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“Studio i coralli e vi dico che il Pianeta è un malato grave”

È quello che si definirebbe esempio di fuga di cervelli all’estero, tant’è che il governo australiano pur di non lasciarselo scappare gli ha fatto da sponsor e lo ha convinto a restare. Però la sua storia suscita particolare  suggestione perché ora, quando penseremo ai danni del riscaldamento globale, al destino dei nostri oceani e del Pianeta in generale, sapremo che c’è appunto un ‘cervello’ italiano che sta dedicando la sua vita a salvare l’ecosistema più grande del mondo, la Grande Barriera Corallina Australiana detta anche semplicemente “Reef”, e a garantirne la sua conservazione.

Andrea Severati ci spiega che l’ecosistema è in pericolo: “Per la prima volta nella storia abbiamo assistito ai danni fatti dal caldo eccessivo registrato consecutivamente in due anni, e cioè il 2016 e il 2017, che ha determinato il fenomeno dello sbiancamento del 40% dei coralli al nord del Reef”.

Classe 1969, dal 2008 in Australia per motivi personali e romano di nascita, Andrea è l’unico italiano tra i 230 scienziati ed esperti dipendenti dell’Australian Institute of Marine Science,  che fa capo al governo di Sidney, e con sede a Townswille (geograficamente proprio al centro della barriera) e che  appunto ne osserva l’evoluzione con un’attenzione particolare alla salvaguardia ambientale e alla biodiversità. 

Ma oltre alla bellezza in sé, tanto da essere considerato patrimonio dell’Unesco, Severati spiega che il Reef ha  un’enorme valenza economica che arriva secondo alcune stime fino a 60 miliardi di dollari australiani e da solo contribuisce all’economia del Paese per 6,4 miliardi. Lungo 2.600 chilometri, talmente grande che dallo spazio  osservando la Terra lo si riconosce a occhio nudo, “è la più grande comunità vivente del Pianeta”, spiega Andrea, ed è anche quella più importante per il futuro e la nostra stessa sopravvivenza. “Basti pensare che l’80% dell’ossigeno che respiriamo viene prodotto in acqua – afferma il biologo – e ora è in pericolo. È un problema che riguarda tutti noi che abitiamo sul Pianeta, non possiamo chiudere gli occhi e fare finta di niente”.

L’AIMS studia come salvaguardare questo patrimonio non solo con l’ausilio di due navi oceanografiche che si spostano sulla barriera  ma è stato installato (ed è costato al governo 40 milioni di dollari australiani, tanto per dire a proposito di investimenti nella ricerca) un Sea Simulator, ossia un enorme impianto marino, il top al mondo per la scienza, in particolare quella cosiddetta “manipolativa”.

“Cerchiamo di capire la reazione alle pressioni che subiscono i coralli, e come gestire il cambiamento climatico. Finora abbiamo fatto oltre 150 esperimenti per studiare i vari fenomeni”, spiega. E proprio quando l’AIMS ha installato quest’enorme vasca, ha reclutato Severati che all’epoca era  curatore dell’acquario di Townsville: dopo un anno di contratto a tempo determinato, gli ha offerto un incarico fisso. 

Ma in Australia non solo è difficile avere un visto di lavoro, è anche dura la concorrenza. “Non ero ovviamente l’unico candidato per quest’incarico e cioé quello di gestire l’aspetto tecnologico dell’acquariologia e nello specifico applicarla al Sea Simulator ma il governo federale ha creduto in me, mi ha fatto da sponsor presso il Dipartimento Immigrazione, che è un grande filtro per gli stranieri che entrano nel Paese, e ce l’ho fatta”, rivela Andrea.

E così, il nostro paese può vantare di  contribuire al lavoro di uno dei più grossi centri di ricerca al mondo sul cambiamento climatico. Il Reef, ci spiega
il ricercatore, “sta cambiando e anzi è già cambiato. Presto, potrebbe avere un aspetto diverso e questo perché è sottoposto a fortissime pressioni”. I coralli infatti sono vittima non solo del surriscaldamento globale  responsabile, soprattutto negli ultimi due anni, del loro sbiancamento ma anche dei grandi eventi atmosferici come i cicloni che “si stanno intensificando negli ultimi cinquant’anni”. C’è poi un terzo fenomeno che sta minacciando il Reef.

