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Storia di 'Mosul Eye', lo studente che si infiltrò nell'Isis

Per oltre due anni, “Mosul eye” è stato per i media di tutto il mondo una risorsa fondamentale per capire come si vivesse sotto lo Stato islamico. Un blog anonimo, fondato da “uno storico indipendente che vive a Mosul”, si legge tuttora sulla sua pagina web. Un diario, dettagliatissimo, scritto da un ragazzo che ha condotto in questo periodo una vita segreta, a contatto con i miliziani che da giugno 2014 avevano occupato la seconda città irachena. Un occhio su Mosul, appunto. Il suo nome lo ha finalmente rivelato alla AP pochi giorni fa: si chiama Omar Mohammad, ha 31 anni, ed è uno studente di storia.

Per quasi due anni, Omar ha girovagato per le strade di Mosul pattugliate dall’Isis, fermandosi a parlare con i negozianti e con i miliziani, facendo la spola tra gli ospedali. Si è fatto crescere la barba e i capelli, ha indossato i pantaloni a tre quarti tipici di Daesh, e ha assistito a decapitazioni, lapidazioni e altre atroci violenze. Si è appuntato tutto – nomi e cognomi dei giustiziati, luogo e ora della loro morte, i “reati” di cui erano accusati – e poi lo ha trasferito sul suo pc. 
Ma non chiamatelo “spia”: Omar ci tiene a definirsi blogger e storico. Quando l’Isis ha preso Mosul, ha deciso di rimanere e provare a raccontare in che modo gli jihadisti stessero provando a cambiare l’assetto e la natura di una città multi confessionale, trasformandola in una roccaforte del wahhabismo. Si è imposto due regole: non fidarsi di nessuno. E documentare tutto.

Rischiare la vita ogni giorno per raccontare l’orrore

Col passare del tempo, ha ottenuto centinaia di migliaia di lettori e followers in tutto il mondo: 293.000 su Facebook, 37.000 su WordPress, 24.000 su Twitter. Nessuno di essi, tantomeno i miliziani di Daesh o i suoi familiari, conosceva la reale identità di chi riempiva le pagine di Mosul Eye. Innumerevoli le volte in cui è stato fermato ai checkpoint dei miliziani, mentre portava con sè una piccola chiavetta usb, dentro la quale c’era la sua condanna a morte, ossia le prove sulle atrocità dei miliziani da lui raccolte. Incredibilmente, non è mai stato scoperto.

Quando i miliziani sono arrivati in massa a Mosul, a bordo di nuovissime jeep Toyota, Omar ha pensato che si sarebbero dileguati in breve tempo, come già avevano fatto altri jihadisti nel corso del tempo, sin dalla caduta di Saddam Hussein, quando in Iraq è esplosa la guerra civile. Si sbagliava, e se ne è reso conto quasi subito, quando nel bel mezzo dei combattimenti in città una parte dei miliziani già si stava occupando di far eseguire una settantina di condanne a morte precedentemente stabilite. 

Il primo incontro con i miliziani

Al tempo, Omar aveva appena iniziato ad insegnare all’Università di Mosul, per cui pochi giorni dopo l’arrivo dell’Isis partecipa ad un meeting con lo staff didattico nell’ateneo cittadino. Un meeting particolare, con i miliziani che spiegavano come avrebbero concepito il nuovo sistema scolastico, interamente basato su una interpretazione lettaralista – o a volte su una totale fraintendimento – dei Testi sacri islamici. In quel momento, Omar capisce per la prima volta la consistenza del pericolo, o perlomeno la probabile fine della sua carriera: solo un anno prima, infatti, durante la discussione della sua tesi di laurea, era stato accusato di “secolarismo”. Omar, quindi, lascia l’università, e inizia a scrivere le prime osservazioni sull’Isis da una pagina Facebook. 

