TwitterFacebookGoogle+

Storie da film di principi sauditi svaniti nel nulla. Il metodo Riad

La storia inizia la mattina del 12 giugno 2003. Un principe saudita è diretto verso un lussuoso palazzo nei pressi della città svizzera di Ginevra: il nome del principe è Sultan Turki bin Abdulaziz, ed il palazzo appartiene a suo zio, cioè l’allora re saudita Fahd. Il figlio prediletto di quest’ultimo, Abdulaziz bin Fahd, sta aspettando Sultan Turki per la colazione.

Durante l’incontro nella residenza svizzera, Abdulaziz chiede a Sultan Turki di tornare in Arabia Saudita, e lo rassicura sul fatto che lì, la questione delle recenti critiche di quest’ultimo alla leadership di Riad, verrà risolta pacificamente. Sultan si rifiuta di seguire il consiglio, e a quel punto Abdulaziz, con la scusa di dover fare una telefonata, si assenta per un attimo. Viene seguito dall’altro uomo presente all’incontro, cioè lo Sheikh Saleh al Sheikh, l’allora ministro saudita per gli Affari religiosi.

Un principe svanito nel nulla, dopo una critica al regime

Qualche minuto dopo, alcuni uomini a volto coperto fanno irruzione nella stanza, rapiscono Sultan, lo bendano e gli infilano un ago nel collo. In pochi minuti, lo portano all’aeroporto di Ginevra e lo imbarcano su un aereo che attende sulla pista di decollo. Questo, perlomeno, è il racconto che Sultan ha fatto ad un Tribunale svizzero molti anni dopo. Nel frattempo, ad attendere Sultan in un hotel di Ginevra dopo la sua colazione nella residenza di Abdulaziz, c’è il suo responsabile della comunicazione, Eddie Ferreira. Ferreira si allarma a non veder tornare il principe, sopratutto dopo che i tentativi di contattarlo vanno tutti a vuoto.

Passa qualche ora, e invece del principe arrivano due uomini. Sono l’ambasciatore saudita in Svizzera e il manager dell’hotel. Senza troppi giri di parole, comunicano a Ferreira che i suoi servigi non sono più richiesti, che può lasciare l’albergo, perché il principe – che Ferreira stava ancora aspettando in hotel – è tornato a Riad. Ma cosa è successo, o meglio, cosa ha fatto Sultan Turki per venire rapito, drogato e bendato, per poi essere rispedito a Riad dai suoi parenti stretti? Un anno prima, nel 2002, Sultan Turki era venuto in Europa per ricevere alcune cure mediche. Durante la sua permanenza, iniziò a criticare in modo sempre più serrato il governo saudita, accusandolo di violare i diritti umani, di essere pervaso dalla corruzione, e invocando la necessità di profonde riforme. 

Le critiche così serrate, a Riad, non sono esattamente tollerate, ed episodi come quello che ha coinvolto il principe Sultan non sono nuovi. Un esempio lo fornisce la storia del principe Turki bin Bandar: un tempo uomo di spicco della polizia saudita, con ruoli di responsabilità nella protezione della famiglia reale, Turki bin Bandar è finito in galera a causa di una disputa sull’eredità. Quando è stato rilasciato, si è trasferito a Parigi, dove, dal 2012, ha iniziato a postare video su Youtube, invocando riforme in Arabia Saudita. Anche in quell’occasione, gli al Saud cercarono di persuaderlo a tornare in patria.

“Non vedono l’ora che torni, sì?”

Un giorno, il ministro dell’Interno Ahmed al Salem lo chiama, e Turki decide di registrare la telefonata, pubblicandola per giunta su internet. “Tutti non vedono l’ora che torni, che Dio ti benedica“, esordisce Al Salem. “Non vedono l’ora?”, si chiede ad alta voce Turki. “E cosa mi dici delle lettere che i tuoi funzionari mi hanno mandato, in cui si dice ‘figlio di puttana, ti riporteremo indietro come Sultan bin Turkì ?”. Il ministro replica rassicurante: “non ti toccheranno. Io sono tuo fratello”. “No, queste lettere vengono da te. Le ha spedite il ministero dell’Interno”, controbatte Turki. Dopo quella telefonata postata online, a cui seguiranno alcune altre fino a luglio 2015, il principe Turki sparisce nel nulla.

“So che verrò assassinato e ucciso”

L’ultimo ad avere notizie vaghe su di lui è il blogger e attivista Wael al Khalaf, che sostiene di averlo sentito ogni due mesi per un periodo. “Poi è sparito per almeno cinque mesi. Ero sospettoso. Poi ho saputo da un funzionario saudita che Turki bin Bandar era tornato a Riad. Quindi lo hanno rapito, e riportato lì”, ricorda Al Khalaf alla Bbc. Qualche tempo dopo un giornale marocchino sostiene che il principe sia stato arrestato in Marocco dopo un’altra visita in Francia, e che un Tribunale marocchino abbia acconsentito a farlo trasferire in Arabia Saudita. Prima di essere arrestato, tuttavia, Turki bin Bandar riesce a consegnare a Wael Al Khalaf una copia di un libro che aveva appena scritto. “Caro Wael, queste informazioni non devono uscire da qui, a meno che io non venga rapito o assassinato. So che verrò rapito o ucciso. E so anche come possono abusare dei miei diritti, così come di quelli del popolo saudita”, si legge in una lettera allegata alla copia.

