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Storia del magistrato accusato di imporre la minigonna alle allieve

Avrebbero obbligato le allieve a presentarsi ai corsi con un rigido dress code – minigonna e tacchi a spillo – e avrebbero preteso che non fossero sposate, sottoponendo test di valutazione dei partner in caso di fidanzamento per decidere se assegnare loro una borsa di studio di “fascia A” o “fascia B”.

Non solo. Ci sarebbe stato poi anche il vincolo di riservatezza assoluto e altre limitazioni. Per esempio “il direttore scientifico poteva – scrive il Fatto – esporre in pubblico la vita personale della borsista inadempiente, durante le lezioni e negli articoli”. Queste le accuse costate al Consigliere di Stato Francesco Bellomo, direttore della scuola per aspiranti magistrati “Diritto e Scienza“, e al pubblico ministero di Rovigo, Davide Nalin, suo stretto collaboratore, una procedura cautelare al Csm che potrebbe costare loro la sospensione delle funzioni e dello stipendio. Accuse che provengono dal padre di un’allieva, la quale avrebbe intrattenuto una relazione con Bellomo, e che l’interessato respinge. 

La denuncia da cui tutto è partito

“Chi lo conosce sa che respinge al mittente ogni richiesta di intervista, forte del rispetto dovuto al Consiglio di Stato, il massimo organo della giustizia amministrativa nel quale è inserito da anni. Eccolo il giudice Francesco Bellomo, pugliese di nascita, romano d’adozione, finito al centro di un procedimento disciplinare dinanzi all’organo di presidenza del Consiglio di Stato per una storia che, se non fosse una cosa seria, sarebbe degna di entrare in una sorta di B movie anni ’80” scrive il Mattino, “ma su cosa si sono riuniti i membri dell’organo di autogoverno della giustizia amministrativa? Si parte da una lagnanza firmata dal padre di una ex allieva del giudice Bellomo, in uno degli affollati corsi di formazione in diritto amministrativo tenuti dal giudice per conto della società ‘Diritto e scienza’. Una lagnanza, uno sfogo di un genitore, che non ha mai ritenuto opportuno firmare una denuncia penale, ma che punta l’indice contro l’attività di docente del magistrato”.

Un bizzarro contratto per i borsisti

Dopo le indagini, leggiamo sul Giornale, il Consiglio di Presidenza della giustizia amministrativa ha approvato la destituzione di Bellomo perché il contratto per i borsisti “non rispetta la libertà e la dignità della persona“. Ora si attende l’adunanza dei consiglieri per ratificare (o meno) la decisione. Il Consiglio accusa il direttore della scuola di aver “violato il prestigio della magistratura” e lo fa presentando quattro addebiti principali, riassunti in un documento finale che il Fatto riporta oggi in edicola.

“Risulta che era il consigliere Bellomo a sottoporre a colloquio gli aspiranti a tale borsa di studio e a selezionarli – si legge – L’ accesso alle borse di studio comportava per i borsisti la sottoscrizione di un vero e proprio contratto. Il contratto prevede numerosi impegni nell’interesse della società, tra cui la scrittura di articoli per la rivista Diritto e Scienza, la partecipazione a studi e convegni, la promozione dell’immagine della società”.

Ma non solo. “È emerso – si legge nel documento – che conteneva una clausola limitativa relativa a matrimonio e fidanzamento: decadenza in caso di matrimonio; fidanzamento consentito solo se il/la fidanzato/a risultasse avere un quoziente intellettuale pari o superiore a un certo standard. 

Competeva al consigliere stabilire se i fidanzati o fidanzate dei o delle borsiste superassero il quoziente minimo necessario per essere fidanzati e/o ammessi/e (ciò appare particolarmente significativo). È stato poi dichiarato che, allegato a tale contratto, vi fosse un documento contenente il cosiddetto dress code, che prevede diversi tipi di abbigliamento dei borsisti a seconda delle occasioni. Per l’abbigliamento femminile si fa anche menzione alla diversa lunghezza della gonna, del tipo di calze e del tipo di trucco”. In un caso, inoltre, Bellomo avrebbe chiesto ad una borsista, intenzionata a lasciare il fidanzato per ottenere la borsa di studio di fascia A, di “sottoscrivere un contratto con il quale si impegnava a corrispondergli 100mila euro se non avesse tenuto fede a questa decisione”.

Bellomo: “Solo una vicenda di costume”

“Non posso raccontare i fatti, perché sono tenuto al silenzio, ma non sono come li hanno descritti. Anche se lo fossero però sarebbe solo una vicenda di costume”, spiega al Corriere Bellomo, “datemi la possibilità di contro-esaminare chi mi accusa e usciranno dall’aula piangendo per le menzogne che hanno detto“. 

Ma il padre della ragazza non lo teme. “Lui ha denunciato anche me. È la sua tecnica, fa terra bruciata. Ma io devo difendere mia figlia., spiega al quotidiano, “lei era stata insieme con Bellomo (a questo punto non so quanto volontariamente o per contratto). Com’era successo anche ad altre, lui poi raccontava particolari intimi delle sue relazioni sulla rivista a disposizione degli studenti”.

“Peggio della gogna del web”, prosegue l’uomo, “perché poi i tuoi compagni sanno se hai dormito con questo o l’altro, se sei stata brava, se il tuo fidanzato è un deficiente. Era obbligata al segreto. Sapeva che lui fa causa e le vince tutte e la clausola era da 100mila euro. Quando non voleva più andare è stata denunciata anche lei. Ma una borsa di studio non dovrebbe essere un premio a cui poter rinunciare? Invece lui l’ha fatta cercare dai carabinieri. Noi non sapevamo nulla. La vedevamo deperire. È alta 1,72 era arrivata a 41 chili. Un giorno, all’arrivo dei carabinieri, è svenuta. L’abbiamo dovuta ricoverare. A quel punto ho cominciato a investigare”.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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