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Terremoto, il 99enne Vittorio che non lascia la sua Visso

dall’inviato Enzo Castellano

Visso (Macerata)- Jacopo ha solo 4 mesi e il suo futuro temporaneo sarà in Val Badia, meglio lasciare Visso in questo momento. E’ troppo piccolo per affrontare tante incognite, dice la madre, Alexandra, una giovane romena con compagno di qui. Vittorio Sansoni di anni ne ha 99, anzi precisa “98 e 10 mesi, gli anni li faccio a gennaio ed entro nei 100”: va a finire che il prossimo 7 gennaio dica di essere già centenario…Lui no, non vuole lasciare Visso. Jacopo e Vittorio sono, per le rispettive età, simboli di questa comunità ferita nelle sue cose, nella sua quotidianità, nella sua identità.

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Il bimbo ha vissuto il dopo terremoto nella struttura della Croce rossa, al “piano” di Visso, con mamma Alexandra che l’ha tenuto bene al caldo, coccolato dalla nonna materna e dai tanti disperati di Visso per aver perso la casa ma non per questo indifferenti a un bimbo paffutello e sorridente al minimo cenno di attenzione nei suoi confronti. Una star, Jacopo. Il papà ha preferito stare in auto con parenti e amici, per non togliere a chi più bisognoso – specie in età avanzata – un riparo nella struttura. La decisione è però quella di andare via: “Non possiamo restare – dice Alexandra, minuta e pallida -, lui è troppo piccolo. Andiamo a stare da parenti del mio compagno e vediamo intanto cosa succede qui, come andranno le cose, le soluzioni che troveranno. Se non avessimo avuto Jacopo forse saremmo rimasti, sarebbe stato più facile affrontare le cose…”.

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Di tutt’altro avviso è Vittorio, lui non ha alcuna intenzione di andare via, anche se la figlia spinge in tal senso. “Dove vado? Non posso andare da nessuna parte”. Sull’età dice “non mi va di arrivare a 100, mi sono stufato…Anche se poi quando ci arrivi, ci può stare”, e chiarisce: “sono di Visso-non di Visso, perchè sono originario di Pieve Torina”, un piccolo comune non distante da qui e che conta anch’esso danni da terremoto. Quando c’è stata la prima forte scossa lui era in casa, al primo piano. “Mi tiravano, mi volevano far uscire e io volevo restare”, dice avvolto nel giaccone, sciarpa al collo, cappello in testa, seduto all’interno della struttura della Cri. Il riferimento è alla figlia – l’unica, perchè “ho perso moglie tardi, per fortuna” – e alla nipote che lo hanno portato in strada. In passato falegname-artista, specializzato in mobili in stile (e fino a tre anni fa prendeva ancora scalpellino e martello), Vittorio precisa: “non dico che non ho paura, ma sono di quelli che ha meno paura. Ieri volevo dormire in casa, ma non hanno voluto”. E quindi la prima notte è stata trascorsa in auto. “Ma io voglio dormire dentro casa, ho dormito tanto in tenda…”, dice ricordando il periodo di prigionia, sei anni in mano inglese in Sudafrica fino al settembre 1947. Che significa, Vittorio, questo terremoto? “E ‘ la fine, penso che non ci sarà più il paese di una volta”, e la voce si abbassa ed è spezzata da singhiozzi che lui prova dignitosamente a tenere soffocati. “Terremoti così forti non ce n’erano mai stati, non me ne ricordo. Per questo dico che sarà la fine. ..Una volta qui erano tutti amici. ..I giovani di oggi non so…”. (AGI) 

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