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Timido risveglio del pensiero critico

La Stampa 31.8.14
Allarme suicidi in Italia
Ogni anno 4 mila casi

In Italia ci sono circa 4 mila suicidi ogni anno ma ancora poco si sta facendo per fronteggiare questa emergenza di salute pubblica. Ogni anno, in tutto il mondo, circa 1 milione di persone muore togliendosi la vita, approssimativamente un decesso ogni 40 secondi. Nel 2012, a livello mondiale, il suicidio rappresenta la quinta cause di morte tra i 30-49 anni, e la seconda causa di morte tra i 15-29 anni. Nel complesso, si stima che nel corso del 2012, ad ogni decesso per suicidio coincidono almeno 27 tentativi. A ricordare i dati il servizio per la Prevenzione del Suicidio di Roma in occasione della «Giornata mondiale» dedicata al tema (il 10 settembre).
Per l’occasione, l’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) proporrà il Report mondiale sul tema. Un documento che segue le indicazioni del piano d’azione per la salute mentale globale 2013 – 2020 proposta dall’Assemblea mondiale della Sanità che coinvolge tutti i 194 stati membri con l’obiettivo di ridurre i tassi di suicidio nel mondo del 10 per cento entro il 2020.

Corriere 31.8.14
Un naufrago tra i decreti
di Michele Ainis

Dall’evoluzione alla rivoluzione della specie. Neppure Lenin usava così spesso questo termine. Ma in che consiste il finimondo annunciato e rilanciato (19.400 volte, stando alle news di Google) dal nostro rivoluzionario premier? Semplice: rivoluzione fa rima con semplificazione. Applicata di volta in volta alla giustizia (il Tribunale della famiglia), agli appalti (vietando il goldplating ), alle ristrutturazioni edilizie (la super Scia), ai beni culturali (meno sovrintendenze), e via semplificando.
Diciamolo: l’idea non è del tutto originale. La prima Commissione per la semplificazione burocratica venne istituita nel febbraio 1918; era presieduta da Giovanni Villa, e da lì a poco le succedettero le Commissioni Schanzer e Cassis. Invece la prima legge di semplificazione fu battezzata da Bonomi nel 1921. Ma negli ultimi anni è diventata una parola d’ordine, anche se per lo più genera disordine. Così, ci è toccato in sorte un ministro per la Semplificazione (Calderoli), a sua volta circondato da una Commissione parlamentare, un Comitato interministeriale e un’Unità governativa con la medesima funzione. Nel 1997 è stata introdotta la legge annuale di semplificazione, peraltro approvata soltanto 4 volte (nel 1999, nel 2000, nel 2003, nel 2005). E intanto un treno d’interventi viaggiava sui binari del decreto: per esempio il semplifica Italia, varato da Monti nel 2012.
Insomma, una rivoluzione di seconda mano. Ma con qualche tratto inedito, come no. Specie nel ginepraio della giustizia, dove l’esecutivo ha brevettato la semplificazione privatizzante (tu paghi l’avvocato difensore, poi paghi l’avvocato arbitro, poi magari paghi tutto il resto, perché perdi la causa). La semplificazione rinviante (sul processo penale, dove ogni partito ragiona per partito preso; e allora meglio una delega che un de profundis , meglio una legge futura che la morte prematura della coalizione di governo). Infine la semplificazione consultante: dei cittadini (a proposito, dove sono finiti i questionari?), dei direttori di giornale (sulle intercettazioni, ma nessuno li ha ancora intercettati), del nuovo Csm (che non c’è, dato che la maggioranza non lo elegge: 3 fumate nere).
Il rischio è d’aggiungervi la semplificazione blaterante, sia pure in tweet di 140 caratteri. Perché il nostro ordinamento è ingarbugliato come tela di ragno, e perché il garbuglio è colpa di norme improvvisate, ma anche di semplificazioni improvvide. La Scia, per dirne una: inventata da una legge nel 2010, poi corretta da altre leggi nel 2011, nel 2012 (due volte), infine adesso; e ogni intervento è stato foriero d’incertezze, rendendo necessario l’intervento successivo. O la normativa sugli appalti: 6 riforme per semplificarla tra il 2008 e il 2012, con Renzi siamo a 7. Da qui una lezione per il premier, ammesso che abbia voglia d’ascoltarla. La semplificazione promessa è sempre una scommessa. E la semplificazione fallita è una complicazione riuscita.

Corriere La Lettura 31.8.14
Il grande balzo all’indietro
Le scelte suicide dell’Europa, gli inganni della finanza
Il mondo si disgrega e ritorna all’uomo pre-sapiens
di Giovanni Sartori

Ho sempre sostenuto che la scienza politica in particolare, e le scienze sociali in generale, dovevano essere o tentare di essere discipline predittive, capaci di prevedere, Science for what ? Appunto, per guidare l’azione. Ma in questo ultimo scritto, forte dei miei novanta anni, intendo ricordare le vicende che ho vissuto e nelle quali sono stato coinvolto anche in prima persona.
I) Società industriale
Il poco letto e mal capito Malthus viveva ancora nella società agricola. Non c’era la macchina, l’economia era tutta e soltanto economia prodotta dal lavoro manuale, tutt’al più aiutata dal bove che trainava l’aratro. L’invenzione della macchina sconvolse la società agricola. Le resistenze dei cosiddetti «luddisti» furono feroci. Ma all’inizio a torto. Le macchine richiedevano nuove macchine e quindi davano lavoro. Finché il mondo fu saturo di macchine che si riproducevano da sole. E allora? Allora venne escogitata la società dei servizi.
II) Società dei servizi
Il gruppo dei sociologi che escogitarono questa nuova società era di alto livello mentale e culturale. Li conoscevo quasi tutti bene e li stimavo. Non ho mai ben capito se la società dei servizi fosse davvero una scoperta o anche vanagloria. Forse un poco di tutte e due le cose. Io la intesi come un modo di riassorbire la disoccupazione creata dalla società industriale.
All’inizio la trovata fu geniale. Ma creò, come prevedibile, una armata sempre crescente e sempre più parassitaria di burocrati. Come scrivevo già nel lontano 1993, il male era stato curato con un rimedio peggiore.
III) La grande marcia
Anche la società dei servizi doveva esplodere. Fu trasformata nell’ideologia del globalismo. L’Unione Europea dei primi sei Stati contraenti era animata dalle migliori intenzioni, ma man mano divenne una estensione della società dei servizi. Alla quale forniva nuovo spazio in nome della globalizzazione, che divenne la nuova parola d’ordine.
Così nacquero Sei Stati indifesi: niente più dazi, niente più protezione; porte spalancate a tutti. In realtà la nozione di Stati uniti o confederali si è sviluppata più che altro come una ulteriore burocrazia, anche essa sempre più invadente e pervadente. Si noti che lo Stato dei Sei aperto e indifeso resta unico al mondo. Gli Stati Uniti sono a tutt’oggi autorizzati a imporre protezioni doganali. Solo i Sei si estendevano e volevano occupare nuovo territorio. Così oggi sono arrivati a lambire addirittura la Russia. Quando l’Unione Sovietica si azzardò a lambire Cuba, la zona di influenza degli Stati Uniti, tutti saltarono addosso a Cuba, tutti appoggiarono la reazione del presidente Kennedy. Eppure Cuba era uno Stato sovrano, libero di installare postazioni di missili nell’ambito del proprio territorio e nei limiti delle proprie acque territoriali. Ogni grande Stato ha diritto a un suo spazio di sicurezza. Oggi stiamo invece assistendo a una Unione Europea sempre più ingorda, appunto, di spazio sul quale agire e intervenire e che vorrebbe imporre alla Russia di lasciarsi portare via l’Ucraina che parla il russo.
Come dicevo, l’Unione Europea cerca sempre più spazio per la propria burocrazia. Ora pretende di arrivare sino ai confini della Russia. Con le pistole, si badi bene, pressoché scariche. Anche così non tollera nemmeno più zone cuscinetto, zone di rispetto.
IV) La grande abboffata
Se l’economia industriale è morta, cosa resta? Resta l’economia finanziaria. Sono due cose diversissime. L’economia finanziaria è una economia speculativa. Il suo mercato è inevitabilmente il mondo. E i nuovi economisti si buttarono su questa pista. Lì si possono fare soldi a palate, speculando e manipolando i cambi. I nostri economisti sono oggi tutti di questo tipo. I nostri politici li assoldano come loro consiglieri e pagano lautamente i loro servizi. Possono accumulare cifre su cifre muovendosi con destrezza tra colossali patrimoni. E inventano, come tali, trappole e marchingegni di ogni sorta (come la vera e propria truffa dei cosiddetti derivati). Grazie anche alle tivù nelle quali spadroneggiano.
E poi ? Poi niente. Consigliano di indebitarsi, e a chi fa presente che i debiti vanno alla lunga o alla distanza pagati, promettono nuovi miracoli e predicano che se c’è già recessione (come c’è), l’anno prossimo e quello successivo sarà passata. E promettono alle persone che perdono ogni giorno il lavoro che lo ritroveranno. Come? È una vendita di sogni, che vedi caso viene riusata pescando nel repertorio dell’economia all’antica.
Ma non è vero che il «vu cumprà», termine che viene addirittura bandito come dizione razzista (tra le cretinate è la più bella da ricordare, e ci tengo) non danneggia l’economia; per ogni «vu cumprà» che si afferma devono chiudere a ritmo impressionante i piccoli negozi che devono pagare un affitto e anche qualche tassa. Per uno che si salva, cento devono sparire. Davvero una ripresa.
V) La Chiesa suicida
La vicenda della enciclica Humanae Vitae esternata da papa Paolo VI è stata raccontata più volte. È noto che il Papa radunò i maggiori teologi del suo tempo che conclusero che non aveva alcun fondamento nella dottrina. Tommaso d’Aquino distingueva già tra tre tipi e fasi dell’anima: anima vegetale, anima animale e, infine, anima umana. La terza anima poteva arrivare tardi, anche dopo la nascita. Dunque la dottrina tomistica distingue tre anime diverse in tempi diversi. Però il Papa, contro il parere dei suoi teologi, fece di testa sua. Ma sia chiaro, le encicliche non sono dottrine infallibili della Chiesa, possono anche essere dimenticate e lasciate cadere. Eppure gli ultimi Papi non solo difendono l’Humanae Vitae , ma ne estendono l’applicazione. Papa Francesco è simpatico e fa bene a smantellare la curia di Roma, ma sorvola sui massacri dei cristiani e preferisce battere le piazze dei «suoi». Lancia appelli oramai stantii e non consente contraccettivi né la pillola del giorno dopo. Già — dimenticavo — che siamo nell’età del globalismo. Forse gli ultimi Pontefici non sanno che Sunniti e Sciiti (nel mondo islamico) si scannano tra di loro da oltre mille anni.
VI) La colonizzazione insensata
Quando gli Stati europei colonizzarono l’Africa, decisero al tavolino come andava spartita. Attorno a un tavolino disegnarono con un righello chi era chi, e cosa andava a chi. L’operazione fu fatta con il righello (eccezion fatta per il Congo belga, che fu addirittura acquistato dal re Leopoldo II). Ma la regola è stata tanto a me, tanto a te. Resta che confini disegnati da righe diritte sono una assurdità. E infatti questi Stati, frutto di questa assurda partizione e spartizione, non hanno mai visto la luce. Magari hanno attizzato e ancora attizzano conflitti, ma questa vicenda è finita lì.
VII) Il ritorno al tribalismo
Salvo pochi casi oramai dimenticati e cancellati dalla storia, il mondo reale si sta sempre più spappolando, e così tornando alle sue origini. Da quando l’uomo pre-sapiens è sceso dagli alberi la sua organizzazione spontanea è stata la tribù. Alcune nemiche, altre affini, ma il capo è sempre stato il più anziano. Quando decedeva, il comando passava all’anziano successivo, e ogni tribù si distingueva per colorazioni diverse, feste diverse, costumi diversi e piume sui generis . L’Homo sapiens è durato poco, pochissimo, e il mondo tende sempre più a disgregarsi, tornando all’uomo pre-sapiens.
Conclusione
Come ho già scritto da tempo nel libro Homo videns , la città liberal-democratica è tutta costruita sulla capacità di astrazione, su concetti che non si vedono (che sono soltanto concepibili) e che non possono essere resi visibili. Questa capacità di astrazione è distrutta dalla televisione e dal mondo della rete, per i quali esiste solo quello che si vede. Il cosiddetto «secolo breve» è stato brevissimo.

il Fatto 31.8.14
Sblocca-cemento
Il decreto Renzi svende il demanio
I fondi immobiliari potranno costruire (coi soldi di Cdp) sui terreni pubblici non utilizzati
Un regalino pure per le compagnie petrolifere
di Ma. Pa.

Nel decreto Sblocca Italia, come in altri testi omnibus prima di lui, trovano al solito posto i fondi di magazzino dei vari ministeri, Infrastrutture e Sviluppo economico su tutti. Normette, leggine, in genere schiacciate sugli interessi economici più rilevanti (leggi grandi imprese), infilate dentro queste leggi monstre e praticamente incomprensibili.
Questo decreto di Matteo Renzi, come detto, non fa eccezione. Per capire l’assetto definitivo delle norme bisognerà aspettare la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, ma il combinato disposto tra le bozze in possesso del Fatto Quotidiano e le dichiarazioni dei ministri sono assai preoccupanti. Della proroga ai concessionari autostradali (inserita alla chetichella, giura Raffaele Bonanni della Cisl) vi abbiamo parlato ieri, ma Maurizio Lupi e i suoi tecnici non si sono fermati qui e stanno provando, in sostanza, a trasformare un bel pezzo di demanio pubblico in un affare per costruttori. In uno degli articoli, infatti, si legge che i Fondi immobiliari di investimento – anche in partnership con la Cassa depositi e prestiti – possono “realizzare progetti di sviluppo” (leggi urbanistico-edilizi) su “aree o beni di proprietà pubblica anche demaniale che non risultino utilizzati e non siano gravati da vincoli di inedificabilità assoluta”. Come? “In regime di concessione o di diritto di superficie, senza alcun onere per lo Stato o per soggetti pubblici comunque denominati”. Qui sta il trucco: Cdp è formalmente una società per azioni privata, anche se in sostanza appartiene al Tesoro.
ANGELO Bonelli, portavoce dei Verdi, ne dà una interpretazione assai preoccupante: “Questa norma dà il via alla cementificazione del demanio, anche marittimo. Aree pubbliche, aree costiere potranno essere date in concessione o in diritto di superficie per realizzare interventi edilizi in deroga anche ai piani regolatori. Questo è un punto terrificante delle proposte del ministro Lupi”.
Non è il solo articolo preoccupante inserito dal ministro delle Infrastrutture nel decreto. Un altro, ad esempio, istituisce uno sportello unico edilizio per le autorizzazioni: se l’amministrazione interessata non risponde entro 30 giorni è il singolo funzionario dello sportello che diventa commissario ad acta ed è abilitato a rilasciare tutte le autorizzazioni. Se non risponde neanche lui, dopo un po’ scatta il silenzio assenso. “Una follia – è ancora Bonelli a parlare – che favorisce grande proprietà fondiaria e grandi costruttori contro l’interesse pubblico: l’obiettivo è quello di esaurire, col cemento, tutte le previsione edificatorie dei Piani regolatori dei comuni. L’opposto del consumo zero del suolo”. D’altronde nemmeno le autorizzazioni paesaggistiche si sono salvate: silenzio assenso anche qui se la Soprintendenza non chiude la pratica in 60 giorni. I Verdi si appellano a Renzi: “Fermi Lupi: non si supera la crisi svendendo il territorio”, spiega Bonelli.
FINITA? Magari. Altro articolo, altra corsa: gli inceneritori, per dire, diventano opere strategiche di interesse nazionale e il piano per la loro costruzione si farà a Roma. Gli effetti: viene violato il principio di legge per cui i piani dei rifiuti sono compito delle Regioni, si dinsincentiva di fatto la raccolta differenziata, si blindano i cantieri sul modello del Tav Torino-Lione e si allontanano i luoghi della decisione da quelli coinvolti.
Pure le trivellazioni per nuovi pozzi di petrolio, d’altronde, e i siti di stoccaggio del gas naturale diventano opere strategiche di interesse nazionale: le regioni Sicilia e Basilicata sono incentivate, grazie ad un allentamento ad hoc del patto di Stabilità – a rilasciare nuovi permessi, mentre le imprese potranno sventrare il territorio con procedure semplificate, mentre l’esercito reprime eventuali proteste.