Finché, poco tempo dopo, un amico non gli comunica che così facendo rischia di essere ucciso. Mosul Eye, il blog, nasce il 18 giugno 2014, meno di due settimane dalla proclamazione del Califfato. Di giorno Omar se ne va in giro per la città vestito come richiedono i miliziani, parla con tutti, raccoglie volantini di ogni genere, frequenta le moschee “occupate” con finto entusiasmo, cercando di non attirare sospetti; di notte, riporta tutto su Mosul Eye.

“Non sono un giornalista, né una spia”

Più passano le settimane, più Mosul diventa inaccessibile, la vita al suo interno impossibile, all’insegna della violenza, dell’oscurità, dell’estremismo più cieco, e più Mosul Eye diventa la principale risorsa per capire la sua drammatica trasformazione. “Avevano organizzato una macchina di morte. Sono assetati di sangue, di soldi e di donne”, racconta Omar, mentre ricorda anche il destino di due suoi vecchi amici, irretiti dalla retorica dello Stato islamico, che andava a toccare le corde del risentimento accumulato negli anni passati contro le milizie sciite, che nel 2008 li avevano detenuti per qualche tempo.

I media occidentali, nel frattempo, si accorgono di Mosul Eye: lo contatta un quotidiano tedesco, al quale rilascia una intervista anonima; poi il New Yorker, col quale traccia per la prima volta, sempre in forma anonima, un suo profilo. Lo contattano anche alcune agenzie di intelligence, a cui però ribadisce il suo mantra: “Non sono un giornalista, né una spia. Se volete informazioni, sono tutte pubblicate sul mio blog. Prendetele”.

Non è facile vivere a Mosul, anche non considerando i rischi personali: nei primi mesi del Califfato, i miliziani stilano una lista di donne accusate di prostituzione, e ne uccidono circa cinquecento. Poi se la prendono con i gay, che si riconoscono quando i loro corpi vengono gettati in strada dai tetti dei palazzi. Nel frattempo, sciiti, cristiani e yazidi iniziano a scappare, sfuggendo a un destino certo. Mosul cambia pelle, non è piu’ la città eterogenea di un tempo. Omar registra decapitazioni, amputazioni per furto, fustigazioni per apostasia, per assenteismo alle preghiere congregazionali, “tasse “non pagate. In quel periodo, nella sezione dei commenti di Mosul Eye, iniziano ad apparire minacce di morte di simpatizzanti dell’Isis.

“Un gioco con la morte”

A marzo 2015, Omar dice basta. Un ragazzo di 14 anni viene decapitato in piazza; altre 12 persone vengono arrestate per aver fumato delle sigarette, e alcuni di loro fustigati davanti a tutti. In assenza di alternative, tanti giovani di Mosul decidono di giurare fedeltà ad Al Baghdadi. Per Omar la misura è colma, e così decide di dismettere i vestiti che indossava per volere dei miliziani, si taglia la barba e i capelli e decide di interrompere il suo lavoro allontanandosi dalla città. Riesce anche a coinvolgere un suo amico. “Ho deciso di morire, in quel momento”, ricorda Omar nell’intervista alla AP.

I due, a bordo di una Chevrolet in cui risuonava quella musica che era vietata sotto il Califfato, guidano fino alle rive del fiume Tigri, poi si fermano, bevono del thé e fumano, non accorgendosi degli sguardi di alcune persone che fanno un pic nic poco lontano. Omar in quel momento pensa nuovamente che verrà segnalato, arrestato, e poi torturato, ucciso. Ma ancora una volta, scampa al pericolo, e decide di tornare indietro, a casa sua.

Ricomincia ad aggiornare il blog, e nel frattempo si fa crescere nuovamente la barba e i capelli. Fuma, ascolta musica, ma lo fa tenendo le serrande abbassate e la luce spenta. Qualche tempo dopo, un suo amico lo informa su un bombardamento che avrebbe appena ucciso decine di comandanti dell’Isis, distruggendo anche un deposito di armi. Lui posta tutto su Mosul Eye, ma pochi secondi dopo aver pubblicato, si accorge di aver commesso un errore, perché quella informazione sarebbe potuta venire da una sola persona, il suo amico. Così, decide di rimuovere il contenuto immediatamente, sperando di essere in tempo, e quella notte non chiude occhio. “È come un gioco con la morte, un errore può porre termine alla tua vita”.

