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Svizzera: ancora referendum contro il pizzo alle multinazionali

Di ilsimplicissimus –

Il 29 aprile i ticinesi saranno chiamati a votare per approvare o meno la riforma fiscale fortemente spinta a suo tempo dall’ Ocse a difesa  dei ricchi e delle multinazionali. Forse a sentire riforma fiscale ci si immagina una busta paga più ricca, ma così non è:  si tratta solo di dimezzare le tasse alle aziende portandole dal 9 al 6,5% e facendo mancare 2 miliardi di franchi al bilancio federale che saranno compensati con tagli già previsti di 200 milioni l’anno per la previdenza sociale, altri 200 per la scuola, ulteriori 250 per la cooperazione allo sviluppo (in tema di aiutiamoli a casa loro) e tutta una serie di tagli in altri settori come la sanità ( 120 milioni) dove negli ultimi anni si sono accumulate addirittura 60 potature di bilancio.

Già l’anno scorso questa sorta di riforma approvata dal governo era stata bocciata con un referendum nazionale, ma siccome alle oligarchie del potere non piace perdere adesso ci si riprova costringendo a ripartire dal livello cantonale, continuando a ribadire come regolarmente accade in questi casi una truffaldina e grottesca deformazione della realtà che si condensa in ragionamenti e falsi sofismi per nascondere il vero scopo di tutto questo, ovvero l’aumento di profitti per pochi sottratti direttamente dalle tasche dei ceti più poveri. Lo sconto fiscale alle aziende, si dice, le incoraggerebbe a insediarsi sul territorio svizzero, creando così le premesse per la creazione di nuovi posti di lavoro e garantire quindi una crescita economica e del benessere in generale. Ma naturalmente si tratta di un ragionamento totalmente astratto, di quelli  che tanto piacciono tanto agli economisti, ma che non hanno alcuna corrispondenza nel mondo reale.

Infatti nonostante le tasse considerate alte dal 2008 ad oggi il numero delle aziende in Svizzera è letteralmente raddoppiato, aumentando di oltre il 100 per cento, il che naturalmente taglia le ali a questo slogan. Tuttavia a fronte di questo il numero dei posti di lavoro è aumentato solo del 16% una buona parte dei quali riguarda essenzialmente il lavoro frontaliero con Italia, Francia, Germania e Austria. Un fenomeno che alla fine ha portato a una generale dequalificazione del lavoro e a un calo delle retribuzioni per gli stessi svizzeri il cui benessere è gradualmente diminuito. Non è certo un caso se nello stesso decennio preso in considerazione il tasso di povertà è passato dal 4 al 10 per cento, raggiungendo però il 18% in alcuni cantoni ( il Ticino è uno di questi)  e per giunta un sempre maggior numero di persone finisce dentro le statistiche della povertà pur avendo un lavoro: si tratta del 5% della popolazione stabilmente occupata, mentre il rischio di povertà per chi svolge attività stagionali o precarie è salito dal 6,9% al 15%, arrivando fino e oltre il 30% in alcuni cantoni. E’ un risultato che oltretutto è ottenuto gonfiando i valori del reddito attraverso operazioni statistiche piuttosto singolari, come, ad esempio l’affitto fittizio ( vedi nota). Ed è proprio su queste persone con i redditi al limite che si riverseranno le conseguente dello sgravio fiscale alle aziende con il taglio di tutele e servizi: del resto queste operazioni basate puramente su operazioni discali  finiscono per attirare imprese che non hanno alcuna intenzione di remunerare correttamente i lavoratori e che quindi sfrutteranno ancora una volta il frontalierato e/o l’immigrazione provocando un ulteriore calo dei redditi reali degli autoctoni.

Insomma esattamente ciò che avviene dovunque secondo le peculiari fisionomie delle diverse economie, ma il referendum svizzero rende ancora più chiara una realtà dalla quale molti europei non si sentivano toccati fino a qualche anno fa e con la quale tuttavia ognuno dovrà fare i conti: nel novero degli sfruttati cominciano ad entrare anche i cittadini dei Paesi più ricchi, quelli che finora hanno acconsentito ad ogni rapina chiudendo gli occhi e rifugiandosi dietro ogni ipocrisia nella certezza che fare da cassa continua al neo schiavismo multinazionale avrebbe portato a una prosperità libera da remore morali. Invece lentamente, passo dopo passo, stanno diventando anche loro sudditi sottomessi al potere feudal produttivo o finanziario da quando esso è diventato il regolatore e legislatore di società svuotate di sovranità politica reale e affidate agli slogan o al politically correct. Invece l’infernale meccanismo si è incistato persino nella ex felice Svizzera.

Nota Se per caso uno paga un affitto inferiore alla media (che in Svizzera è molto alta a causa del peso statistico delle residenze destinate agli affari) la differenza viene considerata come reddito effettivo, il che ovviamente distorce in maniera notevole i numeri.

Svizzera: ancora referendum contro il pizzo alle multinazionali

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