il Fatto 31.8.14
Le riforme
Giustizia tutte slide e poco arrosto
di Gian Carlo Caselli

Sarà la complessità della materia. Sarà che la molteplicità e varietà dei temi affrontati non si presta a una sola valutazione onnicomprensiva. Sta di fatto che alla riforma della giustizia illustrata dal Governo venerdì scorso con profusione di slide (di un bel colore viola) sono stati dedicati commenti tra loro molto diversi e spesso incompatibili. Chi parla di “vittoria del ministro della giustizia” e chi di “compromesso” con la destra. Chi vi scorge soltanto “panna montata” o “parole al vento” e chi invece si spinge a intravvedere una “rivoluzione” sia pure “soft”.
PER FORTUNA ci è stata risparmiata la definizione “epocale” a suo tempo usata da Berlusconi (che il patto del Nazareno gli abbia assicurato anche questo copyright?). Comunque sia, un primo commento non può non premettere a ogni altra la constatazione che la riforma contiene un unico decreto legge immediatamente operativo (per il processo civile), mentre tutti gli altri obiettivi formano oggetto di leggi delega o disegni di legge, con l’inevitabile conseguenza di tempi lunghi e di possibili modifiche anche profonde in itinere. Ciò vale per tutto ciò che non attiene al processo civile, quindi per le proposte riguardanti le intercettazioni, la prescrizione, la responsabilità civile dei giudici, le impugnazioni penali, la magistratura onoraria, il falso in bilancio e le misure contro il crimine organizzato tra cui l’autoriciclaggio.
Quanto al processo civile, la parola chiave (quasi uno scioglilingua: degiurisdizionalizzazione) promette una sostanziosa riduzione dei tempi con relativo abbattimento dell’arretrato – oggi di 5,2 milioni di cause – da realizzare spingendo i cittadini fuori del perimetro giudiziario dei tribunali affinché le loro controversie siano decise da arbitri privati presi da appositi elenchi predisposti dagli Ordini degli avvocati. In sostanza, i cittadini dovranno pagare questi arbitri per aver finalmente una decisione che lo Stato non riesce a dare in tempi ragionevoli. Un prezzo molto alto, quasi un’abdicazione dello Stato che si vuol giustificare con la necessità di dare una mano all’economia, di questi tempi in grave difficoltà anche per il pessimo funzionamento della giustizia civile.
Quanto agli altri profili del programma governativo, la vastità dell’offerta (forse ispirata al proposito di dimostrare una reale volontà riformatrice anche in base alla pioggia di interventi promessi) impone di circoscrivere la trattazione ad alcuni specifici punti. Le nuove regole sulla prescrizione non soddisfano, perché se il processo dovesse estinguersi nel caso che l’appello non finisse entro due anni (dopo la condanna di primo grado che ha interrotto la prescrizione), potrebbero aversi abnormi cancellazioni di responsabilità, come ha sostenuto il prof. Grosso sulla Stampa. Il paradosso è che qualcuno considera meno garantista il processo che offre all’imputato meno chances di fermarlo: come se processo garantista non fosse quello giusto, ma quello che ha maggiori probabilità di estinguersi salvando i colpevoli…
QUANTO alla responsabilità civile dei giudici, ridurre la straordinaria complessità del problema – come ha fatto il premier – alla facile battuta “chi sbaglia paga” (già sentita al bar) significa commettere uno sbaglio da matita blu, perché si oscura il problema fondamentale della distinzione fra l’errore inescusabile (patologico) e la fisiologica possibilità di valutazioni difformi fra i diversi gradi di giudizio che caratterizzano il nostro ordinamento.
Le novità riguardanti l’agenzia antimafia, le confische e l’amministrazione dei beni sottratti alle cosche appaiono (per come sono in cantiere) decisamente importanti per un efficace contrasto alla criminalità sul sempre più decisivo piano economico. Per contro, la previsione – in sé positiva – dell’autoriciclaggio come reato, si presta all’obiezione che A. Galimberti ha formulato sul Sole: nel senso che il presupposto dell’ “ulteriore vantaggio in attività imprenditoriali o finanziarie” avrebbe il singolare effetto di escludere la punibilità – ad esempio – in caso di utilizzazione del “nero” fiscale per comprarsi una casa principesca o per trasferire i soldi su un conto estero.

Corriere 31.8.14
La riforma sospesa della scuola e lo strano caso del ministro Giannini
di Giovanni Belardelli

Di fronte al non esaltante spettacolo di una ambiziosa riforma della scuola enfaticamente annunciata e poi rinviata, molti si saranno chiesti cosa pensi al riguardo il ministro Stefania Giannini. Ciò che tutti hanno potuto vedere, infatti, è che la titolare di viale Trastevere – dopo aver annunciato anche lei misure rivoluzionarie al Meeting di Rimini – al momento sembra uscita di scena.
Una uscita di scena forse indotta dall’intenzione dello stesso presidente del Consiglio Renzi di occuparsi più o meno direttamente della materia. Fatto sta che il ministro Giannini è intervenuta pubblicamente per confermare l’abolizione del test di Medicina, una misura molto popolare tra studenti e famiglie anche se rischia di gettare nel caos le università per le ragioni di sovraffollamento fatte presenti da tutti i rettori; ma sulle misure per la scuola che dovevano essere discusse nel Consiglio dei ministri di venerdì non si sono registrate negli ultimi giorni dichiarazioni sue che potessero far capire cosa pensa al riguardo.
Sul metodo utilizzato dal premier Renzi avrebbe forse potuto far presente anche lei quel che ormai tutti — dai commentatori ai comuni cittadini — pensano: e cioè che annunciare grandi rivolgimenti, suscitando troppe aspettative, rischia di alimentare due cose che nel Paese circolano già fin troppo: disillusione e sfiducia. Come sanno bene, credo, i 100 mila precari di cui è stata annunciata (e ora rimandata) l’assunzione: una misura che ha molte ragioni sociali, per le aspettative create nel tempo in tanti aspiranti docenti di ruolo; ma in cui è difficile vedere qualcosa di rivoluzionario, assomigliando essa troppo a certe infornate di assunzioni da Prima Repubblica. O forse non è del tutto così: ma il ministro che ha la responsabilità del nostro sistema scolastico avrebbe avuto il compito, ci permettiamo di osservare, di spiegare meglio una misura del genere e in che senso l’assunzione in massa di precari (a scapito, evidentemente, di altri, più giovani, aspiranti insegnanti) corrisponderebbe a quel principio del merito che si vorrebbe fosse un caposaldo della grande riforma.
Anche riguardo a questo, cioè all’introduzione di carriere e retribuzioni degli insegnanti legate a una valutazione del merito, si tratta di cosa non nuovissima, visto che vi si cimentò già, senza successo, nel 2000, il ministro Luigi Berlinguer. Una cosa, per giunta, di non facile attuazione anche al di là delle consuete resistenze sindacali: una volta che in una scuola vi siano insegnanti con qualifiche di merito diverse, non si capisce chi accetterà mai di avere gli insegnanti di qualifica inferiore. Benché dal punto di vista mediatico faccia assai meno colpo (e infatti nessuno ne parla), sarebbe già un ottimo risultato se si potessero allontanare dall’insegnamento i non molti forse (ma neppure pochissimi) docenti che — per la demotivazione legata ad anni di faticoso insegnamento precario oppure per la insufficiente preparazione — lavorano con scarso merito.
Questo o altro avrebbe forse potuto osservare e chiarire il ministro Giannini, anche correndo eventualmente il rischio di qualche frizione con il presidente del Consiglio. Quando da un ministro dipendono un milione di lavoratori della scuola (tra docenti e non), quando a quel ministro guardano milioni di studenti e di genitori italiani, il silenzio non è un’opzione possibile.

Repubblica 31.8.14
Il cavallo è assetato ma non beve la panna montata
di Eugenio Scalfari

IL MONDO è sconvolto, non riesce a trovare un asse intorno al quale si possa organizzare una convivenza accettabile. L’Europa è sconvolta per le stesse ragioni; in un mondo multipolare ogni area continentale deve avere i propri punti di riferimento che contribuiscono all’equilibrio generale, ma in Europa quei punti di riferimento mancano, ogni nazione fa da sé e per sé e la multipolarità diventa a questo punto ragione di conflitto e di guerre.
Può sembrare assai strano a dirsi, ma l’Europa fotografata ieri, 30 agosto 2014, sembra il Paese dove l’equilibrio c’è o almeno è maggiore che altrove. Prevale il renzismo che, allo stato dei fatti, non ha alternative. Una società senza alternative è al tempo stesso fragile e robusta; fragile nella essenza, robusta nell’apparenza. La durata di questa situazione sarà l’elemento decisivo: una durata lunga rafforza l’apparenza fino a trasformarla in sostanza. Renzi lo sa e da questa sua consapevolezza è nato il programma dei mille giorni che finiscono più o meno alla metà del 2017. Solo allora si vedrà se gli annunci sui quali il renzismo è nato circa un anno fa daranno i loro frutti.
Attenzione però: il cambiamento affidato al maturare di quei frutti può essere di buona o di cattiva qualità dal punto di vista della democrazia. Può spodestare il popolo sovrano e sostituirlo con un sovrano individuale assistito da una corte o un’oligarchia. Sono due schemi molto diversi che hanno costellato l’intera storia del nostro Paese, dall’Unità fino ad oggi.
LADESTRA storica che fondò e amministrò nei primi sedici anni lo Stato italiano, fu un’oligarchia. Giolitti fu a mezza strada tra l’oligarchia e la corte. La Democrazia cristiana, soprattutto a partire dagli anni Sessanta, fu una serie di emirati in competizione tra loro ma uniti per mantenere il potere nelle mani della confraternita.
Mussolini fu una dittatura personale, non ci fu né corte né oligarchia, faceva tutto da solo e da solo fu punito insieme alla povera Claretta Petacci.
Una corte l’ebbe a suo modo Bettino Craxi. Voleva creare l’alternativa alla Dc; ma non riuscendovi cambiò l’antropologia del suo partito e ne fece una banda, cioè una corte retribuita.
Gli italiani, nella loro ampia maggioranza, si rifugiano nell’indifferenza, gli piace avere un sovrano purché gli lasci piena libertà privata. Da questo punto di vista il loro ideale è stato Silvio Berlusconi, un sovrano che meglio di tutti i suoi predecessori ha rappresentato le tendenze profonde del Paese, confiscando nelle sue mani il potere politico, tutelando i propri interessi aziendali, rispettando gli interessi dei suoi governati, dando libero sfogo ai suoi privati piaceri, coltivando il proprio narciso come a tutti piacerebbe quando si fanno vincere dal proprio io senza porvi alcuna limitazione.
Questo è stato il berlusconismo. E Renzi?
Non è come lui anche se per alcuni aspetti le somiglianze sono notevoli. Solo che Berlusconi ha governato quando la crisi economica mondiale non era ancora esplosa, perciò dell’Europa poteva infischiarsene.
Berlusconi però non è ancora uscito di scena. Non è più il protagonista ma un comprimario, questo sì e Renzi lo sa. In realtà lo sanno tutti, dal Capo dello Stato ai vari partiti e movimenti che operano nella politica, alla classe dirigente economica, ai “media”, alle parti sociali. Questa situazione mette Renzi in una tenaglia: Berlusconi da una parte, l’Europa dall’altra. Con in più un terzo elemento non trascurabile: i cittadini consapevoli che vorrebbero ripristinare la democrazia restituendo al popolo quella sovranità che gli viene riconosciuta in apparenza ma gli è stata confiscata nella sostanza.
Questa è la fotografia del 30 agosto, mentre era riunito il Consiglio d’Europa. * * * Ha scritto venerdì sul nostro giornale Federico Fubini: «Viviamo un tempo di deflazione del denaro e inflazione di parola. Impossibile tenere il conto di quante volte al giorno la classe politica parla di “fiducia” e di “riforme”. Il governo Renzi rischia di trovare la sua sindrome nella serie di annunci ai quali non seguono i fatti». Segue un lungo elenco che tra ieri e oggi si è fortemente arricchito. Il provvedimento concernente la scuola, la sua modernizzazione e l’assunzione di centomila precari entro il 2015, cui altri ne seguiranno, è stato rinviato a data da destinarsi per mancanza di copertura e dispute sull’assegnazione delle cattedre.
La giustizia penale è stata trasferita da decretazione d’urgenza a legge-delega che funzionerà quando e come funzionerà. Nel frattempo Alfano ha ottenuto l’accettazione di due principi che la destra ha sempre sostenuto sulle intercettazioni e sulla giurisdizione.
La giustizia civile è stata sottoposta a una cura dimagrante per smaltire rapidamente (così si spera) 5 milioni di processi arretrati, affidando all’avvocatura un anno di tempo per una conciliazione con la controparte di fronte ad un giudice che assiste le parti e convalida il loro accordo. Funzionerà? Gli avvocati hanno forti dubbi e la loro collaborazione non sarà entusiastica. Del resto ogni anno nuovi processi vengono aperti per una cifra molto prossima allo stock da smaltire, sicché il numero delle liti in corso non sarà affatto diminuito.
Infine per quanto riguarda la giustizia penale c’è la norma (annunciata ma non ancora approvata) che se l’esito del processo sarà il medesimo nei primi due gradi di giudizio, il ricorso in Cassazione sarà abolito.
C’era poi l’annuncio di un vasto programma di lavori, cantieri di opere, nuovi investimenti spesso a livello comunale ma non escluse alcune grandi opere (tra le quali la linea ferroviaria ad alta velocità Bari-Napoli, già programmata e avviata da Fabrizio Barca quando era ministro della Coesione territoriale nel governo Monti).
Questi programmi sono stati preparati dai due precedenti governi Monti e Letta e i fondi di copertura in gran parte già contabilizzati nelle relative leggi di stabilità. Gli ostacoli alla loro realizzazione sono in gran parte causati dal patto di stabilità imposto ai Comuni. Quello è stato uno dei tanti buchi neri che solo con fatica si sta risolvendo. Le coperture ci sono ma il contrasto Stato-Comuni è solo parzialmente risolto. Ciò avveniva con Monti e Letta ma è stato ancora un ostacolo per Renzi. Insomma niente di nuovo sotto il sole, anzi sotto la nebbia della deflazione che sta impoverendo il Paese. Il venerdì del 29 agosto, che avrebbe dovuto essere per il governo una sorta di marcia trionfale dell’Aida, è stato invece un venerdì nero perché mentre Renzi cercava di nascondere la necessaria ritirata verso il programma dei mille giorni molto favorito dal ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, che rinvia l’attuazione degli annunci al 2017, l’Istat forniva le cifre di una stagnazione estremamente preoccupante dell’economia italiana in tutti i suoi vari “fondamentali”: il Pil, la domanda, i consumi, il dissesto delle aziende, il bilancio strutturale, l’ammontare del debito. Una deflazione selvaggia che ha toccato una cifra identica a quella egualmente elevata del 1959, ma con una differenza fondamentale rispetto ad allora: nel ‘59 si stava preparando quello che fu chiamato “il miracolo italiano” e che cominciò nel 1960 e durò fino all’inizio degli anni Settanta. Si realizzò la piena occupazione, le imprese lanciarono nuovi prodotti, a cominciare dall’auto Fiat “Seicento”; il reddito e la domanda complessiva in pochi mesi fecero un salto verso l’alto che durò almeno dieci anni. Il pilota? Il governatore della Banca d’Italia, Guido Carli.
Mi permettano i lettori di ricordare che nacque allora la mia amicizia con Carli, che durò poi per tutta la vita e si estese poco dopo a quella con Carlo Ciampi. È per dire che quegli anni io li ho vissuti e sono quindi in grado di distinguerli da quelli di oggi. * * * Tralascio ulteriori osservazioni sul venerdì nero dell’altro ieri, salvo una: la norma che abolisce ogni intervento della Cassazione nel caso in cui l’esito dei processi nei due precedenti gradi di giudizio sia conforme. Questo obiettivo (naturalmente annunciato ma non ancora raggiunto) è motivato dalla necessità di abbreviare la durata dei processi e di smaltire le ampie giacenze processuali ancora pendenti presso la Suprema Corte.
Io penso che si tratti di un obiettivo del tutto sbagliato; somiglia terribilmente all’abolizione del Senato come effettiva Camera legislativa; la filosofia è la stessa: diminuire e indebolire lo Stato di diritto, cioè il preliminare indispensabile d’ogni democrazia che non sia una favola per bambini il cui protagonista è il Pifferaio di Hamelin.
Nel caso del terzo grado di giudizio spettante alla Cassazione il codice di procedura stabilisce che la Cassazione non si occupa dei fatti accertati nei primi due gradi di giurisdizione. Nel caso di sentenze conformi nei primi due gradi, i fatti sono accertati senza più ombra di dubbio e le modalità dell’illecito o del reato coincidono.
La Cassazione si occupa di altro e cioè della legalità delle precedenti sentenze. La Corte d’Appello può aver applicato malamente la procedura ai fatti accertati. Abolendo l’intervento della Suprema Corte si diminuisce, anzi si abolisce il controllo di legalità. È mai possibile un provvedimento di questo genere? Una lesione così palese dello Stato di diritto?
Sicuramente ci sarà un magistrato — se il provvedimento sarà approvato — che solleverà il caso dinanzi alla Corte costituzionale. Personalmente mi aspetto che lo stesso Presidente della Repubblica eccepisca la lesione che così si arreca allo Stato di diritto. Ho fatto un parallelo sulla riforma del Senato che lo declassa dal potere legislativo. Sono tutte démarches che indeboliscono fortemente lo Stato di diritto e come tali dovrebbero essere respinte. * * * Concludo con poche considerazioni sugli appuntamenti europei del nostro Pifferaio. Ieri si sono discusse le nomine e la Mogherini è stata nominata Alta autorità europea degli Esteri e della Difesa. Ho già scritto più volte che questa nomina non ha alcun contenuto di sostanza. Lo avrebbe — e sarebbe anzi positivo — se ci fosse preliminarmente una cessione di sovranità degli Stati nazionali all’Ue, della politica estera e di quella della difesa. Senza quelle cessioni Mogherini può esercitarsi nell’emettere pareri e via col vento.
Mi domando perché, sapendo perfettamente tutto questo, Renzi abbia puntato su quella carica e non su altre ben più consistenti: gli affari economici, la concorrenza, l’eurozona, la gestione del bilancio comunitario, l’assistenza dell’Unione alle zone economicamente depresse e tante altre mansioni che la Commissione esercita.
La risposta è semplice: dopo aver ottenuto la carica suddetta, il nostro Pifferaio la sventolerà come una bandiera di successo mentre è soltanto un segno di debolezza.
Molti anni fa scrissi sull’ Espresso un articolo su Gianni Agnelli del quale ero buon amico e tornai ad esserlo dopo un anno di gelo che seguì a quanto avevo scritto su di lui e al titolo che suonava così: «L’Avvocato di panna montata» un po’ lo era, il suo narciso non conosceva limiti. Le sue ricchezze, le sue aziende, il suo charme, la sua notorietà nazionale e internazionale glielo consentivano.
Oggi ci troviamo di fronte ad un abilissimo Pifferaio e ad una deflazione dalla quale solo Draghi potrà salvarci. La frase per definire il crollo della domanda, usata nei circoli finanziari è: il cavallo non beve, ed è appunto quanto sta accadendo.
Perciò non vi stupirete se quest’articolo, accoppiando due immagini fortemente connesse con la realtà che scorre sotto i nostri occhi, è titolato: «Il cavallo è assetato, ma non beve panna montata». Spero che sia chiaro il suo significato.