Una doppia battaglia

Il suo è un duplice impegno, una doppia battaglia: “la prima contro l’Isis, la seconda contro le voci su Mosul, per proteggere la sua anima, la sua reputazione”. In quel periodo in Iraq sono in molti, soprattutto tra i sostenitori del governo sciita a Baghdad, ad accusare gli abitanti di Mosul di essere artefici del loro infausto destino, di aver sostanzialmente dato il benvenuto ai miliziani di Daesh, percepiti da alcuni come dei “liberatori” in una città abbandonata dal governo centrale (e dalle stesse truppe irachene, che colte di sorpresa sono costrette a fuggire quando i miliziani prendono il controllo di Mosul).

Resosi conto di aver sufficiente materiale per raccontare la storia della sua città sotto il Califfato, Omar decide stavolta di andarsene definitivamente. Paga 1.000 dollari ad un trafficante, che acconsente ad accompagnarlo fuori città. Passa da casa, trasferisce sulla sua preziosa chiavetta Usb il materiale del suo pc e, cercando di non guardarsi indietro, monta in macchina il 15 dicembre 2015.

La fuga da Mosul

Il trafficante lo accompagna fino alla periferia est di Raqqa, in Siria. Da qui, in compagnia di altri siriani e iracheni con i suoi stessi progetti, paga altri trafficanti per raggiungere la Turchia.
Mentre si trova in Turchia, continua ad aggiornare il blog, ottenendo informazioni da parenti e amici a Mosul via Whatsapp, Viber e Facebook. Una parte di lui è ancora lì, insieme alla madre, che non ha idea di quali siano i progetti del figlio.
Un paio di mesi dopo, a febbraio 2017, ottiene asilo in Europa, con l’aiuto di una organizzazione internazionale che era venuta a conoscenza della sua storia segreta.

Da una località sicura nel cuore del Vecchio continente, traccia tutti i bombardamenti aerei su Mosul, temendo di volta in volta che possano colpire la sua casa. Chiede alla madre e a suo fratello maggiore di scappare, ma alcuni giorni dopo quest’ultimo, a 36 anni, viene ucciso da un colpo di mortaio, lasciando quattro figli senza padre. Quello è il momento in cui Omar decide di rivelare a suo fratello minore – un assiduo lettore del blog, che mai avrebbe immaginato fosse redatto dal fratello – la sua vera identità. 

“L’ho fatto per la Storia”

Mentre la città vecchia di Mosul viene distrutta, Omar fornisce agli inviati sul posto della Bbc le coordinate, i numeri di telefono e gli indirizzi di abitazioni con all’interno dei civili, nella speranza che vengano poi segnalati ai comandanti della coalizione. Probabilmente, è così che Omar, dopo aver custodito i segreti della Mosul occupata, ha contribuito a salvare delle vite.
Ancora nessuno conosce il nome del fondatore di Mosul Eye: una attivista, fondatrice del gruppo Facebook “Donne di Mosul”, inizia a descriverlo come un “leader spirituale” dei laici di Mosul. A lui basterebbe che sua madre sappia cosa ha fatto per la sua città in questi anni, ed è soprattutto per questo che accetta, il 15 novembre 2017, di rivelare la sua identità alla AP.

Ovviamente, Omar ha sempre saputo di rischiare la propria vita. Tuttavia, aveva una ambizione e dei desideri che lo hanno spinto a continuare. “L’ho fatto per la Storia. Un giorno tutto questo finirà, e la vita tornera’ normale anche a Mosul. A quel punto, la gente inizierà a studiare cosa e’ accaduto. E la città si merita di essere raccontata, merita che la verità venga preservata. Perché ogni volta che c’è una guerra, la prima vittima è la verita’”. 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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