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Molto presto, già dal prossimo anno scolastico (ma non c’è ancora una data certa) gli studenti ‘ritirati’ o con bisogni particolari, avranno la possibilità di ricevere un’istruzione domiciliare senza passare per l’ospedalizzazione. Lo ha annunciato Guido Dell’Acqua, della ‘Direzione generale per lo studente, l’integrazione, la partecipazione e la comunicazione’ del Miur, nel corso del seminario “Hikikomori: il ritiro sociale degli adolescenti e la scuola come risorsa” che si è tenuto giovedì al liceo scientifico Manfredi Azzarita di Roma.

L’incontro è stato organizzato dall’Associazione Onlus Hikikomori Italia, presieduta da Marco Crepaldi. “Le novità sono contenute in una circolare che uscirà a breve”, ha spiegato Dell’Acqua, senza aggiungere ulteriori dettagli ma sottolineando come la flessibilità sia fondamentale per andare incontro a ragazzi con difficoltà particolari. E tra questi ci sono coloro che decidono di tagliare i ponti col mondo e di rinchiudersi – a lungo – nella loro stanza.

100 mila ragazzi vivono da hikikomori

Oggi 100 mila ragazzi italiani vivono nella loro camera da letto. Quelle quattro mura segnano i confini del loro mondo da cui non escono né per andare a scuola né per uscire con gli amici. Nel migliore dei casi mangiano in cucina con i genitori, nel peggiore hanno escluso dalla loro vita anche la mamma e il papà. Con una sola eccezione: il computer, o meglio, il web. Non sono timidi, né depressi, né fannulloni, né dipendenti da Internet: sono hikikomori. Il termine, che deriva dal giapponese, si traduce con “stare in disparte”, ed è proprio questo quello che fanno – il più delle volte a sorpresa – questi ragazzi, la maggior parte dei quali sono brillanti, sensibili, talentuosi. In Giappone, da dove arriva il disagio, a vivere ritirati sono ormai anche gli uomini di 50-60 anni con conseguenze ancora più pesanti. L’isolamento, infatti, che non si risolve quasi mai spontaneamente, può durare alcuni mesi o diversi anni.

Cause di un disagio (non di una patologia)

Ma quali sono le cause? E come spronarli a uscire dalla loro stanza e a riconnettersi col mondo?

Innanzitutto – precisano gli esperti – è importante capire che l’hikikomori “non è una patologia ma un disagio che origina dal sociale e che può sviluppare una psicopatologia”. Le cause sono le più disparate ma tutti coloro che decidono di chiudersi in camera per un “ritiro sociale volontario” lo fanno per sfuggire alle pressioni e alle aspettative della società, che “ci chiede di essere sempre brillanti, preparati, belli, vincenti e di successo”. Il paradosso è che il più delle volte a subire queste pressioni sono ragazzi che hanno successo a scuola. In genere, l’isolamento è originato da episodi di bullismo, da un insuccesso scolastico o da conflitti con i coetanei. E il processo di chiusura è graduale, tanto che gli esperti distinguono tre fasi:

  • nella prima, il ragazzo inizia a invertire gli stati di sonno e veglia, a preferire il mondo virtuale a quello reale e a saltare le lezioni
  • nel secondo si rifiuta ogni giorno di andare a scuola e di vedere amici e compagni di classe
  • nel terzo la chiusura è totale anche nei confronti dei genitori e del web

Quest’ultima – spiegano gli esperti – non si è ancora mai verificata in Italia. In tutti i casi a un certo punto si innesca un circolo vizioso: il ritiro è causato dalla vergogna, il ritiro causa ulteriore vergogna.

Cosa fare (e cosa no) per favorire il reintegro

Una delle cose più sbagliate che un genitore possa fare, mettono in guardia gli esperti intervenuti al seminario, è quella di forzare il proprio figlio. “E’ controproducente. L’unico risultato che si ottiene è che il ragazzo si chiuderà anche nei confronti dei genitori”, ha spiegato Elena Carolei, presidente di “Hikikomori genitori onlus”. Cosa fare allora? Il processo è lento e graduale, anche perché gli hikikomori si oppongono agli aiuti affermando di non averne bisogno: “Io sto bene, non ho alcun problema e non faccio del male a nessuno”, è una delle risposte più frequenti che sentono pronunciare i genitori. “Un figlio ritirato spaventa e fa pensare con preoccupazione al futuro. Attraverso una porta chiusa non possiamo vedere lo spiraglio del cambiamento. In Italia abbiamo creato 13 gruppi che in tutte le regioni cercano di dare sostegno. Dobbiamo trovare un modo- conclude- per stimolare nei nostri figli l’autostima”.

 Cosa fare allora? La ricetta è:

  • Comprensione 
  • Pazienza 
  • Collaborazione

La psicoterapia (soprattutto a domicilio) aiuta molto, ma soprattutto i genitori devono sollevare i figli dalle aspettative e dalle pressioni. “L’hikikomori – ha spiegato Flaminia Alimonti, psichiatra e psicoterapeuta del dipartimento di ospedaliero di psichiatria e farmacodipendenza del Gemelli di Roma – è un disagio che non si può non allargare ai familiari. Coinvolge il ragazzo ma anche i genitori devono lavorare per risolvere il problema. Noi abbiamo fatto grandi progressi con un adolescente che non abbiamo mai visto, solo lavorando con i genitori e con la scuola”. Molto possono fare, infatti, anche gli insegnanti.

Il ruolo della scuola

Informare le scuole sul fenomeno è fondamentale per la prevenzione, sottolineano Crepaldi e Carolei. Una volta che l’isolamento è diventato cronico è molto più difficile sradicare la sofferenza e la visione del ragazzo nei confronti del mondo. Ma cosa si può fare attivamente in classe? Identificare i ragazzi a rischio, ad esempio. “Sono quelli che stanno in disparte, patiscono il giudizio, evitano il gruppo. Spesso molto capaci intellettualmente, curiosi, introversi e timidi. Con loro bisogna evitare critiche ma anche lodi. Prediligere esami scritti”, spiega Carolei. E nel caso dei ragazzi che vengono reintrodotti dopo il ritiro, “prevedere un rientro graduale senza riflettori, senza competizione”. Per il futuro, invece, auspicano gli esperti, bisogna lavorare per una “classificazione del fenomeno sociale, per prevedere forme di supporto a domicilio e non sanzionare la famiglia come avviene, ad esempio, attraverso le lettere del Tribunale dei minori dopo un certo numero di giorni di assenza”.

Cosa fare del pc, unico compagno di un hikikomori?

Anche privare il ragazzo di internet o del pc è un passo falso perché il disagio non coincide con una dipendenza patologica dal Web, e in questo caso internet rappresenta uno strumento importante di svago, di informazione e di confronto. La sua rimozione non farebbe altro che acuire il dolore e l’isolamento. “Le nuove tecnologie hanno rivoluzionato la società in 50 anni, troppo poco.  Oggi siamo tutti chiamati a continue performance, e i social contribuiscono a renderci tutti più compulsivi”, ha spiegato Alimonti. Ma chi pensa che i ragazzi siano completamente chiusi sbagliano: “Per i nativi digitali la distinzione tra virtuale e reale non c’è. Sono sempre connessi. Ma spesso non sono connessi con i familiari”. Internet è la loro piazza, solo che in quella virtuale riescono a proteggere le emozioni.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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