“Stiamo studiando l’invasione delle cosiddette Cots, ossia delle stelle a corone di spine che sono responsabili del declino di circa il 40% dei coralli nel Reef. Ci sono sempre state, ma ora stanno aumentando  e sono più aggressive”, spiega. In tutta la barriera, basti pensare che ce ne sono 15 milioni e ognuna fa 10 milioni  di uova l’una: ad occhio e croce, si tratta di una colonia di circa 150 mila miliardi di larve. Una volta cresciute,  queste stelle marine si muovono velocemente arrivando anche a 20 metri all’ora, e sebbene abbiano un corpo rigido, sono capaci di piegarsi e di torcersi per circoscrivere i contorni dei coralli di cui si nutrono. Il problema è che in media possono consumare 13 metri quadrati di barriera l’anno e possono influenzare indirettamente le popolazioni di pesci che dipendono dalle barriere coralline per l’habitat.

“Stiamo cercando di capirne le dinamiche, ed anche gli effetti sull’agricoltura per cercare di prevenirne i danni”, spiega. Ma il Reef “sa essere anche resiliente, ci sono anche oasi che si sono mantenute intatte”. Cosa ad esempio che non è successo alla barriera corallina ai Caraibi: “Gli studiosi – afferma Andrea – non sanno ancora perché, ma in quell’area l’ecosistema non riesce a riprendersi. Certo, non stanno a guardare: molti di loro vengono a fare ricerca nelle nostre strutture, come appunto nel Sea Sim, per sperimentare nuove tecniche di salvaguardia dei coralli”.

“Gli esperti di tutto il mondo – racconta Severati – vengono qui soprattutto durante il nostro periodo estivo”. C’è infatti un periodo dell’anno preciso: “Generalmente dopo la luna piena di novembre – racconta – per due-tre notti i coralli si riproducono. E’ uno spettacolo peraltro bellissimo, e non solo dal punto di vista scientifico e qui è l’unico posto al mondo in cui è possibile assistervi”. Ogni corallo di cui, ricordiamo, esistono 1.500 specie, “sembra infatti contare i minuti dopo il tramonto, quando comincia a rilasciare i gameti e l’acqua si riempie così di larve che  appaiono piccolissime palline. A quel punto, queste si insediano su vecchi e nuovi substrati: “E’ un patrimonio genetico irrepetibile che va  analizzato nel dettaglio per capire soprattutto come salvare gli organismi già esistenti e danneggiati”.

C’è anche da dire che l’Australia non è l’unico paese al mondo a ‘godere’ della barriera corallina (ad esempio nelle zone che ‘toccano’ la Colombia, l’Arabia Saudita, la Polinesia, e le Hawaii) ma sicuramente l’unico a permettersi di investire dal punto di vista finanziario, nella sua conservazione. “Le politiche ambientali sono al primo posto nell’agenda politica del governo” osserva Andrea. Prova ne è il fatto che proprio a gennaio scorso il primo ministro Malcolm Turnbull ha annunciato un nuovo piano da 60 milioni di dollari per finanziare la ricerca mondiale volta a garantire la protezione della Grande Barriera Corallina. Conseguentemente, è già in rampa di lancio un nuovo progetto il “Reef Restoration”: un gruppo di ricercatori analizzerà i coralli già danneggiati, sperimentando ad esempio fino a che punto possono essere tolleranti al calore.

“È incredibile l’attenzione rivolta alla ricerca e alla sperimentazione, ti senti investito da un compito importante: quello di garantire la sopravvivenza di quest’angolo  di paradiso, così strategico e importante per tutta l’umanità” dice Andrea. Non ci sono sicuramente supereroi alla difesa del nostro futuro, ma tanti piccoli eroi sì. Quando gli faccio quest’osservazione, lui si schermisce e abbozza un sorriso: “La natura ha fatto tutto lei. Noi ci limitiamo a proteggerla e, perché no, anche ad ammirarla…”. 
 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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