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Terrorismo, psichiatra "dietro lupi solitari spesso i depressi"

Roma – Non è necessariamente solo e sempre il terrorismo, o il cosiddetto ‘lupo solitariò, la spiegazione delle stragi – specie in Europa o Usa -, ma anche quella che solo un giudizio affrettato può far apparire come una banalità: il depresso. Il quale a un certo punto dice a se stesso “Non ne posso più…” di una serie di vessazioni di varia natura, e lascia che si faccia strada in lui ed esploda la follia, la voglia di distruggere gli altri e poi – forse – se stessi. In un crescendo di violenza senza controllo, in un soggetto con ormai ridotta al lumicino la soglia di tolleranza. Può accadere ovunque, ad ogni latitudine, in Italia come in qualsiasi altro Paese dell’Occidente (ma non solo). E lo si può pure fare prendendo a prestito “un credo che s’ipotizza possa essere bastante per dare un senso alla propria morte”, ovvero richiamando o tirando in ballo l’Is (o Isis o Daesh che dir si voglia…) e dando corpo a sospetti e interrogativi sulla radicalizzazione. E il dramma in più è proprio il fatto che l’Is “se n’appropria per ragioni propagandistiche”. Parte da qui il professor Vincenzo Mastronardi, psichiatra-psicopatologo forense, commentando all’Agi la strage di Monaco di Baviera. Sembra ormai certo che il diciottenne pluriomicida di origini iraniane Ali Sonbol si sia trasformato in un ‘mass murder’ senza alcun collegamento con il radicalismo e il terrorismo. E Mastronardi sottolinea “ci siamo resi conto che il fenomeno più pericoloso non è dato tanto dal credo simil-religioso bensì dai fenomeni di ‘mass murder’, con possibilità di addurre a se stesso mete non già giustificabili a se stesse ma ancor più gratificanti perchè utilizzano il fanatismo religioso che acceca le coscienze”.

Mastronardi è tra i principali animatori di una ricerca voluta dalla Commissione europea che in questo momento coinvolge diverse università continentali sulle strategie degli operatori per l’anti-radicalizzazione del nuovo terrorismo. E commentando i fatti di Monaco, ma anche quelli di Nizza (dove però la matrice terroristica sembra essere preponderante),lo psichiatra rileva che i ‘mass murder’ evolvono, nel senso che se prima colpivano in ambito familiare, e le cronache italiane lo hanno più volte confermato a differenza invece degli Stati Uniti “dove paradossalmente la famiglia tiene”, adesso colpiscono all’esterno, prendendo di mira chicchessia, sconosciuti e in luoghi anche senza alcun legame con la propria storia personale. “Ora il fenomeno ha migrato, nel senso che le persone di cultura diciamo non europea ma simil-musulmana danno un senso al loro desiderio già a monte di uccidersi perchè c’è un credo che supplisce alla carenza di finalità che l’interessato vorrebbe apparissero nobili. è quella che in Italia chiamiamo ‘sindrome di Sansonè e negli Usa ‘sindrome di Berserker’ (dal nome del guerriero nordico che era vittima di una furia senza controllo, ndr)”, cioè affermare la propria volontà rivendicativa. Il soggetto in questione “prende a prestito un credo simil-religioso che s’ipotizza possa essere bastevole per dare un senso alla propria morte. Questi soggetti lo fanno solo perchè sanno che devono compiere un gesto notevole per loro e da farsi comunque, con pretesti culturali-religosi che motivano ancora di più ciò che fanno. E questo è pericolosissimo perchè l’Is subito se n’appropria, anche se quella serie di vessazioni di cui il soggetto soffriva a monte non ha nulla a che fare con l’Is”. Mastronardi sottolinea poi l’aspetto relativo al ruolo dei media: “La comunicazione è preziosa ma se mandiamo in onda sempre quelle immagini (di Monaco, ndr) finiamo con il rinforzare negativamente le pseudo ‘grandi gestà, vere o presunte, dell’Is, e questo finisce con il motivare ancor più quelle persone ad effettuare un atto che reputano nobile ai fini dell’attuazione del loro stato mentale di narcisisti depressi”. E se finora il depresso finiva con il pensare al solo suicidio, “oggi c’è una diffusione a macchia d’olio di questo nuovo fenomeno, e con l’Is che sta sfruttando le debolezze dell’essere umano per attribuirsi azioni di poveri depressi che in quel momento anzichè pensare al suicidio e basta, pensano invece al suicidio seguito a una strage come ottima fonte di gratificazione personale, ispirandosi a movimenti culturali-religiosi, ma in questi casi al radicalismo islamico”. E peraltro – conclude Mastronardi – non è scontato che il tutto si concluda con il suicidio del soggetto autore della strage: “Lui fino all’ultimo non lo sa. Di certo combatte fino all’ultimo”.

Il medico specialista in problematiche psichiche deve o no segnalare alle autorità o forze dell’ordine il paziente che ha in cura per depressione qualora questi manifesti propositi di strage? “Purtroppo sì, devo dire purtroppo. Anche se è un tema dibattuto da sempre, ritengo che il medico abbia il dovere di farlo”, risponde senza esitazione Vincenzo Mastronardi, psichiatra e psicopatologo forense. è vero sì che per il medico, da quello ‘genericò a quello specializzato, c’è l’obbligo di rispettare la privacy del paziente che sta seguendo e quindi non rendere di pubblico dominio patologie o altro, “ma in questo caso – chiarisce Mastronardi – parliamo di tutelare la pubblica incolumità. Se il medico ha la seria percezione che possa esserci un pericolo, deve segnalarlo. Ripeto, deve esserci una chiara percezione, evidente, captata con le capacità professionali di cui il medico è portatore. Spesso sentiamo in giro qualcuno dire ‘adesso faccio una stragè e poi tutto rimane lì, è solo uno sfogo, per fortuna…”. Ma può accadere che così non sia, che non si tratti di un semplice sfogo ma del segnale che si è prossimi a un punto di non ritorno… “E allora in quel caso nessun dubbio che il fatto vada segnalato a chi di dovere. Parliamo di pubblica incolumità”. Una risposta che di fatto finisce con lo spalancare il campo a un numero infinite di interpretazioni e applicazioni, perchè coinvolge anche il singolo individuo potenziale vittima. (AGI) 

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