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Storia della Repubblica / Donne costituenti e diritti

Articolo di Eliana Di Caro (Sole 12.6.16) sul libro di Patrizia Gabrielli “Il primo voto. Elettrici ed elette” Castelvecchi pagg. 223, € 18,50

“”Il 10 marzo 1946 le donne italiane compiono un gesto rivoluzionario. È domenica, si mettono in fila accanto a mariti, fratelli o sconosciuti per prendere una scheda sulla quale tracceranno una X, esercitando per la prima volta lo stesso diritto fondamentale dei vicini di coda. Non c’è più distinzione di sesso nel partecipare alla cosa pubblica, attraverso il più classico degli strumenti: il voto. Meno di tre mesi dopo, il 2 giugno, vanno ancora alle urne per l’appuntamento che abbiamo tutti appena festeggiato e che Patrizia Gabrielli, docente di Storia contemporanea e di genere all’Università di Siena-Arezzo, rievoca in Il primo voto. Lo fa marcando il salto di qualità, il passaggio dalle amministrative alle politiche e, soprattutto, dalla monarchia alla Repubblica. Una rivoluzione nella rivoluzione.
L’autrice ricorda tutto questo facendo rivivere quell’atmosfera, descrivendo l’approdo delle 21 costituenti al più alto livello della politica accanto a 535 uomini che le guardavano con un certo paternalismo. Preziosi sono i resoconti che calano il lettore nel dibattito di allora e dai quali emerge la tenacia delle protagoniste, destinate a scrivere la storia dei diritti delle donne. Maria Federici, Nilde Iotti, Teresa Mattei, Lina Merlin, Teresa Noce, per nominarne alcune, sono state determinanti nel disegnare l’architrave costituzionale che sancisce l’equità e la pari dignità uomo-donna. Basti pensare alla specificazione “di sesso” aggiunta nell’articolo 3 («Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua…»),che si deve alla cocciutaggine di Lina Merlin. O alla legge sulla maternità, una delle più avanzate del mondo, che porta la firma di Teresa Noce. O alla lunga e animata discussione dell’Assemblea sulla famiglia, di cui si definiscono i principî cardine, poi sviluppati nella riforma del 1975 per la quale fu in prima linea Nilde Iotti. Proprio su quest’ultimo tema, sottolinea l’autrice, le divergenze furono forti tra i costituenti e all’interno della stessa «pattuglia femminile»: la famiglia rimane centrale, nel dopoguerra, indipendentemente dai colori politici. Il concetto dell’indissolubilità del matrimonio, in un Paese come l’Italia, non sembrava superabile e invece per soli tre voti (complice una sospetta assenza di 32 democristiani) ne fu votata l’estromissione dalla Carta, aprendo la strada al percorso per il divorzio che nel 1970 adeguerà la nostra legislazione a quella dei maggiori Paesi occidentali. Ma anche quando comuniste, cattoliche o socialiste erano in disaccordo, prevaleva la tensione verso una sintesi, un obiettivo comune. Fu così per «diritto al lavoro e accesso alle professioni, parità salariale e garanzie alla lavoratrice madre», scrive Gabrielli nel sottolineare l’approccio delle costituenti: «ribadirono concordi che non si trattava di definire norme di tutela, ispiratrici dell’assistenzialismo fascista, quanto di fondare un nuovo diritto».
Utili, nella seconda parte del volume, i brevi profili biografici di ciascuna di queste donne oggi così poco conosciute (14 di loro laureate, altre operaie e impiegate e dunque direttamente conoscitrici di molti problemi e iniquità) cui tutti siamo debitori.””

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