Corriere 31.8.14
Ora scelte vere per la crescita senza divisioni (e propaganda)
di Danilo Taino

Un bel vertice sulla crescita dell’economia. Dovrebbe tenersi il 7 ottobre in Italia. L’ha annunciato venerdì il presidente di turno della Ue, Matteo Renzi, e ieri «tutto il Pse (Partito socialista europeo, ndr) ha condiviso» l’idea (parole del premier italiano). Che la necessità di ridisegnare le basi dello sviluppo nel Vecchio Continente sia una priorità è fuori discussione. Che serva un «appuntamento ad hoc» per discuterne non è detto: dal momento che si terrà, è però il caso che sia fattivo e non sia un momento di propaganda o di divisione.
Malgrado le continue polemiche su austerità contro crescita, sul tavolo dell’eurozona le cose sono chiare. Tutti sono dell’opinione che l’economia debba crescere. Dopo la svolta francese, tutti sembrano anche essere dell’idea che lo sforzo da fare sia innanzitutto nella direzione delle famose riforme strutturali: mercato del lavoro, concorrenza, privatizzazioni, liberalizzazione e mercato unico dei servizi, tasse (e Giustizia nel caso italiano). Nei Paesi economicamente deboli ma anche in quelli apparentemente forti come la Germania. Di fronte a riforme vere, approvate e messe in opera, Bruxelles concederà margini di bilancio ai singoli Stati, per controbilanciare i costi di breve periodo delle riforme stesse e per sfruttare le flessibilità esistenti nel Fiscal Compact.
La Banca centrale europea metterà in essere misure per sostenere questo sforzo collettivo e per combattere il rischio di deflazione. Tutto è chiaro ma manca la fiducia tra partner. Soprattutto, i Paesi nordici e i partiti non socialisti temono che concedere flessibilità di bilancio a chi non ha mai fatto riforme (o ne ha fatte poche) sia un incentivo a non farle nemmeno in futuro.
Per creare fiducia, un governo come quello italiano deve dunque mettere sul tavolo qualche riforma vera, anche se non facile da fare, ad esempio quella del mercato del lavoro: a quel punto si apriranno nuove possibilità e persino un vertice sulla crescita potrà essere produttivo. Ma è chiaro che niente è gratuito: se la rivoluzione di Mao Zedong non era un pranzo di gala, quella di cui parla Renzi non può essere un gelato alla panna.

Repubblica 31.8.14
La prepotenza del Magnifico
di Alessandro Lombardi

LA domanda nasce spontanea ed irresistibile: come é possibile che una persona — il rettore Frati — che ricopre uno dei più alti ruoli di educatore e di formatore dell’italica gioventù, possa essersi permesso un’esternazione così irriguardosa, strafottente, ineducata ed offensiva come «polizia di m…. a»?? Come è possibile che colui, che è a capo di una delle università più grandi d’Europa, lasci questo messaggio ad ogni studente, che passa e che, soprattutto, cresce in quelle aule? Si sente davvero così tanto «Magnifico», il rettore??
Il professor Frati — da dipendente dello Stato, oltre che suo rappresentante — ha offeso e denigrato un’altra istituzione dello stesso Stato, i cui rappresentanti svolgono egregiamente il proprio compito, nonostante le difficoltà, che sono — inequivocabilmente — sotto gli occhi di ognuno di noi; se un rettore si permette, impunemente ed a cuore leggero, di darci delle m…., come possiamo sperare nel rispetto degli studenti, dei manifestanti o della gente, che incontriamo per strada e che tutti i giorni difendiamo, ricorrendo, sempre più spesso, alla sola dedizione per il nostro lavoro? Davvero siamo arrivati a questa squallida e prepotente deriva dialettica? Davvero un messaggio, da consegnare ai nuovi uomini, è quello di poter insultare il poliziotto che non si piega al potere ed allo strapotere e che non accetta la regola del più forte, del «lei non sa chi sono io», o solamente perché non accetta di trattare il rettore Frati come un qualsiasi altro signor Frati? No, mi dispiace, non è così che si costruisce una società civile. Spero davvero che il professore abbia il buonsenso e la serenità per scusarsi con tutti i poliziotti che ha offeso e di rendersi conto che — dopotutto — il «magnifico» rettore, poi, così «Magnifico» non è. In ultimo, mi preme sottolineare che quella sua firma in calce al mio diploma di laurea — costato anni di sacrifici anche economici non solo non mi rappresenta, ma provoca in me una grave sensazione di vero fastidio, perché davvero è incompatibile, e in contraddizione, con quanto dovrebbe rappresentare, in termini di valori trasmessi, il sistema universitario.
poliziotto

il Fatto 31.8.14
Gaza, altro che pace l’affare è la ricostruzione
Dopo la tregua nella Striscia cresce la spaccatura fra Abu Mazen e Hamas iun attesa che arrivino i milioni destinati al recupero degli edifici
di Francesca Borri

Striscia di Gaza Le parole dure rivolte da Abu Mazen, presidente dell’Autorità palestinese, ad Hamas e alle sue responsabilità sui morti causati rifiutando i primi termini della tregua con Israele, a Gaza non hanno sorpreso nessuno. L’accordo siglato al Cairo il 26 agosto consiste sostanzialmente nel cessate il fuoco. Ogni altra decisione, in particolare la riapertura delle frontiere, è rinviata a un accordo da concludere entro un mese. L’unica misura con effetto immediato riguarda Rafah, il confine con l’Egitto, per l’ingresso di aiuti umanitari e materiali per la ricostruzione.
SIA HAMAS che Israele avevano ancora tutto da guadagnare da un altro po’ di guerra. Israele non aveva ottenuto niente, i razzi continuavano a piovergli addosso. Né aveva ottenuto niente Hamas, la cui unica, cinica speranza era un maggiore numero di morti palestinesi. Ma una ragazza mi ha subito corretto: “Non è cambiato niente non dal 19 agosto, ma dall’8 luglio”. E in effetti, quando si è capito che il cessate il fuoco, invece, teneva, i palestinesi si sono riversati in strada a festeggiare: ma a festeggiare la pace – non la vittoria. All’improvviso, le strade di Gaza si sono rianimate. A migliaia hanno iniziato a ballare con gli stereo a tutto volume, riaccendere luci, riaprire negozi. Lo Shifa Hospital, in realtà, è rimasto impegnato fino a notte fonda: a medicare le vittime dell’eccesso di entusiasmo, colpite dalle sventagliate di kalashnikov in aria. Ma nel giro di un minuto, tutto è tornato normale, a Gaza. E infatti, i palestinesi hanno subito ricominciato a litigare.
Perché che sia stata una vittoria, qui non ci crede nessuno. Si erano tutti illusi che l’assedio sarebbe finito: che era la volta buona. E sono stati tutti pronti al sacrificio. “Ma che accordo è? Che roba è? Duemila morti, duemila morti per niente! Assassini! ”, urla ora la madre di H., che ha perso un figlio in questa guerra e uno in quella precedente. E non si sta rivolgendo agli israeliani. H. ha 27 anni e una laurea in chimica, e come tutta la sua famiglia, sostiene Hamas. O forse, sosteneva Hamas. “Era una guerra contro gli israeliani, è diventata una guerra tra palestinesi. Alla fine, i negoziati non erano più con Netanyahu, ma tra Meshal e Abu Marzouq, tra Hamas e Hamas: radicali contro moderati. E poi tra Abbas e Hamas, tra Hamas e Fatah, tra Fatah e Abbas, l’Egitto e il Qatar, l’Iran e la Turchia. Ognuno a difesa dei propri interessi”, dice.
“L’UNICO CHE ha vinto, qui, è al-Sisi, che voleva imporsi come un mediatore, come uno di cui il mondo ha bisogno, per continuare a reprimere impunito ogni forma di dissenso, e impadronirsi dell’Egitto. Aveva bisogno di una guerra, per riaprire il confine di Rafah? ”. “E sai su cosa hanno mediato, per giorni? Su cosa davvero consiste l’accordo? Sulla ricostruzione. Su come spartirsi i milioni di dollari in arrivo. Fatah, Hamas… Sono tutti uguali, ormai. Conta solo il denaro”, mi dice M., indignato. Mi ha accompagnato a comprare dell’acqua, una settimana fa, perché stentavo a credergli, e invece era vero: era proprio l’acqua donata in solidarietà dalla West Bank. Rivenduta da Hamas a un euro la bottiglia.
A differenza di H., M. è stato uno dei protagonisti del movimento ‘15 Marzo’, la mancata primavera palestinese. Travolta da Fatah a Ramallah e da Hamas a Gaza, in uno dei rari momenti, qui, di unità nazionale. Girare con M. e i suoi amici significa girare per un’altra Gaza. Mentre tutti guardano le macerie lasciate da Israele, edifici di 14 piani ora alti quanto un albero, loro mi indicano porte sbarrate, catene ai cancelli: sono i caffè, le associazioni, le radio chiuse da Hamas. Adesso il problema non è più schivare i bombardamenti, ma di nuovo, i suoi pretoriani, che già sono tornati a pattugliare le strade.

Repubblica 31.8.14
Sul Golan dove l’Is minaccia Israele
di Alberto Flores d’Arcais

MOUNT BENTAL (CONFINE ISRAELE-SIRIA) I GUERRIERI di Allah sono lì sotto, poche decine di metri da questo crinale dove la bandiera bianca e azzurra con la stella di David segna l’ultimo avamposto d’Israele sulle alture del Golan. Sono nascosti tra quelle case di pietra che si vedono ad occhio nudo, hanno già conquistato il crocevia di Quneitra, hanno issato sulle case distrutte la loro bandiera nera. Quella siriana sventola ancora, ma più lontano, su quel che resta di un edificio che sembra un granaio. I lealisti di Assad sono in fuga, sconfitti dai jihadisti di al-Nusra (i ribelli affiliati ad al Qaeda che si sono impadroniti del confine nord-est tra Siria e Israele), sparano gli ultimi colpi di mortaio ma la battaglia l’hanno persa.
L’hanno persa anche le quattro dozzine di caschi blu venuti dalle isole Fiji, catturati e presi in ostaggio dai qaedisti — «stanno bene, li teniamo per la loro incolumità», lo stringato messaggio fatto arrivare alle Nazioni Unite — in quella striscia di terra arida e polverosa tra la linea alpha e la linea bravo, la terra di nessuno che delimita la zona del cessate-il-fuoco del 1974 dove i soldati delle Nazioni Unite per quarant’anni si sono dati il cambio senza colpo ferire. Adesso sparano i caschi blu, sono quelli filippini (una settantina) assediati nelle postazioni 68 e 69, che al contrario dei loro colleghi hanno rifiutato di cedere le armi agli islamici e hanno difeso per ore quel poco che rimane del diritto internazionale. Sono stati attaccati all’alba, hanno risposto al fuoco, poi, prima di essere sopraffatti e grazie a una manovra diversiva di caschi blu irlandesi, in 32 sono riusciti a sfuggire all’assedio, rifugiandosi in Israele. Altri 40 continuano ad essere circondati dai jihadisti.
«Saranno cinquanta metri in linea d’aria, chi l’avrebbe mai detto». Due soldati israeliani fanno da scorta a un grosso camion che trasporta un carro armato, l’autista, un uomo ben piantato che indossa la maglia dello Zenit di San Pietroburgo ride della sua battuta («noi russi siamo dappertutto, in Ucraina e adesso anche qui») mentre la jeep (modificata in Israele) di un ufficiale sgomma sulla strada sterrata. I due soldati, poco più che adolescenti, erano a Gaza «una ventina di giorni fa a combattere Hamas», adesso scoprono che un nemico forse più feroce è lì «cinquanta metri dai nostri kibbutz». Non sanno o non possono dire molto («dovreste chiedere all’Intelligence»), gli “uomini neri” di al Nusra li conoscono solo dai macabri video che girano in rete, «è certo che taglierebbero la gola volentieri a noi ebrei».
«Vede lì in mezzo ai meli? Quello è un proiettile di mortaio, lo hanno sparato tre giorni fa». Merom Golan è uno dei kibbutz di frontiera, la case distano dal confine quasi un chilometro ma tra le abitazioni e i fili spinati che delimitano il territorio israeliano è ancora kibbutz, la parte agricola con gli alberi di mele e i filari di vite. Gaby Coneal è arrivato qui dall’Argentina nel 1967, a ridosso della ‘guerra dei sei giorni. Aveva cinque anni, Israele aveva appena conquistato il Golan, i suoi genitori sono stati tra i primi coloni ad arrivare, qui ha conosciuto quella che oggi è sua moglie («la prima ebrea israeliana a nascere nel Golan», dice con orgoglio). «Per decenni questo è stato il posto più tranquillo d’Israele, dell’ultima guerra, quella con Gaza finita pochi giorni fa, non ce ne siamo praticamente accorti. E poi, d’improvviso, ecco che ci troviamo i qaedisti a un palmo di naso». È il responsabile del lavoro agricolo, ha frequenti contatti con i militari, a lui l’Intelligence qualcosa rivela. «Da tre anni, da quando è iniziata la guerra civile in Siria ovviamente qui ci sono maggiori controlli. Non è la prima volta che Assad perde questi posti di frontiera, altre volte erano arrivati fin qui ribelli ‘moderati’, qui vicino abbiamo un ospedale dove accogliamo i feriti, sì, certo, anche i combattenti islamici. Quelli di al Nusra? No, quelli non credo che vogliano farsi curare da medici o infermieri ebrei». Gli ultimi avvenimenti non lo hanno colto troppo di sorpresa («sapevamo dell’offensiva jihadista»), quel che teme è che rafforzino le loro postazioni lungo tutto il confine. «Può sembrare assurdo, ma qui si sentono al sicuro, l’aviazione di Assad non può bombardarli, rischierebbe di colpire noi e a quel punto Israele dovrebbe rispondere».
La maggiore preoccupazione per chi lavora («negli ultimi giorni andare nei campi è stato impossibile») nel kibbutz più che la sicurezza («i nostri militari sono esemplari») è la vita quotidiana, la produzione e la distribuzione. Storicamente questa parte del Golan è stata abitata da drusi ed anche dopo le due guerre (‘sei giorni’ e ‘kippur’) con la Siria sono rimasti qui. «Con le famiglie divise, drusi israeliani da una parte, drusi siriani dall’altra, c’è stato sempre un gran commercio, mele, vino, con la nostra uva qui vicino fanno il migliore vino di Israele. E i caschi blu con i loro camion ci hanno dato una mano in questi ultimi tre anni. Spero li liberino presto».