Nello stesso periodo in cui il principe Turki sparisce, un altro principe, Saud bin Saif al Nasr – un esponente minore della famiglia reale, legato al business di carino e hotel di lusso in Europa – va incontro ad un destino simile. Nel 2014 ha iniziato a twittare critiche verso la monarchia, chiedendo addirittura l’azione giudiziaria nei confronti degli esponenti del Regno che avevano appoggiato il colpo di Stato ai danni del presidente egiziano – esponente della Fratellanza musulmana, invisa a Riad – Mohammed Morsi, avvenuta nell’estate 2013. A settembre 2015, poi, Saud bin Saif si spinge molto oltre, diventando l’unico esponente della famiglia reale ad appoggiare pubblicamente il contenuto di due lettere pubblicate da un principe saudita sotto anonimato.

Un aereo per Roma che non atterrerà mai

Nelle lettere si invoca il colpo di stato ai danni di Re Salman. “Invito la nazione a trasformare il contenuto di queste lettere in pressione popolare”, twitta Saud. Da lì, il suo account non pubblica più nulla. Secondo un altro principe dissidente – Khaled bin Farhna, oggi residente in Germania – Saud sarebbe stato adescato e invitato a volare da Milano a Roma, per discutere un affare lucroso con una azienda russo-italiana intenzionata ad aprire delle filiali nell’area del Golfo. Ma l’aereo in cui viene fatto salire a Roma non atterrerà mai, perchè si reca a Riad. Secondo Khaled bin Farhan, l’intelligence saudita aveva orchestrato tutto nei minimi dettagli. “Ora sta in una prigione sotterranea, così come Turki”, afferma Khaled.

Il principe Sultan – quello menzionato all’inizio della storia – da quando è stato riportato a Riad ha fatto la spola tra il carcere e gli arresti domiciliari. Visto il peggioramento del suo stato di salute, tuttavia, nel 2010 gli è stato accordato il permesso dI andare a curarsi a Boston. E’ lì che Sultan formalizza la sua accusa – da inviare ad un tribunale svizzero – contro il principe Abdulaziz bin Fahd e lo Sheikh al Saleh, rei di averlo fatto rapire nel 2003. Per la prima volta nella storia del Regno, un membro della famiglia reale stava denunciando un altro membro. Ma le autorità giudiziarie svizzere – come spiega l’avvocato di Sultan, Clyde Bergstresser – non mostrano un grande interesse verso il suo caso. “Non è stato fatto nulla per indagare su ciò che è successo all’aeroporto di Ginevra. Chi erano i piloti? Qual’era il programma aeroportuale dei voli quando sono arrivati questi aerei dall’Arabia Saudita? Il rapimento si è verificato su suolo svizzero, e uno potrebbe pensare che esista l’interesse a capire cosa sia successo”, commenta l’avvocato.

Riad fa quello che vuole, con buone complicità in Europa

Nel gennaio 2016, Sultan viene adescato di nuovo mentre si trova a Parigi. Voleva recarsi in visita da suo padre, anche lui critico del regime, che vive al Cairo. Quando il consolato saudita si offre di mettergli a disposizione un aereo privato per lui e il suo staff di diciotto persone – compreso il suo medico personale e la sua scorta – Sultan accetta, nonostante quanto accaduto nel 2003. “Siamo arrivati sulla pista di decollo e davanti a noi c’era un grande aereo, che aveva la sigla dell’Arabia Saudita scritta sulla fusoliera”, spiega un membro del suo staff in condizione di anonimato. Quando l’aereo decolla, i monitor mostrano che la destinazione prevista è il Cairo. Circa due ore dopo, però, quegli stessi monitor si spengono. Il principe Sultan si sveglia circa un’ora prima dell’atterraggio, e si accorge che sotto l’aereo non c’è l’Egitto ma l’Arabia Saudita. Il comandante conferma, annunciando l’atterraggio. Quindi Sultan inizia a piangere e chiedere aiuto, bussando alla cabina di pilotaggio, e viene invitato dai membri della crew a sedersi. “Quando siamo atterrati – continua un membro dello staffi di Sultan – abbiamo guardato fuori dai finestrini e abbiamo visto dei soldati con i fucili spianati circondare l’aereo“. I soldati prendono in consegna Sultan, che nel frattempo si agita, chiedendo disperatamente di avvertire l’ambasciata americana. Poi, viene portato via, e da lì non si hanno più sue notizie. 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

Questo sito non rappresenta una testata giornalistica; viene aggiornato saltuariamente e non può quindi considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge 62 del 07/03/2001. Inoltre viene utilizzato materiale tratto da siti/blog che possono essere ritenuti di dominio pubblico. Se per qualsiasi motivo gli autori del suddetto materiale, o persone citate nello stesso non gradissero, è sufficiente una email all'indirizzo apocalisselaica[@]gmail.com e provvederemo immediatamente alla rimozione.