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Storia di Alberto Longo, il poliziotto che senza patente gestì migliaia di automobili

All’inizio erano o una Lancia Aprilia, dal muso imponente tutto radiatore, o le primissime Fiat 1100. Un paio di Topolino per i servizi da compiere in discrezione. Poi vennero le giardinette simili a quelle usate da Scelba a Modena e da Totò che riaccompagnava Carolina al paese.

Quindi le Alfette, qualche 125, persino alcune 500 e qualche Flavia rigorosamente in grigioverde, perché all’epoca la riforma non c’era ancora stata. Quando, con i capelli bianchi, finalmente decise per il congedo lasciò dietro di sé un parco di Tipo e 131 con la livrea bianca e azzurra. Forse l’unico modello che non abbia mai trattato è la 126, perché a correre dietro al Clan dei Catanesi – che negli anni ’70 voleva prendersi tutta Torino – quelle scatolette per sardine proprio non ce la facevano.

Ma tutte le altre sì: per 40 lunghi, instancabili anni Angelo Longo, uno che faceva il poliziotto perché era il suo mestiere, le osservava, le valutava, controllava che non avessero graffi oppure non fossero a corto di pasticche dei freni. Lui, che in scienza e coscienza sapeva benissimo non ne avrebbe mai guidata una che fosse una.

A che serve la patente se basta il rombo di un motore?

Perché l’agente Longo Antonio, classe 1918 come la fine della Grande Guerra, la patente non l’aveva, né l’ha mai avuta. Tantomeno ce l’ha adesso che festeggia il genetliaco più rotondo in un’Italia che stenta a ricordarsi persino del Bollettino della Vittoria firmato Diaz. Eppure di macchine se ne intendeva come pochi altri: dai tecnici della Ferrari in su, per intenderci. E come tutti gli uomini di classe, gli bastava la voce di un motore per capire tutto: se il pistone era affaticato, se il carburatore faceva i capricci.

Entrò in polizia nel 1939. Quell’anno in città sbarcava Lui, a bordo di una splendida Fiat 2800 che mordeva l’asfalto con impeto futurista, a visitare l’Istituto Superiore di Guerra dove lo attendevano tanti ufficiali vestiti come Vittorio Emanuele III. Lui preparava la guerra, Longo gestiva l’acquisto della sua prima vettura per l’autoparco.

L’odore della mescola

Continuò a gestire le acquisizioni mentre il Grande Torino andava incontro alla tragedia di Superga e un Avvocato ancora spensierato seminava i paparazzi per la strada, alla guida di uno spiderino da far invidia a quelli prediletti da Ava Gardner.

Su quelle stesse strade prima moriva Gigi Meroni, e poi sfilavano gli operai dell’Autunno Caldo. Tutti li vide, dal suo autoparco, Angelo Longo; pochi magari ne incrociò, ma non vuol dire: la Storia non ha bisogno di apparire in tutta la sua evidenza, per essere capita. Basta l’odore di un pneumatico che ha appena lasciato la metà della sua mescola sull’asfalto, o il buco di una pallottola ficcata con odio nell’imbottitura di un sedile.   

Un’indovina gli disse

Il momento dell’addio fu il 1981, 6.000 autovetture più tardi.  Era appena passata la Marcia dei 40.000: le rivoluzioni sono sempre borghesi. Lui, che oggi ha ricevuto la visita dei suoi colleghi più giovani, tutti patentati sennò l’assunzione te la scordi, si è visto consegnare un crest della Polizia e gli auguri del Questore, Francesco Messina.

Sembra che l’unico momento in cui non abbia potuto occuparsi di automobili sia stato in Albania, durante la prigionia dopo l’8 Settembre. Ma durò pocò, Un indovina gli disse: camperai più di cent’anni. Aveva ragione.  Lui allora si decise a fuggire per tornare in Italia. A piedi, naturalmente.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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