Corriere 31.8.14
Scontro sull’aborto
Il giudice del Texas boccia le restrizioni. Le cliniche rischiavano di chiudere
di Viviana Mazza

NEW YORK — Poco più di un anno fa, la senatrice del Texas Wendy Davis diventò famosa per essere rimasta in piedi a parlare per 11 ore consecutive nel tentativo di bloccare l’approvazione nel suo Stato di una nuova legge sull’aborto — tra le più restrittive d’America. Quel giorno d’estate la madre di due figlie e avvocata con laurea a Harvard registrò una temporanea vittoria, ma non poté impedire che la legge venisse approvata in una sessione successiva. Adesso, a novembre, Wendy David è in corsa per la poltrona di governatore del Texas: sarebbe la prima democratica a riuscirci in vent’anni, ma il favorito è Greg Abbott, attorney general repubblicano e paladino della legge sull’aborto. E intanto quella che le attiviste chiamano «la battaglia per il corpo delle donne» si è spostata in tribunale, con esiti alterni che potrebbero chiamare in causa la Corte suprema.
Il fronte di Wendy ha registrato un’altra vittoria ieri — come ha twittato lei stessa prontamente. Un giudice federale del Texas ha bloccato infatti una misura che sarebbe entrata in vigore domani: prevedeva che le cliniche che praticano l’aborto rispettino le stesse regole edilizie previste per gli ambulatori chirurgici (inclusi corridoi più ampi e altre condizioni strutturali che richiederebbero spese insostenibili per molti di questi centri). «È incostituzionale — ha detto il giudice Lee Yaekel della Corte distrettuale di Austin — perché impone un indebito onere sul diritto delle donne in tutto il Texas, in modo incompatibile con i principi della libertà personale e della privacy protetti dalla Costituzione degli Stati Uniti per quarant’anni dopo Roe v. Wade». Il giudice ha sottolineato che ci sono già restrizioni onerose in vigore — gli obblighi per le donne a sottoporsi a ultrasuoni e ad attendere 24 ore prima di abortire, la necessità per i medici di essere registrati anche in ospedali vicini in caso di emergenza — e lui stesso ha dichiarato che l’intento sembra quello di imporre ostacoli normativi e finanziari per obbligare le poche cliniche esistenti a chiudere. Infatti, in Texas c’erano 41 cliniche per l’aborto nel 2012, e adesso ce ne sono 19; le misure respinte ieri rischiano di ridurne il numero ancora, perché solo sei o al massimo otto centri sono veri ambulatori chirurgici. Si trovano tutti in grandi città, difficili da raggiungere per le donne più povere delle zone rurali. Ma la battaglia è tutt’altro che finita.
Quel che è successo è che, anziché attaccare direttamente «Roe v. Wade», la sentenza della Corte suprema del 1973 che legalizza l’aborto, negli ultimi anni i gruppi conservatori e cristiani hanno ottenuto l’approvazione di una settantina di norme in due dozzine di Stati (soprattutto del Sud) con l’obiettivo di rendere di fatto sempre più difficile l’interruzione della gravidanza. Quando lo scontro si è spostato dalle legislature ai tribunali, però, i giudici si sono espressi in maniera diversa: per esempio, in Alabama (dove ci sono in tutto cinque cliniche per l’aborto) e in Mississippi (dove ce n’è solo una) i giudici hanno respinto norme che di fatto costringerebbero le poche strutture esistenti a chiudere. Ieri il rivale di Wendy Davis, Greg Abbott, ha annunciato però che farà ricorso alla Corte d’appello di New Orleans: una cattiva notizia per le attiviste. In passato questa corte ha dato ragione allo Stato del Texas (annullando proprio una sentenza di Yaekel). È troppo presto per Wendy per twittar vittoria.

Corriere 31.8.14
Navi e farmaci via web per aggirare i divieti

Il 40 per cento della popolazione mondiale vive in Paesi dove l’interruzione volontaria di gravidanza è vietata o fortemente ostacolata (soprattutto America Latina, Africa, Asia e Golfo Persico). Per rendere l’aborto farmacologico accessibile alle donne che vivono in questi Paesi e bypassare le leggi nazionali, il medico olandese Rebecca Gomperts è partita dalla «clinica galleggiante» ed è poi approdata sul web , dando vita a un’organizzazione a raggio globale. Dopo i suoi trascorsi da attivista (sulle navi di Greenpeace assisteva le donne con problemi dopo aborti clandestini), Gomperts ha fondato nel 2001 «Women on waves» (Donne sulle onde). Una clinica itinerante a bordo di un vascello, che portava le «pazienti» in acque internazionali dove la legge vigente a bordo è quella olandese e qui venivano somministrati i farmaci abortivi: il Mifepristone (la pillola abortiva, RU 486 autorizzata dall’Oms nelle prime 9 settimane di gestazione) e il Misoprostolo. Otto anni fa «Women on waves» è diventata «Women on web» con un servizio di consulenza online. La dottoressa esamina le richieste via email e poi invia le prescrizioni a un esportatore di farmaci in India che procede alle consegne. Delle migliaia di email che arrivano, molte provengono dagli Stati Uniti. Ma a queste donne Gomperts non può dar aiuto: il loro Paese dispone di strutture abortive sicure, anche se «sempre meno accessibili» dice al New York Times .

Corriere 31.8.14
Il governo Valls e il dubbio sul confine fra Sinistra e Destra
di Stefano Montefiori

Appena sceso dal Tgv che lo aveva portato a La Rochelle, sede del seminario estivo del Partito socialista, il primo ministro Manuel Valls ieri sera ha avuto un’accoglienza poco affettuosa. «Traditore!», gli ha urlato contro una piccola folla radunata in stazione, «Basta con questi governi di destra», c’era scritto su un cartello, e giù fischi. Valls ha camminato fino all’albergo tra i «buu» di sindacalisti e militanti, protetto dal servizio d’ordine del partito. Volontari che a loro volta, fino a pochi minuti prima, avevano minacciato di non occuparsi della sicurezza del premier, indignati per la messa in discussione delle 35 ore di lavoro settimanali da parte del neoministro dell’Economia voluto da Valls, l’ex banchiere d’affari Emmanuel Macron.
La sinistra è al potere in Francia, ma una parte del suo popolo e dei suoi esponenti pensa che ci sia il trucco. Quella non è più sinistra, dicono. È destra, neanche troppo mascherata. Libération , il giornale fondato da Jean-Paul Sartre, dà voce ai disillusi e si chiede in prima pagina «È un governo di destra?». I deputati socialisti «frondisti», quelli cioè che non condividono la svolta social-liberale decisa a gennaio e culminata con il governo Valls II appena varato, scrivono a Le Monde «affinché Viva la sinistra», nome della nuova corrente.
La Francia vive da sempre una spaccatura tra le «due sinistre», una più aperta al mercato e moderna, l’altra quasi anticapitalista. Come ricorda il politologo Laurent Bouvet, già negli anni Ottanta François Mitterrand e Pierre Bérégovoy si erano lanciati nella deregulation finanziaria, e nei Novanta Lionel Jospin non aveva esitato a procedere alle privatizzazioni, ossia misure tradizionalmente giudicate «di destra». Ma allo stesso tempo, Mitterrand aveva introdotto il salario minimo garantito, e Jospin varato le 35 ore, provvedimenti di grande portata simbolica a sinistra. Oggi invece Hollande e Valls hanno pochi margini di manovra. Alle scelte extraeconomiche, di politica sociale, come le nozze gay, il compito di tutelare l’immagine «di sinistra» del governo.

il Fatto 31.8.14
Da che parte stiamo
L’unica “civiltà” possibile deve ancora nascere
di Furio Colombo

È come se fosse caduto il mappamondo e si fosse frantumato in tanti pezzi che non si mettono insieme. Hanno tentato di metterlo insieme parlando di scontro di civiltà, una teoria del politologo americano Samuel Huntington, che ha percorso ciò che restava dei pezzi del mondo dopo la guerra fredda, con la stessa fortuna di un’altra tesi quasi contemporanea, quella della “fine della Storia”, riproposta dal filosofo americano Francis Fukuyama. I due errori si spiegano con una congestione di eventi accaduti tutti insieme, di cui la cultura del mondo ha capito ben poco, salvo notare un solo dato importante: la discontinuità. D’ora in poi (dalla fine della guerra fredda in avanti) sarebbero accadute cose che prima non si erano né pensate né viste.
LA GRANDE svolta è il 1945, quando tutti capiscono che, fra il bombardamento di Dresda e le bombe di Hiroshima e Nagasaki, la forza tecnologica delle armi avrebbe reso sempre più impossibile usarle. Il pacifismo non c’entra. Né le lunghe stanchezze che seguono alle grandi guerre. Contava – e conta – la constatazione che, nel nuovo tipo di guerra, il più forte perde sempre, perché si deve fermare prima della distruzione finale. Infatti il Paese più forte, gli Stati Uniti, ha perduto tutte le guerre intraprese dopo il 1945, fino ai due esemplari conflitti dell’Iraq e dell’Afghanistan, dove non solo il più forte ha perso e si ritirato (o si sta ritirando) ma continua a pagare le conseguenze di un disordine inarrestabile. Ho appena ricordato che in mezzo, tra un fenomeno (la secondo guerra mondiale) e l’altro (le “piccole” guerre perdute dal potente gigante) c’è stata la guerra fredda. Ha creato un grande vantaggio tenere ferme le armi più pericolose a causa della uguaglianza di forza tra le due parti, e un grande equivoco: la persuasione che la “cortina di ferro” dividesse davvero due mondi diversi, ovvero due civiltà. Abbiamo chiamato la nostra “occidentale”, descrivendo così cultura e costumi e ponendo pensiero e tradizione giudaico-cristiana a fondamento del “nostro” mondo.
Quando la Storia ha sorpreso il mondo (tutti, da una parte e dall’altra) con il crollo del muro, si è incrinata la sicurezza di due culture chiaramente marchiate solo dalla politica. E mentre si era alle prese con l’incertezza e lo sbando che ha seguito la fine del Muro, ci si è accorti di due fenomeni a cui però non si è data valenza politica: la globalizzazione e la rete. Una avrebbe cambiato l’agibilità degli spazi fisici, dando luogo a immensi fenomeni di spostamento di ricchezze, imprese, cultura, tecnica, talento, lavoro e di masse di esseri umani. L’altro avrebbe spostato la gran parte della conoscenza, della comunicazione e di una quantità grandissima di operazioni intellettuali, organizzative, economiche, dal “fuori” della vita al “dentro” della rete, dove abitano pensieri sciolti e grandi bilanci, organigrammi che si sarebbero voluti segreti per lungo tempo e social network creati apposta per rendere pubblico anche il pensiero minimo di un istante.
Sulle sabbie mobili di una realtà così mutevole e incerta si sono insediati due pensieri che sembrano troncare le incertezze: il confronto, e quindi la guerra di civiltà. E la fine della Storia. Il primo pensiero ci tranquillizza perché ci induce a credere (in modo ambiguo, non detto, ma inevitabile) che vi sia una civiltà superiore, la nostra, e che, se necessario, dovremo unirci per difenderla. Il secondo, la fine della Storia, ha influenzato molto più di quanto non si pensi, giudizio politico e rappresentazione giornalistica degli eventi. Tutto viene visto come episodio, come una storia che si apre e si chiude. I governi abbandonano rapidamente grandi impegni e grandi crociate, per abbracciarne altre, con una frammentarietà paurosa (e anche un’oscillazione altrettanto paurosa, si pensi alla guerra, sanguinosa o tollerante, alla droga). I media sono diventati una galleria di quadri e performance del tutto sconnessi, segnati solo dal quanto sono impressionanti, a cui i destinatari devono partecipare come a uno spettacolo che, per le leggi dello spettacolo, cambia sempre e non ha interesse a rievocare lo spettacolo precedente.
ED ECCOCI alle decapitazioni di Isis. Sono paurose ma anche spettacolari, e anche episodi che non si prestano né a essere protagonisti della scena del mondo né a mobilitare armate di antagonisti di una simile barbarie. A parte le destre ed estreme destre, che la prendono in modo concitato e goliardico quando non governano, il resto del mondo (che in gran parte chiameremo centrista, perché in cerca continua di equilibrio) non saprebbe come dividersi, anche perché, per ogni mossa, c’è una controindicazione commerciale, un’insopportabile tensione economica, una quasi immediata diversificazione di interessi che spezza ogni aggregazione di alleati. Storia e tradizione non servono. Forse Fukuyama ha avuto torto, forse ragione, ma nessuno trova risposte e motivazioni nel passato, non nel proprio e non negli altri. La civiltà, dovunque spezzata dalla immensa mobilità della globalizzazione e dalla invasione invisibile e totale della rete, è un concetto, ma anche un fatto totalmente svuotato dai “valori” di un presunto passato. Quei valori o sono di un’unica, nuova civiltà di tutti, che va dal salvare i naufraghi in mare al trovare nuove medicine, o non esiste. A meno di riconoscere Isis sperando di batterlo. Ma allora ci si deve mettere sullo stesso piano, sperando di mozzare una testa in più. Non ho una conclusione, ma so che la “civiltà” che molti, in buona fede e in mala fede invocano, deve ancora venire in questo mondo nuovo, sconnesso irrimediabilmente dal passato. Potrebbe essere grande, non una crociata ma una comunità, se le parole di Martin Luther King, di Bob Kennedy, di Obama di Papa Francesco hanno un senso. E non è una speranza da poco.

