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Storia di Osmu, l'operaio disabile licenziato da un robot

E’ stato licenziato a 61 anni dopo 30 anni di lavoro per essere sostituito con un robot. Questa la storia di Osmu Labib, originario del Marocco e disabile da quando nel 1991 perse la mano destra per un incidente sul lavoro avvenuto nella stessa azienda alla quale, suo malgrado, deve dire addio: la Grief Italia, una ditta che produce  taniche e contenitori a Melzo, nel Milanese.

I motivi del licenziamento

In Italia da quasi 40 anni, sposato e con figli, Osmu si è visto recapitare la lettera qualche settimana fa. Nel documento, si legge su Il Giorno, si parla di licenziamento per giustificato motivo, e per questo senza obbligo di preavviso. Da anni, Osmu era stato assegnato all’attività di posa di tappi sui recipienti prodotti, prima del processo ultimo di verniciatura.  Una mansione semplice, ma adatta alle sue condizioni fisiche.

Un robot al suo posto

A soffiargli il lavoro è stato un robot installato a fine febbraio, “in seguito a una riorganizzazione aziendale e ottimizzazione dei processi produttivi”, si legge nella lettera datata 3 aprile. La macchina, il Paint cap applicator, “svolge in automatico il medesimo lavoro sino a oggi da lei svolto”, si è sentito dire Osmu. “Abbiamo valutato la possibilità – precisa nella nota, quasi per gentile concessione, la dirigenza aziendale – di assegnarla ad altre mansioni riconducibili alla sua professionalità. Purtroppo non è stata reperita alcuna posizione lavorativa vacante, essendo tutti i posti già occupati da altri dipendenti”.

Troppo giovane per la pensione

Per l’azienda il problema è stato risolto. Ma non per Osmu, troppo anziano per cercare un’altra collocazione, gravato da una disabilità importante, troppo giovane per una pensione. “Non accetto tutto questo”. E ancora: “Ho la tessera della Cgil da trent’anni, mi sono rivolto subito a loro, e all’Ispettorato del Lavoro. Hanno inviato una lettera, ma non c’è stata risposta”. Alla fine Osmu si è rivolto a un avvocato, con una sola speranza: “Che mi sia pagato almeno quello che è giusto”. La ditta, riporta Repubblica, riconosce all’uomo l’indennità di legge. Ma lui, che per un’intera vita lavorativa ha servito la stessa azienda, non ci sta. “Mi manca poco alla pensione, appena quattro anni. Lavorare lì per me era la vita. Che almeno mi paghino i contributi”. 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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