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Sui social impazza il “boicottaggio” dei #sacchetti (ma non è un buon segno)

La rivoluzione dei sacchetti di plastica è iniziata. No, non è un caso se enfatizziamo quella che doveva essere una semplice misura in favore dell’ambiente, una richiesta arrivata dall’Europa, un segno di civiltà. Una battaglia che invece, soprattutto sui social, ha assunto toni sempre più forti, ricca di imprecisioni, mezze bufale e accuse a partiti e associazioni. Da due giorni, su Twitter, non si parla d’altro con l’hashtag #sacchetti costantemente tra le prime posizioni nella classifica delle tendenze.

Facciamo un passo indietro

Dal primo gennaio sono al bando i sacchetti di plastica leggeri e ultraleggeri utilizzati per imbustare frutta e verdura, carne, pesce e affettati. Al loro posto gli utenti troveranno degli shopper biodegradabili e compostabili ma non riutilizzabili. E per molti questo non è l’unico problema. I famigerati sacchetti sono a pagamento. E incideranno nelle spese delle famiglie italiane. La cifra annuale, stimata dal Codacons, oscilla tra i 20 e i 50 euro. Una tassa che ha generato ironie e proteste. E ha costretto partiti ed enti a obbligate precisazioni.

La nuova legge sull’uso dei #sacchetti, come spiegato bene in questo approfondimento di @AlessiaMorani mira a ridurre l’inquinamento e a favorire il riuso. Inoltre la nuova legge recepisce una direttiva europea che, se non attuata, avrebbe portato a una multa per il nostro Paese pic.twitter.com/tJGyZfuSmS

— Partito Democratico (@pdnetwork) 2 gennaio 2018

Le accuse ai “sacchetti”

L’indignazione del web sta percorrendo quattro direzioni principali: costano troppo; è un favore nei confronti di una ditta, la Novamont, presunta “amica” di Matteo Renzi; per principio dovrebbero essere gratis; è una politica che va contro le famiglie già tartassate da tasse e aumenti vari, dalle bollette ai caselli autostradali.

#sacchetti biodegradabili, perché rimarremo sempre un Paese arretrato:
– costano troppo (2 centesimi)
– ero abituato ad averli gratis
– li produce l’amica di #Renzi
– i pensionati non possono pagarli
– colpo ferale all’economia familiare
– ma quelli di prima non erano uguali?

— Eugenio Cardi (@EugenioCardi) 2 gennaio 2018

L’attacco a Renzi

C’è un nome che sta rimbalzando sui social accanto a quello del Segretario del Pd sulla questione “sacchetti”. È quello di Catia Bastioli, amministratore delegato della Novamont, azienda leader nella produzione dei contenitori biodegradabili che usiamo nei supermercati. Dagospia, riprendendo un articolo de Il Giornale, ha sottolineato la vicinanza nella manager all’ex Premier raccontando, ad esempio, la sua presenza sul palco della Leopolda. Tanto è bastato per scatenare sui social una miriade di commenti e illazioni contro il Governo. Denunce di presunti favori senza alcun tipo di verifica o factchecking. Stiamo infatti parlando di un provvedimento che è entrato in vigore in osservanza ad una direttiva europea per la quale l’Italia stava rischiando una procedura di infrazione. Ma sulla Rete vale tutto.

Quando un danno economico al povero cittadino viene mascherato da buona azione ecologica mentre è solo un modo per arricchire un’amica, non siamo nemmeno più in dittatura, siamo allo sfacelo delle istituzioni #sacchetti #2018VaffaRENZI #Novamont pic.twitter.com/VNtN17xSuB

— DiamondShark (@LadyCaveDiver) 2 gennaio 2018

Questa storia che i #sacchetti biodegradabili sono prodotti da una sola società la cui proprietaria è amica di Renzi puzza di bufala da tre chilometri. Ma come fa certa gente a credere proprio a tutto?

— Filippo Casini (@Filippo_Casini) 2 gennaio 2018

Soluzioni estreme

Il boicottaggio è partito attraverso la pubblicazione di foto e video su Twitter e Facebook. C’è chi, ad esempio, ha deciso di pesare e incollare gli scontrini delle bilance direttamente su ogni singolo frutto o verdura. Non importa se si tratta di mandarini o carote, banane o mele.

#sacchetti soluzione per non pagare la busta pic.twitter.com/S1M1siiPVp

— serafino grilli (@grilliserafino) 2 gennaio 2018

La marchetta con soldi pubblici di #Renzi alla sua amica produttrice di #sacchetti boicottiamola cosi. #ottoemezzo #dimartedi #piazzapulita pic.twitter.com/oexeJhCSg4

— Valter Rimini (@ValterRimini) 2 gennaio 2018

Non una soluzione molto intelligente, pare.

Non acquistate in questo modo, perché il costo dei #sacchetti è incluso. Così lo si paga per più volte. La bilancia non riconosce se il sacchetto è presente. Unica soluzione i mercati ortofrutticoli!
Compriamo #fruttaeverduralocale pic.twitter.com/z3rQSjB1Bc

— Antonio Corvino (@antoniocorvino5) 3 gennaio 2018

Ma negli altri Paesi come fanno? In Svizzera per esempio…

#sacchetti COOP SVIZZERA:sacchetti a retina, riutilizzabili e lavabili in lavatrice a 30°C, su cui si possono attaccare e staccare le etichette con il prezzo dei prodotti acquistati. LEZIONE DI CIVILTA’ pic.twitter.com/gnYOONGI9a

— Oliver Bauer (@oliverbauer56) 2 gennaio 2018

C’è chi mischia temi e tendenze. Pagare i sacchetti in bitcoin? Ci sembra difficile.

Pagateli in bitcoin i #sacchetti della frutta biodegradabili, vi sembrerà una cifra davvero irrisoria.#sacchettibiodegradabili #sacchettiBio

— ˢpͥoͫlͦᶰeͤnghi (@ilSimoPole) 3 gennaio 2018

Poi arrivano quelli che auspicano che una diatriba del genere possa ridestare l’attenzione delle persone verso il produttore locale, il fruttivendolo di quartiere e i piccoli negozietti:

#sacchetti Andate a comperare la frutta dl fruttivendolo, portatevi una brsa da casa otterrete 3 vantaggi
1 sostegno a negozi di prossimità
2 no inquinamento
3 frutta e verdura più buona

— Carlo b (@brtcrl) 3 gennaio 2018

E chi, ancora più radicale, invita all’autoproduzione

Ao e fateve l’orto.#sacchetti

— Marina (@Doriana_Greys) 3 gennaio 2018

Ma è davvero una questione capitale?

Quello della plastica non è un tema che può essere ignorato. Lo scorso giugno Legambiente lanciò una campagna, “Un sacco giusto”, per raccontare cosa si celi spesso dietro la produzione dei sacchetti in Italia. Con un testimone d’eccezione Fortunato Cerlino, alias il superboss di Gomorra Pietro Savastano, scelto per un motivo ben chiaro.

 

Ogni tanto, prima di postare qualsiasi cosa su Twitter e Facebook, non sarebbe meglio informarsi per cercare di capire meglio che tipo di battaglia si sta condividendo? Il rischio, altrimenti, è di raccontare qualcosa di molto importante ma da un punto di vista totalmente sbagliato o superficiale. Anche parlando di #sacchetti di plastica.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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