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Sul fine vita la ministra Lorenzin non obietti

di Chiara Saraceno, da Repubblica

La ministra della Sanità Lorenzin è scesa in campo a difesa della possibilità dei singoli medici, e soprattutto degli ospedali di proprietà religiosa ma convenzionati con il sistema sanitario pubblico, di rifiutarsi di dar corso alle volontà del malato di interrompere le cure quando le ritenga inutili, se non causa di un prolungamento di sofferenze intollerabili e senza speranza.

Rispondendo all’appello di alcune associazioni di medici cattolici ha, infatti, dichiarato che il suo obiettivo è contemperare «la necessità di applicare fedelmente le nuove disposizioni con le altrettanto fondate esigenze di assicurare agli operatori sanitari il rispetto delle loro posizioni di coscienza». Come se la legge sul fine vita appena approvata richiedesse ai medici pratiche crudeli, a danno dei pazienti, o consentisse l’eutanasia, e non il rispetto della libertà e dignità delle persone. Non bastano le pressioni del presidente della conferenza episcopale e del segretario di stato Vaticano sul presidente della Repubblica perché non firmi la legge appena approvata dal Parlamento. Anche un ministro del governo in carica, colei che dovrebbe farsi garante innanzitutto dei diritti dei cittadini e della ottemperanza della legge, si propone di indebolirla prima ancora che entri in attuazione.

Lorenzin non è nuova a queste prese di posizione. Quando circa un anno fa il governo regionale del Lazio bandì un concorso per ginecologi non obiettori, si schierò a favore di chi voleva impugnare il concorso, in nome, di nuovo, del diritto all’obiezione: non del diritto, sancito da una legge, ad ottenere una interruzione di gravidanza entro l’arco di tempo consentito e senza dover migrare da una regione all’altra. Nessuno obbliga un medico a lavorare in un ospedale pubblico e nel sistema sanitario nazionale. Tanto meno nessuno obbliga un ospedale privato a convenzionarsi con questo sistema. Se decidono di farlo, devono accettare di applicare le leggi dello stato, tutte, non a propria scelta. Se per questo gli ospedali religiosi perderanno clienti e dovranno chiudere, come adombra in modo ricattatorio la Conferenza dei vescovi, è un problema che riguarda innanzitutto loro e non può diventare una ragione per limitare i diritti dei cittadini. È già complicato e faticoso, nel nostro variegato sistema sanitario, capire dove si può essere curati nel modo più appropriato e in tempi ragionevoli.

L’obiezione di coscienza obbliga anche ad una ricerca per verificare dove le leggi sono pienamente applicate e non affidate alla scelta idiosincrasica dei singoli o della dirigenza. Nelle disposizioni di fine vita bisognerà scrivere anche in quali ospedali e da quali medici non si vuole farsi curare, per evitare di trovarsi in trappola proprio nel momento di maggiore fragilità. Invece di cercare di introdurre l’obiezione di coscienza anche nel caso dell’accompagnamento al fine vita, un ministro della Repubblica dovrebbe impegnarsi a eliminarlo anche nel caso dell’aborto, per evitare lo scandalo dei tassi di obiezione e delle difficoltà ad ottenere una interruzione di gravidanza che hanno anche fatto condannare l’Italia dalla Corte Europea per lesione dei diritti delle sue cittadine. Se Lorenzin intende impegnarsi per aggirare o ridurre la portata di leggi dello stato, non può fare il ministro e dovrebbe dimettersi.

Francamente, mi sembra che il suo sia un conflitto di interessi e un atteggiamento dannoso per i cittadini maggiore di quello della sua collega Boschi per il caso Etruria.

(24 dicembre 2017)

http://temi.repubblica.it/micromega-online/sul-fine-vita-la-ministra-lorenzin-non-obietti/

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