Il Sole 31.8.14
I conti del mondo
La più grande depressione
Dal 2007 una quantità incredibilmente enorme di ricchezza è andata persa
di Bradford De Long

In un primo momento era la crisi finanziaria del 2007. Poi è diventata la crisi finanziaria del 2008. In seguito è stata denominata contrazione del 2008-2009. Infine, alla metà del 2009, è stata chiamata “Grande recessione”. Più avanti, quando alla fine del 2009 il ciclo economico si è orientato lungo una traiettoria verso l’alto, il mondo ha tirato un sospiro collettivo di sollievo. Si credeva che non stessimo per passare alla fase successiva, che avrebbe inevitabilmente contenuto la tanto temuta parola che inizia per “D”.
Quella sensazione di sollievo, però, è stata prematura. Contrariamente alle affermazioni dei politici e dei loro collaboratori al vertice secondo le quali era arrivata “l’estate della ripresa”, gli Stati Uniti non hanno vissuto una ripresa economica a “V” con una traiettoria paragonabile a quella che si ebbe dopo le recessioni della fine degli anni Settanta e dei primi Ottanta. E l’economia statunitense è rimasta molto al di sotto del suo precedente trend di crescita.
In verità, dal 2005 al 2007 il Pil reale (al netto dell’inflazione) in America è salito a poco più del 3 per cento annuo. Durante il periodo peggiore della crisi, nel 2009, questa cifra era inferiore dell’11 per cento, e da allora è scesa di un ulteriore 5 per cento.
La situazione è ancora più grave in Europa. Invece di una fiacca ripresa, a cominciare dal 2010 la zona euro ha vissuto una seconda ondata di contrazione. Al punto peggiore della crisi, il Pil reale della zona euro equivaleva all’8 per cento in meno del trend 1995-2007. Oggi è inferiore del 15 per cento.
In termini di produzione relativa ai trend nel periodo 1995-2007, per il momento le perdite complessive sono del 78 per cento del Pil annuo negli Stati Uniti e del 60 per cento nell’eurozona. Si tratta di una quantità incredibilmente enorme di ricchezza andata persa, e di un risultato di gran lunga peggiore rispetto alle aspettative. Nel 2007 nessuno aveva previsto un declino simile nei tassi di interesse e nella produzione ipotizzabile, e adesso gli istituti di statistica e gli enti decisionali del mondo della politica stanno rivedendo le loro stime.
Nel 2011 era ovvio – quanto meno a me – che la Grande recessione non era più un nome adeguato: era giunto il momento di iniziare a chiamarla la “Depressione Minore”.
Ma c’è dell’altro: oggi l’economia nord-atlantica deve far fronte ad altri due scossoni verso il basso.
Il primo, come ha fatto notare Lorcan Roche Kelly dell’Agenda Research, è stato illustrato dal presidente della Banca centrale europea Mario Draghi, quando durante un suo recente discorso ha parlato a braccio. Draghi ha iniziato riconoscendo che in Europa l’inflazione è scesa dal 2,5 per cento circa della metà del 2012 allo 0,4 per cento attuale. Poi ha sostenuto che è impossibile continuare a dare per scontato che i motori trainanti di questo trend – come il drastico calo dei prezzi energetici e dei generi alimentari, l’alta disoccupazione e la crisi in Ucraina – siano di natura temporanea.
L’inflazione, infatti, sta scendendo da così tanto tempo che ormai minaccia la stabilità dei prezzi – e secondo le previsioni l’inflazione continuerà a calare. Dalla metà del 2012 il tasso swap quinquennale – un indicatore delle aspettative dell’inflazione a medio termine – è caduto di 15 punti percentuali, arrivando a meno del 2 per cento. Oltretutto, come ha illustrato Draghi, i tassi reale a breve e medio termine sono aumentati; i tassi a lungo termine invece no, a causa di un abbassamento dei tassi nominali a lungo termine che va ben oltre la zona euro.
La dichiarazione successiva di Draghi – quando ha detto che il Consiglio direttivo della Bce utilizzerà «tutti gli strumenti non-convenzionali disponibili» per salvaguardare la stabilità dei prezzi e ancorare le aspettative sull’inflazione sul medio-lungo periodo – la dice lunga. La pretesa di un’eurozona avviata sulla strada della ripresa è venuta meno. L’unico modo realistico per leggere l’andamento dei mercati finanziari è prefigurare una tripla recessione.
Nel frattempo, negli Stati Uniti la Federal Reserve guidata da Janet Yellen non si chiede neanche più se sia appropriato interrompere l’acquisto di asset a lungo termine e alzare i tassi di interesse fino a quando non ci sarà un significativo rialzo nell’occupazione. Invece, malgrado l’assenza di un aumento rilevante dell’occupazione o un sostanziale aumento dell’inflazione, la Fed sta già riducendo drasticamente l’acquisto di asset e sta prendendo in considerazione quando, e non se, aumentare i tassi di interesse.
Un anno e mezzo fa, coloro che si aspettavano un ritorno entro il 2017 alla strada che porta a capacità produttive degne di questo nome – a prescindere da ciò che può voler dire – hanno calcolato che la Grande recessione alla fine costerebbe all’economia nord-atlantica circa l’80 per cento del Pil di un anno (pari a 13mila miliardi di dollari) in produzione perduta. Se una simile ripresa quinquennale iniziasse adesso – in virtù di uno scenario estremamente ottimistico – significherebbe subire perdite nell’ordine dei 20mila miliardi di dollari. Se, come sembra invece più probabile, nei prossimi cinque anni l’economia avrà un andamento simile a quello degli ultimi due e occorreranno quindi altri cinque anni per riprendersi, di conseguenza si avrebbero perdite per un importo nell’ordine di ben 35mila miliardi di dollari. Quando saremo disposti ad ammettere che è giunto il momento di dare a quanto sta accadendo il suo vero nome?
(Traduzione di Anna Bissanti)
© Project Syndicate, 2014

Repubblica 31.8.14
Strane coppie
Zelda la Grange era una ragazza bianca, bionda e razzista quando il presidente Mandela la volle come sua segretaria
In un libro, e in questa intervista, si confessa “Se sono cambiata io, possono farlo tutti”
di Enrico Franceschini

LONDRA UNA RAGAZZA STAVA facendo i tuffi nella piscina di casa, a Johannesburg, quando suo padre le annunciò preoccupato: «Hanno liberato dalla prigione il terrorista. Saranno guai». Era il febbraio 1990. Il “terrorista” era Nelson Mandela. La ragazzina che faceva il bagno si chiamava Zelda la Grange. Non aveva le idee chiare sui motivi per cui quell’uomo dalla pelle nera fosse rimasto a lungo in carcere, né sul significato della sua liberazione. Sapeva solo che i blacks erano una specie inferiore, anche quelli gentili come la sua domestica — per questo in casa non lasciavano che toccasse le posate. Passò un po’ di tempo. In Sudafrica vennero, dal punto di vista dei bianchi, i previsti “guai”: finì l’apartheid. Mandela diventò il primo presidente nero nella storia del suo paese. E un bel giorno Zelda si ritrovò a fare la dattilografa proprio nell’ufficio del presidente. Aveva ventitré anni. Bianca, bionda e razzista, oltre che piuttosto carina, non pensava che fosse esattamente il lavoro per lei. Ancora meno si sarebbe aspettata di diventare la segretaria personale di Mandela. Molto più di una segretaria: praticamente nessuno, nei vent’anni successivi, ha trascorso così tanto tempo a stretto contatto con uno dei più grandi personaggi della storia contemporanea, il leader che ha vinto il premio Nobel per la pace, che ha riconciliato bianchi e neri, che è diventato un simbolo per l’Africa e per il mondo. È stata il suo aiutante di campo, portavoce, confidente, accompagnatore, sergente di ferro, perenne sostegno. La «nipote onoraria», come la definiva lui (quando non le si rivolgeva con il diminutivo di Zeldina), a cui lei rispondeva con l’appellattivo di «nonno». Per due decenni gli è stata vicina diciotto ore al giorno, durante viaggi, riunioni, incontri con capi di governo e di stato, sovrani e principesse, artisti e vip, rinunciando ad avere una vita privata, un marito o compagno, dei figli. Sino alla fine, o meglio sin quasi alla fine, perché la litigiosa e complicata famiglia di Mandela, quando si è ammalato, l’ha messa al bando per gelosia, vietandole di vederlo e tenendola a distanza perfino al funerale. Adesso la razzista redenta ha scritto un libro di memorie, Good morning, Mr Mandela, in cui racconta il suo rapporto con Madiba, come lo chiamano tutti in Sudafrica. Si dice che nessun uomo sia grande secondo il proprio maggiordomo, ma Zelda fa un’eccezione: «Se sono cambiata io grazie a Madiba significa che tutti possono cambiare», ci dice davanti a una tazza di cappuccino in un caffè italiano di Londra, dove la Penguin, sua casa editrice, l’ha portata per pubblicizzare l’autobiografia. «La prima volta che l’ho incontrato, nell’ufficio della presidenza, non sapevo cosa aspettarmi», racconta. «Non sapevo se, vedendo questa ragazza bianca alle sue dipendenze, mi avrebbe licenziata o umiliata. La prima cosa che mi venne in mente fu: “ho mandato quest’uomo in prigione, la mia gente lo ha chiuso in galera, gli abbiamo portato via una gran parte della sua vita”. Di colpo scoppiai a piangere. E allora lui mi prese la mano tra le sue sue, cominciò a parlarmi in afrikaner (la lingua dei sudafricani bianchi, che Mandela aveva imparato in carcere, ndr), poi mi abbracciò e disse “non è necessario, non reagire così, è esagerato”. Quindi cominciò a farmi domande, dov’ero cresciuta, che lavoro facevano i miei. Tutto durò cinque minuti ma fu uno shock, come se avessi avuto una visione». Ci volle qualche mese prima che Zelda fosse promossa da anonima dattilografa a collaboratrice dello staff del presidente e infine a sua segretaria personale (al posto della nera che si vede nel film Invictus di Clint Eastwood). Impiegò almeno due anni a percorrere dentro di sé la trasformazione da razzista — «no, non per intima, ragionata convinzione, ma perché accettare l’apartheid per noi bianchi era la norma, niente di assurdo o vergognoso, era la nostra vita» — a convinta paladina del nuovo Sudafrica democratico e multirazziale. Ripensa alla decisione di Madiba di volerla con lui senza alcuna ingenuità: «Era un grande stratega. Sapeva che era importante mostrare all’interno, al popolo sudafricano, e all’esterno, al resto del mondo, che il suo Sudafrica abbracciava tutte le culture e le razze, che era un paese arcobaleno e che dunque c’erano dei bianchi anche attorno a lui». Eppure l’affetto, l’amicizia tra l’anziano presidente (all’epoca settantacinquenne) e la giovane segretaria dai capelli biondi sbocciarono genuini. «All’inizio mi sentivo colpevole, mi era stato insegnato a temere quest’uomo che ora si dimostrava con me gentile, generoso, attento. Provavo orrore per me stessa. Ma proprio Madiba mi aiutò a vincerlo, spiegandomi che è ammesso sbagliare, anche fare cose terribili, se poi si cerca di ripararle. Diceva sempre che gli uomini non sono mai del tutto buoni o del tutto cattivi, che in ognuno di noi c’è una parte di bene e di male». Era la filosofia che lo guidava anche politicamente, come la sua ex-segretaria ricorda nel libro. «Qualcuno gli rimproverava, per esempio, le sue relazioni con Gheddafi: come poteva un democratico andare d’accordo con un tiranno? Ma Mandela cercava di dimostrare rispetto per tutti, diceva che se rispetti il tuo nemico, anche la persona peggiore può tirare fuori qualcosa di buono. Di Gheddafi diceva che si era impegnato con lui a consegnare i responsabili dell’attentato di Lockerbie, a dare segnali di dialogo con l’Occidente, e lo aveva fatto. Il rispetto era servito, aveva funzionato». Le chiedo degli altri incontri a cui ha assistito, degli altri grandi della storia che ha visto da vicino. Fidel Castro? «C’era grande calore fra loro. Castro aveva appoggiato la lotta di Mandela contro l’apartheid e Madiba non lo dimenticava. Si abbracciarono come fratelli». Arafat? «Un colloquio cortese ma non calorosissimo. Da Mandela il leader palestinese si aspettava forse un sostegno incondizionato, invece Madiba gli fece anche critiche per i metodi con cui governava e con cui cercava di ottenere uno Stato». I leader israeliani? «Anche con loro ci fu una certa freddezza. Ehud Barak, l’allora primo ministro, trattava Mandela con impazienza. Probabilmente lo consi- derava troppo filo-palestinese. Ricordo che Madiba fu molto impressionato dal museo dell’Olocausto. Ma poi disse che non si potevano scaricare sui tedeschi di oggi le colpe dei loro padri o nonni. Il suo messaggio era sempre lo stesso, riconciliazione e perdono». E i presidenti americani? «George W. Bush mi fece quasi arrabbiare, Mandela era già molto anziano quando si incontrarono, parlava lentamente, ripeteva qualche frase e Bush gli faceva fretta, non lo lasciava finire, diceva “okay, okay basta, andiamo a fare la conferenza stampa”». Clinton? «Un grande amico. Si adoravano a vicenda, e si vedeva. Clinton cercava di essere sempre con lui per il suo compleanno». Obama, il primo nero alla Casa Bianca? «Si incontrarono brevemente quando Obama era ancora senatore, non ci fu tempo per un rapporto più profondo». La regina Elisabetta? «Oh, legarono moltissimo, forse si intendevano anche per la vicinanza di età, Madiba andava d’accordissimo con le persone della sua generazione, per quanto anche con i bambini, forse aveva più difficoltà con quelli di mezzo. Le posò una mano su una spalla, poi ci spiegarono che il protocollo non permette di toccare la regina, ma lei non si risentì per nulla. Madiba la coprì di complimenti, le disse che gli sembrava dimagrita, in gran forma, e a Sua Maestà fece piacere».
L’ultima volta che Zelda lo ha visto, era in ospedale, Mandela ormai non era più in grado di parlare: «Ma quando ha sentito la mia voce ha aperto gli occhi e ha sorriso». Non prova rancore per i membri della sua famiglia che alla fine l’hanno allontanata? «Ho sofferto. E mi è dispiaciuto per come le autorità sudafricane hanno organizzato il funerale, Madiba avrebbe meritato di meglio. Ora però mi è passata anche la rabbia. Sono piccole cose, rispetto a quello che noi bianchi abbiamo fatto ai neri. La lezione di Madiba è che bisogna perdonare e guardare avanti».
E a cosa guarda lei ora? Cosa c’è nel suo futuro senza “nonno” Mandela? «Magari vorrei un compagno, un uomo, quelli che mi cercavano finché c’era lui erano solo attirati dalla possibilità di conoscere Madiba attraverso di me. E poi voglio dei fiori, tanti fiori. Sa che le dico? Vorrei aprire un negozio di fiori». La razzista bianca diventata segretaria dell’uomo che ha sconfitto l’apartheid, un negozio di fiori e un nuovo amore: scommettiamo che questo libro diventerà un film?

