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Storia del mito di Frankenstein e della ragazzina che lo creò mentre pioveva

Non ha compiuto ancora diciannove anni e quella storia la scrive per scommessa come un gioco fra quattro amici annoiati. Quando pubblica, sono appena cinquecento copie, neppure si firma. Mary non lo sa, ma dal labile stato di grazia che le mosse la mano – e non eguaglierà mai più nella vita – è nato un libro che è molto più d’un libro.

Sarà spettacolo, sarà cinema, sarà tragedia e parodia il suo “Frankenstein”, che cambierà per sempre la visione del mondo. Qualsiasi dibattito bioetico, sui limiti e le possibilità della scienza, su robotica, clonazione, sulle radici della vita, sull’uomo come Dio se Dio c’è, qualsiasi cosa del genere tra il 1818 – quando esce il romanzo – e l’oggi del 2018 potrà essere riferibile a quel libro che resta imprescindibile.

La vendetta dell’aquila

E’ l’animazione di un archetipo, l’istituzione di un personaggio che ha pochissimi pari da Omero a adesso, né guardiamo alla Grecia per caso, perché il titolo completo del romanzo è “Frankenstein; or, The Modern Prometheus” con esplicito richiamo al mito dell’eroe che rubò il fuoco agli dèi e fu per questo, incatenato a una colonna, tormentato dall’aquila celeste per un tempo senza fine.

Frankenstein nel libro non è il Mostro, ma il Dottore che lo plasma sfidando le leggi della vita, però il pubblico li confonderà finendo per dare alla creatura il nome del creatore. Perché i due si inseguiranno col dubbio su chi sia la preda e chi sia il cacciatore e l’uno si travaserà nell’altro.

Mary Wollstonecrafat Godwin era figlia di un filosofo illuminato e sociale, oggi si direbbe progressista, e fu sua madre una protofemminista che morì troppo presto per coltivare la ragazza. Lei passò sotto il governo di una mediocre matrigna, che forse perciò le attizzò quella scintilla da Gatta Cenerentola che impara (per difendersi) come si graffia bene.
 

Per pioggia e per noia

Arriva assai presto l’amore per il poeta Percy Bysshe Shelley con cui scappa assieme alla sorella avviando una sorta di bohème ante litteram in un circolo di personaggi bizzarri e geniali. Si ritrova con loro nell’estate 1816 in Svizzera e lì, con l’aiuto delle circostanze (che i più chiamano “caso”) scatta il genio. Perché vicino di casa degli Shelley è nientemeno il poeta George Gordon Byron, che là si trova col medico curante John Polidori.

Ed è perché, racconterà in séguito Mary, quell’estate fu “umida e inclemente, e una pioggia che non finiva mai ci confinava spesso in casa per giorni”.  E nella casa – sempre circostanze – trovano certe novelle di spettri.

Chiusi dentro per la pioggia, annoiati ma eccitati dalle pagine lette, s’inventano un gioco: “Ognuno di noi scriverà una storia di fantasmi” dice Byron. La proposta è accettata. Byron compone il poema “Mazeppa”, Shelley abbozza una bella prosa che si smorza nella mancanza di trama, Polidori concepisce “Il vampiro” (che ancora si ristampa, ma non sfonderà i confini letterari). Lei, la ragazzina che ha assorbe silenziosa le conversazioni degli intellettuali, trasferisce sulle pagine una paurosa illusione.

E’ quella – attraversa l’Europa del periodo – di rianimare morti con la galvanizzazione, ed è vero che i cadaveri si muovono, si contorcono e terrorizzano gli spettatori dei teatri anatomici prelusivi del cinema horror, ma si tratta dell’effimero effetto dell’elettricità.
 

Prima degli altri

Non c’è, non ce l’hanno quegli inglesi under the belt il mito ebraico del Golem, l’Imperfetto, che pure è creatura animata con l’artifizio e bisognerà aspettare cent’anni quasi esatti, fino a Gustav Meyrink nel 1915, per regalarlo alla letteratura quindi al cinema, ma sarà una storia nella Praga lugubre e magica, una storia orientale.

Mary più tardi Mary disse in due parole quel che, da quando scrisse, è oggetto di milioni di dibattiti scritti, parlati e rinnovellati nell’èra degli algoritmi e dell’intelligenza artificiale: “Doveva essere spaventoso, perché assolutamente spaventoso sarebbe l’effetto provocato da qualsiasi tentativo umano di imitare lo stupendo meccanismo del Creatore del mondo. L’artefice era terrorizzato dal suo stesso successo; fuggiva, pieno d’orrore, dalla sua ripugnante opera”.

Si pensò che il libro fosse stato scritto da P. B. Shelley finché lei non se ne volle rivelare autrice. Prima di Poe, prima di Stevenson del Jekyll/Hyde, assai prima di Wells, nel 1818 il romanzo stampato a Londra farà la prima di innumerevoli edizioni e traduzioni, più un diluvio di saggi critici e milioni di chilometri di pellicola.

Arriverà al cinema nel 1931, negli Stati Uniti con Boris Karloff e la regia di James Whale, fino alla parodia terribilmente divertente di “Frankenstein Junior” nel ’74, capolavoro di Mel Brooks con Gene Wilder, Peter Boyle, Marty Feldman, Gene Hackman.  

Arriva nelle sale più tardi, negli anni Novanta, il “Frankenstein di Mary Shelley”, regia di Kenneth Branagh.

Però stiamone certi: quella scommessa svizzera e quegli incubi di una ragazza che diciannove anni li deve ancora fare, il Mostro e il Dottore, il tema del Prometeo, alimenteranno come è stato per due secoli nuovi incubi, nuove scommesse, nuovi Dottori (e nuovi Mostri).

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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