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Sul rapporto uomo/donna

Articoli di Mariangela Mianiti “Quelli che: «Io non ho colpa»” e di Alberto Leiss “Che fare (noi maschi) ” (Manifesto 14.6.16) LEGGI DI SEGUITO

Mianiti
“”Fra i commenti letti sull’omicidio di Sara Di Pietrantonio, la studentessa romana strangolata e bruciata dall’ex fidanzato, uno mi ha colpito più di altri. E’ quello di P., uomo 40enne, che su un social network ha scritto: «Dopo lunga riflessione, volevo ribadire che neanche con l’esercizio di tutta l’autocritica possibile e immaginabile sono arrivato al punto di sentirmi personalmente responsabile né come essere umano, né come soggetto di sesso maschio, né come uomo bianco appartenente alla cultura occidentale dominante, né come abitante del nord Italia, né come blogger, della morte di Sara». La lapidaria risposta di un’amica gli ha tolto la maschera dell’ipocrisia: «Allora a posto così amici. P. non c’entra e quindi non parlatene con lui».
A parte che un’excusatio non petita nasconde sempre un po’ di coda di paglia, l’ autoassoluzione di P. svela la montagna ancora da scalare per non vedere certi numeri. Secondo Telefono Rosa, da inizio anno in Italia sono 59 le donne uccise da partner o ex, ed è un conto che non considera vessazioni e violenze che ancora molte subiscono.
Il modo in cui si concepiscono le relazioni nasce dall’educazione ricevuta, dagli esempi che si hanno e dall’aria che si respira in una società. Se questi tre elementi non sanzionano il concetto di possesso e potere di un individuo su un altro, crescere senza pregiudizi di genere chiede un lavoro molto lungo e difficile, e non è detto che riesca.
Come madre di un maschio 26enne, fin dalla sua nascita mi sono posta il problema di come renderlo immune dalle zavorre mentali che per secoli hanno regolato il rapporto uomo/donna. All’epoca mi sembrò un lavoro facile, credevo che la mia determinazione sarebbe bastata. Mi accorsi ben presto che avevo peccato di presunzione. Sulla strada c’erano molti più ostacoli di quanto pensassi. I discorsi, i commenti, gli atteggiamenti, il linguaggio che mio figlio sentiva in giro, a scuola, fra i vicini di casa, nella pubblicità, alla televisione, insomma tutto ciò che chiamiamo cultura sociale erano come un’idra. Tagliavo un pregiudizio, ne rispuntavano sette.
Una delle prime cose che imparò all’asilo fu dividere il mondo in maschi e femmine, i giochi da maschio e quelli da femmina, i mestieri delle mamme e quelli dei papà, i ruoli delle prime e quelli dei secondi. A tre anni, vedendo la copertina di un Espresso con una donna discinta, lo sentii dire: «Però, che tette ha questa qua». Come faceva un bambino così piccolo ad avere già un giudizio estetico su dei seni? Ma il disastro fu alle scuole medie, quando cominciò a dividere le ragazze fra quelle che ci stanno e quelle no. Aveva assorbito dai compagni l’idea che le donne si distinguono in facili e no. Altro che risolto, mi sembrava di aver allevato un talebano.
Poi il tempo, le discussioni, le liti, le esperienze hanno fatto il loro lavoro, ma il luogo comune è sempre in agguato. Se i bambini vivessero in una società libera da linguaggi e giudizi machisti, se sentissero padri, fratelli, zii, amici condannare il più piccolo gesto di violenza su una donna, se bevessero insieme al latte materno l’idea che l’amore non è possesso, sarebbe più difficile per un 27enne pensare che se una ragazza ti lascia non ha più il diritto di vivere.
E poi vorrei dire a P. una cosa. Io mi sono un po’ stufata che siano quasi sempre le donne a mobilitarsi per prime. Noi il nostro lavoro di emancipazione lo abbiamo cominciato molto tempo fa. Sarebbe ora che anche i maschi ne parlassero fra loro e di più. In certi casi dire solo «Io non ho colpa» non basta per nulla. Quindi, caro P., la cosa ti riguarda eccome.””

Leiss
“”Come molti sanno Che fare è il titolo di un celebre scritto di Lenin, a sua volta citazione dell’omonimo e forse meno celebre (ma molto più bello) romanzo di Cernyševskij. Un libro-manifesto determinante per la vittoria dei bolscevichi nella rivoluzione d’Ottobre. Ma anche – mi sento di dire – per i tragici disastri che una certa concezione del potere rivoluzionario ha prodotto in seguito. Tempo fa un illuminato dirigente del vecchio Pci ci esortava a concentrarci piuttosto sul che pensare, prima di agire perseverando in antichi errori…
L’interrogativo di quel titolo, con la coorte di dubbi che si porta dietro, mi è tornato in mente leggendo i numerosi interventi maschili che si sono schierati contro la violenza sulle donne, spesso adottando per certi versi, e più o meno consapevolmente, quel «partire da sé» teorizzato e praticato dal femminismo.
Dall’appello pubblicato sabato 11 da questo giornale, agli interventi di Christian Raimo, Nicola La Gioia, Michele Serra, Paolo Di Stefano, per citare solo gli ultimi che ho letto su alcuni siti e quotidiani nazionali (una raccolta si sta formando su maschileplurale.it): in genere mi ha colpito l’opinione, diffusa, che il problema riguardi il persistere di una cultura maschilista del possesso e della forza dalla quale è difficile dirsi completamente immuni.
Ascoltando e leggendo poi altre notizie di questi giorni mi rimbalzava l’idea che un filo rosso, o per meglio dire nero, e sessuato, leghi in qualche modo l’omofobia omicida e terrorista di Orlando ai tumulti degli hooligan di varie nazionalità «europee», ai femminicidi di cui si discute nel bel paese.
Ovvio che dire così espone al rischio di azzerare le enormi differenze che connotano comportamenti violenti tanto distanti nelle modalità, nelle conseguenze, nei contesti, nelle stesse «motivazioni».
Eppure l’ipotesi che qualcosa sia da ricondurre a una incapacità di vivere il proprio corpo e la relazione con l’altro/a radicata nella sessualità maschile così come è codificata in tante culture pur molto diverse, non mi sentirei di escluderla completamente.
C’è chi mette poi in relazione la violenza personale e sociale con gli effetti della crisi economica, e del malessere che crea, esasperato da un sistema «neoliberista» che accentua il narcisismo e l’edonismo solitario.
Un mix deleterio soprattutto per un più fragile equilibrio dell’ex «sesso forte»? Un esito che francamente eviterei è quello di definirsi «vittime» di un sistema di potere di cui riconosciamo la matrice patriarcale. Prima vediamone le connivenze.
Dopo le molte e più o meno discutibili parole di uomini di buona volontà, è difficile non porsi il problema del che fare (senza rimuovere l’essenziale che pensare).
La prima cosa che mi viene in mente è una proposta molto modesta: incontrarsi, mettere a confronto le proprie idee e le proprie esperienze. Non accontentarsi di firmare accorati interventi e appelli.
Un secondo passo può essere interrogarsi – pubblicamente? – su come si agisce e interagisce in ogni contesto, su che cosa e come si desidera: la famiglia e le proprie relazioni affettive, il proprio essere padri (o non esserlo),i luoghi di lavoro, la politica, il sindacato, e il rapporto che viviamo con quel tanto o poco di potere reale che siamo pronti ad ammettere di gestire solo perché uomini.
Fatti e non parole? Ma i fatti possono essere anche nuove parole, se nascono da una diversa pratica di scambio consapevole e condivisa. Tra maschi. E con le donne che desiderassero interloquire.””

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