Repubblica 31.8.14
L’arte di raccontare le immagini
Scrittori, giornalisti, registi teatrali e cinematografici raccolgono la sfida di usare la parola per narrare l’esperienza visiva
di Emiliano Morreale

I COSIDDETTI visual studies da diversi anni cercano di far ripensare il rapporto delle varie forme di immagine tra loro, e il rapporto tra la parola e l’immagine. In «un’epoca come la nostra in cui la mistione dei linguaggi caratterizza ogni gesto della vita quotidiana», in cui l’allegare immagini è un gesto quotidiano che accompagna ogni messaggio o testo scritto, e in cui parola e immagine fluttuano insieme sul web, tre studiosi di letteratura hanno lanciato una sfida a scrittori e registi di teatro e cinema, invitandoli a commentare un’immagine: un quadro, una fotografia, una sequenza cinematografica. Si trattava insomma di riattualizzare la pratica tradizionalmente chiamata ekphrasis, ossia il tentativo di trasporre nelle forme della scrittura un’opera d’arte visiva. L’introduzione inserisce appunto i testi nella secolare sfida tra la parola e le immagini: rapporto che ha spesso celato, in realtà, un’implicita gerarchia, una supremazia delle parole sulle immagini, naturali, belle e sottilmente perturbanti, insomma «femminili».
Il risultato è pubblicato adesso con il titolo Nell’occhio di chi guarda. Scrittori e registi di fronte all’immagine , a cura di Clotilde Bertoni, Massimo Fusillo e Gianluigi Simonetti (Donzelli). I testi dei 23 invitati sono assai liberi: si va dall’analisi critica al racconto, dal frammento autobiografico alla poesia. Walter Siti sfoglia strato dopo strato, angolo dopo angolo una foto di Luigi Ghirri, Roberto Andò quella di una credenza di Sciascia, scattata da Ferdinando Scianna. Domenico Starnone rivela una passione per le raffigurazioni delle mani che scrivono (dall’antico Egitto a William Kentridge). E molti, attraverso le immagini, dialoga- no con altri testi ed eventi: la tomba di Ilaria del Carretto con i romantici inglesi (Franco Buffoni), o Zurbaran con un testo di Somerset Maugham che distingue, nel pittore spagnolo, tra la fantasia e l’immaginazione (Emanuele Trevi).
Spesso quelle commentate, notano i curatori, sono «immagini che inscenano o suggeriscono l’angoscia, e ancor più spesso la violenza». A volte in maniera implicita, a volte esplicita, come nel caso di Filippo D’Angelo con il suo racconto che mette in cortocircuito maschere precolombiane, il sito di ultraviolenza dei cartelli Mundonarco, e le immagini delle chiamate su Skype. Curiosamente, infine, ben due scritti (entrambi di uomini di teatro) raccontano Trionfi della morte: Federico Tiezzi quello della Chiesa di San Francesco a Lucignano, e Vincenzo Pirrotta quello di Palazzo Abatellis a Palermo. A fianco all’ekphrasis pare scorrere spesso una meditatio mortis: forse inevitabilmente, anche la morte è nell’occhio di chi guarda.
NELL’OCCHIO DI CHI GUARDA a cura di M. Fusillo, G. Simonetti, C. Bertoni, DONZELLI PAGG . 199 EURO 21

Corriere 31.8.14
Emozioni sonore L’omaggio di MiTo
«Brahms, gioia dei musicisti. La sua grandezza è la sincerità»
di Enrico Parola

Ivan Fischer ha un modo tutto particolare per rivolgere al pubblico la domanda che fa da titolo inaugurale di MiTo, «Aimez-vous Brahms?»: «Non ve l’ha prescritto il dottore di venire al nostro concerto; ma se avete deciso di ascoltarci, faremo in modo che non vi annoiate». Non è sottile umorismo magiaro, il maestro nato a Budapest 63 anni fa in una famiglia musicale (anche suo fratello Adam è direttore) sa bene due cose: di essere alla guida di una formazione, la Budapest Festival Orchestra, considerata tra le dieci migliori al mondo; e di portare con Brahms, al Regio il 4 settembre solo come preludio con tre danze ungheresi, alla Scala il giorno dopo per l’intero programma con la terza e la quarta sinfonia, uno degli autori più amati e richiesti dal pubblico. Ma la sua musica non è bella solo per chi ascolta: la amano anche i musicisti che la eseguono, perché si sentono presi e sfidati dalle sue note. «Quando iniziamo a provare una sinfonia di Brahms, non importa quale delle quattro, le prime parole che rivolgo ai professori dell’orchestra sono: sentiamoci fortunati a suonare questo capolavoro – spiega il maestro —. Sottolineo: qualsiasi delle quattro; e aggiungo: qualunque battuta di ognuna. Brahms non è un compositore da “grandi momenti”, che alterna passaggi memorabili a pause interlocutorie; in lui tutto è grande, ogni nota è perfetta, ogni dettaglio è un tassello di una bellezza emozionante. Nelle sinfonie che portiamo alla Scala la cosa particolare è che non si deve attendere tutto lo sviluppo del discorso musicale per capire il valore di un elemento; certo, studiandolo sulla partitura o riascoltandolo se ne comprende sempre meglio il senso, ma in Brahms già la prima impressione, l’istante ancora inconsapevole delle conseguenze che avrà, si impone al pubblico conquistandolo emotivamente, quasi istintivamente, per un’evidente impressione di compiuta bellezza». Nessuno può dare ciò che non ha: una legge che vale per la vita di tutti i giorni e che Fischer vede confermata in Brahms: «Ciò che scrive è sempre assolutamente personale, non è mai calcolato nel senso di artificioso, di costruito nel senso di falso o esteriore; Brahms è sempre sincero nella sua musica, onesto, non nasconde mai le sue emozioni o i suoi pensieri».
Questa sincerità non è regalata gratuita- mente, va riconquistata dall’interprete: «La sfida in Brahms è trovare il giusto equilibrio tra la forma e certi contenuti. Brahms non costruisce artifici ma costruisce ad arte, la sua forma è classicissima perché sempre controllata nella sua struttura; eppure queste architetture si adattano in modo perfetto a libertà assolutamente romantiche; quindi, perché siano rispettate sia le sue istanze musica- li sia i suoi messaggi spirituali, occorre una concentrazione e una comprensione dell’opera assolute». Da qui sgorga la gratitudine che Fischer nutre verso Brahms: « Brahms, costringendoti sempre a ricercare questo delicato equilibrio, ti spinge ad essere creativo, a uscire dai sentieri battuti e cercare nuove strade.
Stando sul podio si capisce subito, dalla freddezza o dall’emozione del pubblico, se si è arrivati al cuore dell’opera oppure ci si è persi per foreste oscure». Brahms prima che compositore fu un grande pianista: «La sua conoscenza diretta e profonda dello strumento emerge evidente nella sua opera, anche se in modi un po’ diversi», spiega Alessandro Tardino, 27enne di Frosinone che nel suo recital del 18 settembre a Milano abbraccerà gli estremi della parabola creativa brahmsiana, con la Sonata op. 2 e le raccolte op. 118 e 119. «Nella Sonata si ritrovano già tante caratteristiche tecniche poi mantenute nella piena maturità, ma ci sono anche soluzioni più grezze che poi abbandonerà; è vibrante la ricerca di quella perfezione nei rapporti tra tutti i componenti che sarà pienamente raggiunta nelle opere 118 e 119». Per Tardino questa perfezione ha una cifra precisa: «L’essenzialità: tutto si snoda senza forzatura, senza eccessi, mai banale e allo stesso tempo mai intellettuale, con freschezza e intensità mirabili». Le Danze Ungheresi per pianoforte a quattro mani sono il punto d’unione tra il pianista e l’orchestratore: per Martina Consonni, che le eseguirà con Susanna Shizuka Salvemini il 12 settembre a Torino, «è straordinario come Brahms sappia sfruttare l’intera tastiera e tutte le sue possibilità per imitare ogni sfumatura dell’orchestra, accordi e ottave per le parti più concitate e finezze impalpabili per ricreare le melodie. Anche per chi siede al pianoforte Brahms è una grande sfida.
Ma soprattutto una gioia.

Corriere 31.8.14
Fresu: «Il jazz mette d’accordo le due parti del cervello»
di Claudio Sessa

«Se il neurone suona il jazz»: questo il sottotitolo della giornata «Brain and Music» organizzata al Piccolo Teatro il 20 settembre, in collaborazione con il Montreux Jazz Festival. Le ricerche sul cervello stanno avvicinandosi sempre più all’area misteriosa della creazione estetica; era inevitabile che in campo musicale l’interesse per le reazioni cerebrali coinvolgesse l’invenzione jazzistica, in cui l’uso dell’improvvisazione applicato a strutture ben definite esige riflessi rapidissimi e una sofisticata consapevolezza artistica. Ad entrambi gli appuntamenti, la tavola rotonda e il concerto delle 21.30 , parteciperà il trombettista Paolo Fresu: nel pomeriggio per intrecciare le sue riflessioni a quelle di una mezza dozzina di specialisti, la sera per suonare con il trombonista Gianluca Petrella.
«Non sono un esperto dell’argomento — si schermisce lui —; da musicista però mi affascina il rapporto fra poesia e razionalità, qualcosa che credo abbia a che fare con l’interazione fra i due emisferi cerebrali». Fresu organizza da molti anni il festival Time In Jazz a Berchidda, il suo paese d’origine e proprio dieci anni fa intitolò un’edizione della rassegna «La Follia»; dunque per il cervello ha un vecchio interesse. «Chiunque rifletta sull’arte si chiede da dove nasca, quanto conti il ragionamento e quanto la follia. Ma non c’è solo questo. Chi studia uno strumento è posto di fronte a una forte disciplina, che dovrebbe metterlo in grado di dare il meglio. Ma quel meglio, cioè la capacità di comunicare emozioni al pubblico, non è legato a un metodo, riguarda piuttosto la comunicazione con l’irrazionale. Siamo ancora all’interscambio fra le due parti del cervello».
E che dire del jazz e della sua specifica forma di comunicazione, l’improvvisazione? «Naturalmente si improvvisa in tanti generi musicali e anche il jazz conosce modi differenti di improvvisare, cioè – credo – di far funzionare il cervello: pensiamo a com’è diverso il jazz di Charlie Parker da quello di Miles Davis. Ma sempre è obbligatorio fare i conti con l’invenzione istantanea, e dunque il jazzista è obbligato a riflettere con enorme rapidità». «Le nostre invenzioni a due sono enormemente libere — aggiunge il trombonista Petrella —, tanto che non sono sicuro che si tratti sempre di jazz. A volte improvvisiamo su strutture ritmiche di tipo africano, a volte usiamo effetti elettronici. Io credo che fra mente e musica ci sia un’interazione costante: dar vita a un flusso musicale può rigenerare la mente, che poi produrrà nuove idee. Dal suono stesso insomma nascono nuovi suoni». «Mi rendo conto solo ora — conclude Fresu — che l’idea di un dialogo fra tromba e trombone è la più adatta per questo incontro. Negli strumenti a fiato, in particolare proprio negli ottoni, il suono si forma solo grazie ad un’intenzione mentale del musicista: è lui che deve pensare “quella” nota, non l’ha sotto mano, come il tasto di un pianoforte».

Corriere 31.8.14
«Villa Touma», una saga contesa tra palestinesi e israeliani
di Stefania Ulivi

VENEZIA — Passa oggi in concorso alla Settimana della critica. Ma Villa Touma , opera prima della palestinese Suha Arraf, nata a Melia in Galilea vicino al confine con il Libano e apprezzata sceneggiatrice di pellicole come La sposa siriana e Il giardino dei limoni , occupa da settimane le pagine, non solo di spettacoli, dei giornali israeliani.
Il suo film — bel ritratto di famiglia matriarcale in un interno, ovvero la villa del titolo, dove tre sorelle nubili dell’aristocrazia cristiana di Ramallah vivono al riparo dalle turbolenze del presente che si ritroveranno in casa con l’arrivo della nipote orfana Badia — ha scatenato una polemica che non accenna a placarsi. La ministra della cultura e dello sport Limor Livnat ha chiesto la restituzione dei fondi che il governo israeliano ha erogato attraverso l’Israel Film Fund, come replica alla richiesta di Arraf di registrare il film al festival come «palestinese». Niente di politico, ha spiegato la regista. «Volevo soltanto riportare l’umanità nei personaggi palestinesi e farli apparire come persone comuni, al di fuori del conflitto di Gaza. Non posso presentare il film come israeliano: i dialoghi sono in arabo, è ambientato a Ramallah e tutti gli interpreti sono palestinesi».
Una Palestina mai vista al cinema, in effetti. Una casa dove il tempo sembra essersi fermato a prima della guerra del 1967, con le lancette dell’orologio sempre a indicare le otto, o di mattina o di sera. E quelle tre sorelle che accettano malvolentieri la nipote (nata dalla relazione tra il fratello e una donna musulmana) e cercano di trasformarla secondo le regole e gli standard, ambiziosissimi, del loro lignaggio (lezioni di pianoforte, di francese, abiti consoni, cappellini, guanti e gonne sotto il ginocchio) sono esempi delle «persone rimaste nel mezzo» del conflitto Israele-Palestina.
Conflitto che, paradossalmente, ha travolto lo stesso film che voleva denunciarne l’insensatezza. L’attacco, oltre che alla regista, è diretto anche a Katriel Schory, che dirige l’Israel Film Fund, il quale ha spiegato che non esiste alcun obbligo contrattuale relativo alla registrazione geografica delle opere. Dopo Venezia, Villa Touma è atteso a Toronto e in un’altra decina di festival internazionali.
Arraf è intervenuta con una lunga lettera al quotidiano Haaretz in cui rivendica la sua autonomia culturale. «Sono araba, sono palestinese e sono cittadina dello Stato d’Israele. Ho il diritto di sottolineare la mia nazionalità quando presento il mio film al mondo e non c’è legge nello Stato d’Israele che mi proibisca di farlo. Per quanto mi riguarda, l’identità di un film è quella del suo creatore».
Risultato: Villa Touma qui al Lido è apolide, rimasto nel mezzo. Proprio come i protagonisti della storia.

La Stampa 31.8.14
Il primo Mac non si scorda mai
Più che una macchina, uno stile di vita
Arrivato sul mercato trent’anni fa, apriva a tutti la Terra Promessa dei computer
di Giuseppe Culicchia

