Mazzoni durante il dibattito sulla legge Merlin.
L’altro fronte dove il maschilismo mostra il suo volto più becero è quello che riguarda la discussione sul divorzio. Sono in molti i parlamentari a sostenere che il divorzio vada in sfavore della donna, perché il marito potrebbe innamorarsi e fuggire con una più giovane, mentre per altri, come Giovanni Giraudo, le donne più deboli potrebbero cadere “nella prostituzione, nel suicidio, nella pazzia”. Lo stesso vale per l’aborto. “Favorisce lo sfruttamento irresponsabile degli uomini” che si disinteressano delle conseguenze di un rapporto, spiega un senatore della Südtiroler Volkspartei, mentre per la Dc e altri partiti si tratta di una scelta edonistica della donna che pensa al puro piacere fisico.
Nel 1979 un disegno di legge di iniziativa popolare stabilisce che la violenza carnale non sia più reato contro la morale, ma contro la persona: incredibilmente viene approvata solo nel 1996, così come il cosiddetto matrimonio riparatore sopravvissuto fino al 1981.

Seconda repubblica, se l’ingiuria diventa diretta
Nella seconda repubblica domina invece soprattutto l’ingiuria diretta a connotazione sessuale. “Mignotta e zoccola abbondano”, scrive l’autore. “Il binomio donna-sesso salta ogni perifrasi e arriva all’elettore senza filtri”. Si passa da “la Lega ce l’ha duro” all’aneddotica sterminata di Silvio Berlusconi (bastino due esempi: «Be’? Ma l’hai toccata? Hai visto che gnocca che ti è venuta addosso? Le hai messo almeno le mani sul culo?», domanda rivolta a Paolo Guzzanti durante una convention di Forza Italia; e il celebre “culona inchiavabile” rivolto alla Merkel che fa il giro di tv e siti di tutto il mondo). Ma Berlusconi non è certo un caso isolato. Ad esempio uno dei suoi bersagli preferiti, Rosy Bindi, è insultata anche da Storace (“Non è neppure una donna”),da Francesco Cossiga e Beppe Grillo. E a proposito di 5 stelle: il deputato Massimo De Rosa si rivolge alle colleghe del Pd dicendo loro “Siete qui solo perché siete brave a fare pompini». Sul fronte bioetico, poi, la situazione è drammatica. Valga solo l’esempio di Paolo Armaroli di An: A chi gli chiede un parere sull’eterologa, il costituzionalista risponde: «Come può un marito ammettere che la propria moglie, seppure con una siringa, si metta dentro lo sperma di un altro uomo?».

Gli aneddoti, spiega l’autore, sono infiniti. C’è da ridere, ma non troppo. È questo pittoresco maschilismo che fa sì, come si legge alla fine del libro, che per avere una ministra (Tina Anselmi)  si debba aspettare il luglio del 1976, il 1979 per avere una donna presidente per la camera (Nilde Iotti),il 1978 perché una donna prenda un voto per il Colle. E ancora oggi  l’Italia si colloca dietro Paesi come Bangladesh, Mozambico, Bulgaria e Costarica quanto a parità di genere in politica: non abbiamo mai avuto un premier donna né una presidente della Repubblica, mentre nei comuni e nelle regioni la percentuale femminile è poco più del dieci per cento. La presenza di ministre nel governo Renzi nasconde il fatto che poi tra capigruppo, presidenti di commissioni, uffici di presidenza si scenda dal 30% al 16% e al 27% se si considerano anche gli incarichi di ministri e sottosegretari. Insomma non c’è nessuna speranza? Per l’autore sta nel rinnovato interesse dei giovani in politica. Qui le differenze di genere sono quasi irrilevanti. È a loro, conclude, che spetta l’onere del cambiamento.

23 FRASI POLITICHE MASCHILISTE

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