«Orwell was an optimist» è scritto in sottili caratteri bianchi su una spilletta color blu comprata una trentina d’anni fa al mercato di Portobello Road, Londra, quando ancora non possedevo un computer e 1984 era uno dei libri che mi ero infilato nello zaino al momento di partire per il mio primo soggiorno nella capitale britannica. Non sapevo, scendendo all’aeroporto di Heathrow, che in quello stesso momento al di là dell’Atlantico un’azienda di nome Apple stava per mettere in commercio il primo Mac.
Lo battezzò ufficialmente Macintosh 128K, ed era figlio di un progetto inizialmente curato da Jef Raskin, l’esperto di interfacce convinto di poter realizzare un computer facile da usare e con un costo inferiore a 1.000 dollari. Di sicuro non potevo prevedere che trent’anni più tardi avrei scritto le righe che state leggendo proprio su un Mac, ovviamente di nuova generazione e leggero, argenteo, portatile: diversissimo da quel suo antenato beige che pur elegante e kubrickiano poteva ricordare ai più cinici tra i detrattori – non mancano mai – un ibrido tra uno scatolone e un televisore, ma con lo stesso identico Dna. Però ricordo bene come all’epoca si parlasse anche nei pub dalle parti di World’s End di un futuro nemmeno tanto lontano in cui in linea di massima tutti avremmo avuto in casa un computer, e non saremmo più stati capaci di farne a meno. Il che mi pareva assai inquietante e assolutamente in linea con le tesi del romanzo distopico di George Orwell.
Ecco: sono passate esattamente tre decadi da quando la ditta creata da Steve Jobs – che nel 1980 prese il controllo del progetto di Raskin, estromettendo quest’ultimo dalla Apple – ha immesso sul mercato il primo computer con un sistema operativo Mac OS, e di fatto ha cambiato il mondo. Non solo o non tanto perché da quel primo Macintosh si è poi arrivati ai suoi numerosissimi eredi e di conseguenza anche ai vari iMac, iPod, iPad e iPhone, alzi la mano chi non ne possiede almeno uno o comunque non ne ha mai sentito parlare, ma perché grazie alla sua interfaccia grafica quel capostipite della celeberrima stirpe di computer ha permesso a milioni di persone del tutto digiune di informatica di premere un pulsante, quello dell’accensione in alto a destra, per poi veder comparire una «scrivania», con tanto di «icone» sullo schermo e un «cestino» sottostante.
Già. Perché quel primo Mac, basandosi su un’interfaccia Wimp – acronimo di Windows, Icons, Mouse e Pointer – aveva dalla sua un’intuizione geniale: semplificare al massimo l’uso del computer, rendendolo intuitivo proprio in seguito all’introduzione delle icone ideate dalla designer Susan Kare, autrice tra le altre cose dei font Geneva e Chicago e del famoso Mac felice, il computer sorridente che per quasi vent’anni ha accolto gli utenti Macintosh, salvo poi essere sostituito dalla mela che rappresenta il logo dell’azienda. Grazie al nuovo sistema operativo e al talento grafico della Kare, che a dire il vero ben presto lasciò l’azienda di Cupertino, chiunque poteva avvicinarsi alla Terra Promessa dei computer senza aver mai fatto un corso di informatica: oltre alla scrivania e al cestino, altre metafore facilitavano le cose ai neofiti, a cominciare dalle finestre e dagli appunti, per tacere naturalmente del mouse, destinato tra l’altro a introdurre nel linguaggio corrente la parola «cliccare».
Per la prima volta nella storia, quella macchina complessa che fino ad allora era stata riservata a studiosi e professionisti si rivelò in grado di farsi comprendere a colpo d’occhio, dialogando con il resto dell’umanità per mezzo di semplici elementi visivi. Elementi che bastava «trascinare» col mouse per spostarli attraverso la scrivania o volendo nel sopraccitato cestino, così da cancellarli (ma non definitivamente, a meno di non «svuotare» il cestino medesimo).
Il primo Mac128K venne messo in vendita il 24 gennaio 1984, e per portarselo a casa bisognava sborsare 2495 dollari. Il fatto che non prevedesse una ventola comportava va da sé il surriscaldamento piuttosto rapido del computer. Quanto alla velocità, beh, meglio soprassedere: il 128K disponeva di un’unica unità floppy, non aveva un hard disc interno e conteneva poca memoria, tutte cose che contribuivano a farlo somigliare a una sorta di trattore da tavolo. Non a caso, se all’inizio di quell’anno da un punto di vista commerciale la risposta fu a dir poco entusiastica, alla fine del 1984 se ne vendevano meno di 10 mila esemplari al mese. Come si è detto, tuttavia, il suo lancio aveva ormai dato inizio a un mutamento irreversibile. Per dire: è col Mac che vedono la luce programmi come Word ed Excel, pensati dalla concorrente Microsoft di Bill Gates appositamente per gli utenti della Apple. Ma non si tratta solo di prodotti specifici e segmenti di mercato. Non a caso, Steve Wozniak, co-fondatore della Apple con Steve Jobs e di fatto inventore del personal computer, ebbe a dire un giorno che «il Macintosh è più di un computer: è uno stile di vita». Affermazione che, oggi lo sappiamo per certo, non era affatto azzardata.
E insomma: in quello stesso 1984, Al Bano e Romina Power vincevano il Festival di Sanremo con Ci sarà. Il governo Craxi aboliva la scala mobile e stipulava un nuovo concordato con la Santa Sede, grazie al quale la religione cattolica non sarebbe più stata considerata religione di Stato. In Canada moriva Gaëtan Dugas, prima vittima dell’Aids. A Milano veniva fondata la Lega Lombarda, poi Lega Nord. Pietro Longo, segretario del Psdi, dava le dimissioni da ministro del Bilancio perché il suo nome risultava tra gli iscritti alla P2. Enrico Berlinguer invece moriva in seguito a un’emorragia cerebrale, e al suo funerale partecipavano due milioni di persone. Tra i carcerati più o meno illustri di quell’anno: Mamma Ebe e Michele Sindona. Con un apposito decreto, Craxi consentiva alle reti televisive di Berlusconi di riprendere le trasmissioni, oscurate per pochi giorni dai pretori di Roma, Torino e Pescara. In India si verificava l’incidente di Bhopal. In Italia, la strage del Rapido 904. Tutte cose di cui in molti avremmo perso le tracce, se non fosse che nelle nostre case disponiamo di un computer. Facile da usare. Con un costo inferiore a 1000 dollari. «Orwell was an optimist» è scritto sulla mia spilletta comprata a Londra nel 1984. Jef Raskin, e con lui Steve Jobs e Steve Wozniak, sono stati invece a ben vedere solo dei realisti con i piedi ben piantati nei sogni, se mi è consentito parafrasare malamente il caro vecchio insuperabile Ennio Flaiano.

La Stampa 31.8.14
Da Van Gogh a Picasso a Frida Kahlo
l’autunno super dell’arte moderna

Da Van Gogh a Picasso, da Chagall a Modigliani, Frida Kahlo e tanti altri: l’arte moderna sotto i riflettori nella stagione espositiva autunnale. Milano darà il via il 17 settembre a Palazzo Reale con «Marc Chagall. Una retrospettiva 1908-1985», la più vasta e complessa mai realizzata in Italia, a cui seguirà il giorno dopo «Segantini». Il 20 settembre a Palazzo Ducale di Genova sarà la volta di «Frida Kahlo e Diego Rivera» (nell’immagine), seconda tappa espositiva dopo quella che si sta concludendo alle Scuderie del Quirinale. Sempre il 20, a Firenze, «Picasso e la modernità spagnola», che riunirà a Palazzo Strozzi oltre 90 opere dal Reina Sofia di Madrid. Dal 3 ottobre, a Palazzo Blu di Pisa, «Amedeo Modigliani», con opere provenienti in gran parte dal Centre Pompidou di Parigi. A Roma, dal 4 ottobre, il Complesso del Vittoriano ospiterà un’importante monografica dedicata a Mario Sironi, mentre dal 18 ottobre, ancora a Palazzo Reale di Milano, approda «Van Gogh. L’uomo e la terra», oltre 50 capolavori dalle maggiori collezioni mondiali per raccontare la vita rurale e agreste. Dal 24 ottobre al 25 gennaio «Giacometti e l’arcaico» al Man di Nuoro.

il Sole Domenica 31.8.14
Charles Sanders Peirce (1839-1914)
Pragmaticamente peirciani
Un grande convegno alla Lowell University del Massachussets ha sancito l’importanza decisiva del pensatore anche per la filosofia attuale. Protagonisti anche gli studi italiani
di Giovanni Maddalena

Quasi 250 interventi provenienti da 5 continenti. Questo il primo dato del grande convegno dei cento anni dalla morte di C.S. Peirce tenuto alla Lowell University of Massachussetts dal 16 al 19 luglio scorso. Il numero e la provenienza degli interventi sanciscono la tendenza più importante degli studi peirceani negli ultimi 25 anni, data dell’ultimo convegno mondiale, Harvard 1989. Da allora a oggi gli studi su Peirce si sono globalizzati e contaminati: gli specialisti non sono più principalmente statunitensi e, finita la fase di comprensione filologica, si cerca ora di capire in che modo e in che senso il grande filosofo americano può essere determinante per il panorama filosofico attuale. Infatti, si possono identificare finora tre epoche della ricezione di Peirce, determinata inizialmente dalla rocambolesca vicenda biografica e scientifica del filosofo, caduto dall’élite dei “bramini di Cambridge” – gli intellettuali che determinavano il panorama intellettuale degli Stati Uniti – alla nascosta esistenza del paesino di Milford Pennsylvania, dove terminò i suoi giorni in povertà e isolamento. La prima epoca è quella del recupero dei manoscritti (pubblicati in modo molto parziale e secondo un ordine tematico nei celebri Collected Papers degli anni 30) e del cercare di stabilire se si potesse trovare in quel guazzabuglio di testi editi e inediti un qualche ordine sistematico. L’impresa fu probabilmente sancita dal libro di M. Murphey (1961) e dall’inizio della riorganizzazione dei manoscritti (più di centomila pagine, la maggior parte delle quali rimane a tutt’oggi non pubblicata). La seconda epoca è stata determinata invece da grandi studiosi – tra cui è impossibile non ricordare Max Fisch – che hanno chiarito i diversi temi della filosofia peirceana, anche grazie alla lettura dei manoscritti, che nel frattempo venivano organizzati in ordine cronologico al Peirce Edition Project, la cui titanica opera di pubblicazione dei Writings of Charles Sanders Peirce è ancora in corso.
L’epoca in cui ci troviamo, si diceva, vede invece attori protagonisti da ogni parte del mondo, tesi a capire il contributo di Peirce alla filosofia attuale. I centri studi dedicati al grande pensatore americano si moltiplicano e i gruppi di studiosi italiani, finlandesi, colombiani, spagnoli, francesi, brasiliani hanno raggiunto maturità di ricerca e di espressione che nulla ha da invidiare a quella statunitense. Basti pensare all’Italia dove, dopo i validissimi studi pionieristici di Bosco, Sini ed Eco, sorgono ora il Centro Studi Peirce, l’Associazione Pragma, una collana di filosofia americana presso Aragno e la rivista internazionale «European Journal of Pragmatism and American Philosophy».
Qual è allora il contributo di Peirce per «rinvigorire la filosofia del XXI secolo», come recitava il sottotitolo del convegno? È ormai chiaro a tutti che il fondatore del pragmatismo non può essere confuso con un precursore del neo-positivismo o del razionalismo critico novecenteschi. I cardini principali del suo pensiero, dal realismo metafisico alla logica del continuo, dalla massima pragmatica intesa correttamente come chiarificazione del significato secondo i suoi «effetti concepibili» fino alla fenomenologia e alla cosmologia basate su relazioni fondamentali, sono ammesse da tutti come originali, autonome, e inscrivibili solo all’interno di una filosofia propria, né analitica né continentale: il pragmatismo.
Molto diversi, invece, i tipi di studio e gli usi che si possono fare di questi temi. Per comodità indicherei tre tendenze principali. La prima – rappresentata da Tiercelin, Haack, Hookway e, in modo più estremo, da Misak nelle sessioni plenarie – cerca di utilizzare il pragmatismo peirceano come miglioramento e compimento storiografico e filosofico della filosofia analitica servendosi soprattutto del realismo metafisico (Tiercelin e Haack) e della concezione di verità (Hookway, Misak). Questa versione tende a leggere Peirce in continuità con il kantismo. Ha il vantaggio della precisione dello stile analitico, lo svantaggio di perdere la ricchezza e la fecondità di tanti aspetti storici, semiotico-ermeneutici, esistenziali, e logici alternativi a quelli del mainstream della filosofia analitica.
Una seconda tendenza è quella che sottolinea il distacco da Kant a favore di Hegel, gli aspetti storicisti, ermeneutici, valorizzatori della tradizione e del ragionamento incarnato. Non a caso Colapietro, nella sua relazione in sessione plenaria, ha sostenuto il paragone tra Peirce e MacIntyre e ha ripreso un filone di pragmatismo e critica sociale che era stato preconizzato dagli studi di Apel e Habermas negli anni 60. È una lettura che considera l’opera del filosofo americano in modo molto più unitario, legandolo a un intero progetto pragmatista, tema e paragoni autorevolmente presentati da R.M. Calcaterra a partire dagli anni 90 e giustificato da molti passi della corrispondenza Peirce-James (Alle origini del pragmatismo, Aragno 2011). In questa tendenza includerei anche il paragone in chiave ermeneutica tra il pensiero di Peirce e quello dei grandi autori del Novecento; una lettura che annovera R. Fabbrichesi tra i più importanti rappresentanti a livello internazionale. Infine, una terza tendenza, rappresentata in sessione plenaria da Zalamea e Maddalena, legge Peirce in quanto iniziatore di una matematica e di una logica nuove che si possono derivare dai suoi studi sulla continuità, sulle caratteristiche semiotiche dei grafi esistenziali, sui tentativi – spesso fallimentari – di trovare una prova dell’innovativo ragionamento sintetico garantito dalla massima pragmatica. In quest’ottica l’analisi che si poggia sulla matematica dell’inizio del Novecento non è errata ma limitata e gli studi peirceani devono arricchirsi del paragone con la matematica post-Gödel, con la filosofia della matematica francese del Novecento, con altre discipline come la letteratura, l’arte, la psicologia e la biosemiotica.
Sono tre strade, tutte percorribili, che individuano per Peirce un ruolo decisivo nel prosieguo della filosofia contemporanea. Il gran numero di brillanti giovani, tra cui molti italiani, fa sperare che il contributo degli studiosi di Peirce al futuro della filosofia sia davvero significativo.

il Sole Domenica 31.8.14
Storia della medicina
L’arte nascosta del parto
Raramente la nostra tradizione iconografica mette al centro le madri
Per millenni la loro mortalità è stata altissima. Ma oggi in Italia la medicalizzazione è diventata eccessiva
di Gilberto Corbellini

Chissà che medicina, scienze e arte, insieme, non riescano a far breccia nella singolare drammatizzazione della gravidanza e del parto, che con l’avvento della medicina scientifica ha definitivamente, ma anche esageratamene, trasformato una fase dell’esistenza umana che dovrebbe essere quanto di più normale e naturale ci si possa aspettare, in una condizione praticamente equivalente al decorso di una… malattia. Il ciclo di incontri interdisciplinari sulla gravidanza e il parto nell’arte, al Maxxi di Roma, affronta un tema intellettualmente stimolante, sia per come queste condizioni sono state rappresentate nell’iconografia e nell’arte, sia per quello che le rappresentazioni artistiche dicono sulle percezioni diffuse nei diversi tempi.
Perché momenti fisiologici cruciali per la perpetuazione della specie sono così massicciamente medicalizzati? E cosa raccontano l’arte e la sua storia del modo in cui sono stati vissuti? Una prima notazione fatta in tempi recenti, spesso da studiose interessate a una politicizzazione della maternità in chiave di genere, è che prima dell’età cristiana, l’evento del parto era rappresentato anche in occidente. Dopo l’avvento del cristianesimo, non più. Nell’incografia e arte egizie, etrusche, greche e romane, orientali, amerinde e africane troviamo rappresentato il momento della nascita, con la partoriente nelle posizioni particolari adotatte dalle diverse civiltà (accovacciata, semisdraiata o più raramente inginocchiata) e quasi sempre ci sono almeno altre due figure femminili: una che la sostiene alle spalle e una di fronte che accoglie e aiuta l’uscita del prodotto del parto. La prima rappresentazione del parto scolpita risale a 20mila anni fa, e numerose sono le sculture preistoriche che rappresentano donne gravide. Una della più antiche rappresentazioni occidentali di un parto, probabilmente la nascita di una divinità e risalente al 600 circa, prima dell’era volgare, è etrusca, ed è stata ritrovata qualche anno fa nella valle del Mugello.
La religione cristiana celebra ogni anno la nascita dell’incarnazione della propria divinità, ma nell’iconografia e nell’arte influenzate da questa tradizione è rappresentata solo la gravidanza. Non solo per quel che riguarda la madre di Gesù. Non si danno rappresentazioni della nascita del Cristo, nel senso che non si sa come fu partorito: se Maria era accovacciata o adagiata. Ma si dovrebbe immaginare che, trovandosi da sola con Giuseppe, non sia stato facile partorire. Considerando che è solo nella seconda metà del Novecento che i mariti/padri hanno cominciato a essere coinvolti direttamente nell’evento nascita. L’arte occidentale cristiana ha prodotto formidabili rappresentazioni della gravidanza, di cui la più famosa è la Madonna del Parto, affrescata a metà del Quattrocento da Piero della Francesca a Monterchi. Le Madonne gravide sono comunque numerose. Ma non se ne trova una rappresentata nell’atto del parto.
D’accordo che i teologi hanno messo le premesse per questo oscuramento: la concezione e il parto della Madonna miracolosamente non ne corrompono la verginità carnale. Quindi niente travaglio, cordone ombelicale da recidere, secondamento, eccetera. Ma nemmeno altre figure femminili erano rappresentate in occidente nell’atto del parto. Se si sfogliano le illustrazioni mediche o si pensa anche alle cere ostetriche prodotte per scopi didattici in età moderna, in gran parte rappresentano solo l’utero materno e il canale del parto, lasciando fuori le parti superiori e inferiori del corpo femmine. In altre parole, la medicalizzazione del parto avviene mettendo al centro della scena il prodotto, e non il principale attore.
Le mie conoscenze di storia dell’arte sono molto limitate, ma se provo a immaginarmi gli artisti e i dipinti che nel corso del Novecento, a partire da Speranza II di Gustav Klimt, si sono cimentati con il tema gravidanza e parto, non mi viene in mente alcunché di nuovo, cioè che vada oltre la rappresentazione della gravidanza, prima degli anni Sessanta. A parte, ovviamente, Frida Khalo, che raccontò il dramma personale di un aborto e dell’impossibilità fisica di conseguire la maternità, in diverse opere. Alcune anche decisamente cruente, come avrà visto chi abbia visitato la mostra allestita alle Scuderie del Quirinale.
È il carattere cruento del parto e il dolore che l’accompagna che hanno condizionato le superstizioni e le fobie culturali e psicologiche. Dal 2000 esiste una specifica condizione psichiatrica, chiamata tocofobia, che colpisce principalmente le donne primipare e si manifesta con ansia gravemente disfunzionale e paura di morire di parto. Per cui in una percentuale numerosa di questi casi, si deve optare per il parto cesareo, anche se non sarebbe clinicamente indicato.
Con buona pace di chi idolatra la Natura, gravidanza e parto sono i più eclatanti esempi che quel che è naturale non è sicuro, e che il benessere umano è stato conquistato neutralizzando, grazie al pensiero critico e alla scienza, le minacce naturali. Nel caso della riproduzione, non ci si dovrebbe scordare che noi umani abbiamo pagato la conquista della statura bipede proprio con un aumentato rischio di morte per gravidanza e parto. Il parto ha una mortalità naturale stimata intorno a 1.500 decessi ogni 100mila nascite. I paesi più virtuosi hanno ridotto il tasso di mortalità materna intorno a 10-15 ogni 100mila nascite. Nondimeno, nel mondo, oltre 250mila donne muoiono in un anno per complicazione associate a gravidanza e parto, e almeno 10 milioni contraggono gravi malattie o lesioni. Da questa condizione di sofferenza, che solo con avvento dell’anestesia e delle procedure antiinfettive è stata messa sotto controllo, sono venute formidabili opportunità. In particolare, un incremento dei vantaggi della socializzazione (attraverso l’aiuto a condurre la gravidanza, il parto e l’allevamento della prole) e la procrastinazione dello sviluppo cerebrale dopo la nascita, da cui in buona sostanza viene la nostra speciale intelligenza.
Era inevitabile che con la medicina scientifica, le ansie della gravidanza e del parto diventassero bersagli di risposte cliniche specifiche. Per cui ci si sia potuti concedere la bellezza e i piaceri speciali che gravidanza e parto possono produrre. Ma le risposte cliniche sono andate oltre il necessario. Ovviamente in occidente, dove le linee guida prescrivono da 11 a 14 (sì, 14!) visite ginecologiche durante la gravidanza. L’Oms dice che poco meno della metà di 11 basta e avanza, se non ci sono problemi. Per non parlare ovviamente dei parti cesarei non indicati. Per l’Oms la percentuale “naturale” dovrebbe stare tra 10 e 15%, che è anche più o meno la media europea. Ma in Italia siamo oltre il 37%. E anche in questa classifica ci collochiamo tra chi fa peggio al mondo. Ovviamente qualcuno economicamente ci guadagna e non poco, come si sa: cioè ginecologi, ostetrici e cliniche.
Esistono montagne di prove che la medicalizzazione della gravidanza e del parto è eccessiva e comporta dei costi economici che potrebbero essere significativamente contenuti, dando la possibilità al sistema sanitario di migliorare le sue performance in altri ambiti della salute femminile. Ma aspettarsi cambiamenti nell’immediato in un Paese che secondo il presidente del consiglio non ha da imparare alcuna lezione da nessuno in Europa (la peggiore stupidaggine che per come stiamo messi, in generale, forse si può dire), è di certo oggi un’illusione.

il Sole Domenica 31.8.14
Crescita della conoscenza
Gloria postuma per i precursori
di Camilla Tagliabue

Darwin sosteneva che, «nella scienza, il prestigio va all’uomo che convince il mondo intero, non a quello che ha avuto per primo l’idea». Anzi, spesso, gli Scienziati troppo avanti, dal titolo del bel saggio di Laurent Lemire, rischiano di essere sbeffeggiati, emarginati, dimenticati: sono «precursori in anticipo sui tempi», ma vengono presi per pazzi; sono Cassandre dall’eco flebile e ininfluente; sono geni incompresi e inconcludenti. Il giornalista intende ora riabilitarne le sorti, raccogliendo e riaffabulando le vite di venti luminari della scienza, che hanno avuto ragione troppo presto e, perciò, sono stati tacciati di irragionevolezza: da Arrhenius, tra i fondatori della climatologia e premonitore dell’effetto serra, a Duchesne, pioniere della batteriologia 32 anni prima di Fleming, dalla materia oscura dell’odioso Zwicky al bosone del profetico Higgs.
Qui sfilano tutti i più visionari e bistrattati intellettuali di sempre, le cui scoperte e intuizioni furono snobbate o derise dai loro contemporanei, salvo poi riscrivere la storia del sapere. Qualcuno, come Niccolò Copernico e Georges Lamaître, ottenne un riconoscimento postumo grazie al vocabolario: la Rivoluzione dei corpi celesti porterà per sempre il cognome del primo, mentre l’espressione Big Bang si deve a un detrattore del secondo, la cui «teoria dell’atomo primigenio basata sulla relatività generale» non fu capita neppure da Einstein, ampiamente citato nel capitolo sul suo celebre avversario, quell’Henri Poincaré che fu «a un passo della teoria della relatività». Il matematico francese aveva «tutto in bella mostra e non ha notato niente», quindi la paternità della «nuova meccanica» gli fu scippata, nel 1905, dallo scapigliato fisico tedesco.
Ghiotta e curiosa, questa singolare contro-storia della scienza ha molti meriti divulgativi e non pochi aneddoti di cronaca, tra gossip ed erudizione, chicche storiografiche ed episodi pruriginosi: si scoprono così le ossessioni necrofile di Andrea Vesalio, che trafugava i cadaveri per sezionarli e disegnarli, e l’attrazione di Francesco Redi per vermi e parassiti, tanto da inventare l’elmintologia.
E ancora, l’erotomane Maupertis che, tra una donna e l’altra, formulò il principio di minima azione; Semmelweis, il medico amato da Céline, che morì in una clinica psichiatrica in preda ai deliri; il dandy Nopcsa che fu il primo a capire la parentela genetica tra dinosauri e uccelli; il meteorologo Wegener che ipotizzò la deriva dei continenti per poi soccombere tra i ghiacci di Groenlandia; la lesbica Rachel Carson, ecologista ante litteram; l’eccentrico e burlone Gold, cui si deve la teoria dello stato stazionario.
Ma l’avventura più memorabile e tragica è quella del geometra André Bloch, internato per 31 anni nel manicomio di Charenton (lo stesso di Sade), dopo aver sterminato il fratello e gli zii: i genitori li aveva già persi in tenera età. Lui puntualizzava: «È un fatto di logica matematica. C’erano troppi malati di mente nella mia famiglia». E così ebbe il tempo di dedicarsi all’analisi complessa, mettendo a punto pure un teorema che porta ancor’oggi il suo nome.
Tuttavia, anche quando le vicende dei personaggi sono note o prosaiche, l’autore sfoggia un’irresistibile verve narrativa, per cui Gregor Mendel è «il giardiniere celeste», «Leonardo da Vinci la Wikipedia del Rinascimento» e Vladimir Vernadskij un «geochimico russo con una certa tendenza all’arte drammatica: parla come il dottore Michail di Zio Vanja». Infine, Charles Wilson, anch’egli canzonato da Einstein, «è stato preso per strambo perché cercava di creare nuvole in laboratorio»: eppure, non stava coltivando cirri e cumulonembi, ma solo inventando la «camera a nebbia» per rendere visibili le particelle subatomiche. Come diceva uno scrittore: «Ci siamo affidati alla tenebra come se fosse una scienza». Alcuni, però, ci hanno visto giusto.

Il Sole Domenica 31.8.14
Epistolari
Croce scrive all’amico Gentile
L’intero carteggio (edito in cinque volumi da Aragno) mette a disposizione di filosofi e storici un’edizione finalmente filologica della loro corrispondenza dal 1896 al 1924
di Francesco Perfetti

Quando a casa Croce giunse la notizia dell’uccisione di Giovanni Gentile, la moglie del filosofo, Adelina, non riuscì a trattenere le lacrime, ricordandolo – come annotò nel suo diario il 17 aprile 1944 il marito – «bonario uomo ed amico, da noi accolto a festa quando veniva a Napoli nostro ospite». Nello stesso appunto Croce rammentò i termini della loro amicizia e della successiva rottura: «Tale la fine di un uomo che per circa trent’anni ho avuto collaboratore e verso il quale sono stato sempre amico sincero, affettuoso e leale. Ruppi la mia relazione con lui per il suo passaggio al fascismo, aggravato dalla contaminazione che egli fece della filosofia con questo; e perciò nella rivista “La Critica” non lasciai di combattere e ribattere molte delle cose che egli veniva asserendo in oltraggio alla verità». Anche se i rapporti con Gentile erano ormai chiusi da anni, Croce fu colpito dalla sua drammatica morte tanto che, qualche giorno dopo, chiese al genero che collaborava con i servizi americani informazioni sulla dinamica dell’uccisione e commentò amaramente: «Ammazzano anche i filosofi!». Il sodalizio fra i due era cominciato presto, nel 1896 quando il ventunenne Gentile, allora laureando della Scuola Normale Superiore di Pisa, inviò a Croce, trentenne ma già affermato studioso, un saggio sulle commedie del Lasca. La breve lettera con la quale il filosofo ringraziò lo sconosciuto corrispondente il 27 giugno di quell’anno, riconoscendogli una erudizione «sobria e calzante» e sottolineando che quel «primo lavoro» non mostrava «traccia d’inesperienza» apre il primo volume del carteggio fra i due filosofi, relativo agli anni compresi fra il 1896 e il 1900, curato egregiamente da Cinzia Cassani e da Cecilia Castellani con una introduzione generale di Gennaro Sasso.
La pubblicazione dell’intero carteggio, prevista in cinque grossi volumi editi da Aragno, è una iniziativa importante per tutti gli studiosi di filosofia e di storia contemporanea perché mette finalmente a disposizione in una edizione pregevole per accuratezza filologica l’intero corpus delle lettere che Croce e Gentile si scrissero fra il 1896 e il 1924 fino cioè al momento della loro rottura. La corrispondenza, per la verità, era già nota, ma il retaggio dell’antico dissidio aveva fatto sì che essa venisse pubblicata in due epistolari separati e da due editori diversi. Ora, finalmente, l’intero corpus epistolare è stato riportato a unità con il risultato che il lettore e lo studioso sono in grado di seguire le fasi di sviluppo di un dialogo filosofico e politico-culturale che costituisce un capitolo significativo del pensiero italiano. Si è trattato di un lavoro meritorio dal punto di vista editoriale perché i curatori, nell’intrecciare le lettere, hanno potuto sciogliere dubbi relativi, per esempio, alle datazioni di alcune missive o, anche, al loro stesso contenuto che erano, comprensibilmente, sorti in fase di pubblicazione separata dei due epistolari.
Il primo volume dei cinque previsti copre un arco di tempo ristretto: quattro anni appena, dal 1896 al 1900. Sono gli anni nei quali si forma un sodalizio stretto e destinato a durare per ventotto anni (il passaggio, per entrambi i corrispondenti, dal formale «stimatissimo signore» al più confidenziale «carissimo amico» avviene in pochi mesi), ma sono anche gli anni nei quali il rapporto epistolare assume, poco alla volta, il carattere di una discussione teoretica, in particolare sui temi del materialismo storico e sulla filosofia della storia. In seguito, molti anni dopo, nelle sue noterelle autobiografiche contenute nel Contributo alla critica di me stesso, Croce avrebbe ricordato che col giovane Gentile aveva trovato «affinità pratiche» ma anche «affinità di svolgimento mentale e di cultura».
Il 17 gennaio 1897 – erano trascorsi poco più di sei mesi dall’inizio del rapporto fra i due – Gentile inviò una lunghissima lettera, ben dodici facciate, quasi un vero e proprio saggio, nella quale poneva il problema se il materialismo storico di Marx e di Engels fosse davvero una filosofia della storia e potesse costituire, come pensava Antonio Labriola, il fondamento scientifico del socialismo. Egli riteneva che esso non potesse essere una filosofia della storia – e su questo punto la concordanza con Croce era piena – ma negava anche al socialismo quella scientificità sulla quale il giudizio crociano era più sfumato dal momento che il più anziano filosofo riconosceva a questa dottrina politica un maggior rigore rispetto ad altre per il fatto che essa si fondava su un metodo di interpretazione della realtà, quello appunto di Marx ed Engels. Le posizioni dei due corrispondenti si precisano nel loro carteggio: non c’è un vero e proprio dissenso fra i due ma c’è, invece, una discussione profonda e feconda, la cui lettura, oggi, è un vero e proprio godimento per lo spirito. Croce, per esempio, parlando di Labriola scrive di aver voluto «accentuare il consenso; e senza tacere il dissenso, metter questo come in un secondo piano» temendo, nel presentarsi come un «oppositore reciso, di fare il giuoco di quelli che, per dirla alla tedesca, gettano via il bagno col bambino dentro!». Gentile, dal canto suo, ribadiva di non essere persuaso che il materialismo storico servisse a dare «una base scientifica al socialismo critico, come i socialisti credono» e concludeva: «Io non credo che non si possa buttar via il bagno senza il bambino; e secondo me, nel bagno non c’è soltanto l’assolutezza filosofica di questa nuova dottrina, ma anche ogni sua relazione con un socialismo, che non sia più utopistico».
La discussione sul materialismo storico è solo uno dei motivi di interesse del carteggio che si sviluppa fra il 1896 e il 1900: ve ne sono molti altri che affrontano i temi dell’estetica, della pedagogia, della storia della filosofia e via dicendo. Ma, soprattutto, si percepisce, nello scambio di idee e nel confronto intellettuale fra i due, il percorso attraverso il quale l’idealismo italiano, nelle declinazioni crociana e gentiliana, si precisa e si definisce. Il bel saggio di Gennaro Sasso che fa da introduzione generale al carteggio è una guida illuminante per questo primo tomo, ma anche per i volumi che verranno e serve a chiarire punti controversi e demolire miti storiografici come quello della pretesa egemonia idealistica nella cultura italiana, che, in realtà, a parere dello studioso, non ci fu per la persistenza, nelle università e altrove, di tradizioni troppo forti, a cominciare da quella cattolica, perché gli idealisti potessero distruggerle e sostituirle.
Benedetto Croce,Giovanni Gentile, Carteggio, I, 1896-1900, Nino Aragno Editore, Savigliano (Cn), pagg. XLII + 502, € 30,00

Il Sole Domenica 31.8.14
Cinema & censura
Hollywood compiacente con i nazisti
di Beda Romano

A 80 anni di distanza, coloro che tentarono una qualche forma di modus vivendi con il regime nazista, in Germania e all’estero, sono ormai perdonati. Alla fine della guerra ci furono casi di epurazione e di condanna. Qualche anno fa quando emerse che Günter Grass si era arruolato giovanissimo nelle file delle SS, dopo le prime denunce morali, la vicenda fu giudicata dai più con indulgenza. Eppure, stupisce apprendere che negli anni 30 l’industria cinematografica americana accettò di modellare i propri film secondo i voleri dei censori nazisti.
In un libro intelligente e minuzioso, The Collaboration, lo storico americano Ben Urwand racconta il rapporto ambiguo che le grandi case cinematografiche, guidate per lo più da impresari di origine ebraica, coltivarono con il regime nazista, soprattutto prima dello scoppio della guerra. Meraviglia scoprire che l’ufficio berlinese della Twentieth Century-Fox terminava le sue lettere al governo tedesco nel 1938 con un «Heil Hitler»; o che Mgm, nell’impossibilità di rimpatriare i profitti tedeschi, investiva gli utili in società produttrici di armamenti.
All Quiet on the Western Front, basato sul romanzo di Erich Maria Remarque fu oggetto di tagli profondi perché troppo pacifista. Lo stesso avvenne per Three Comrades. Un film con Henry Fonda, Personal History, raccontava delle sofferenze degli ebrei in Europa. Fu bloccato nel 1938; ripreso due anni dopo ma senza che mai si riferisse al dramma ebraico. Sempre nel 1938, The Road Back fu modificato in 21 punti e oggetto di 60 lettere di protesta da parte del console tedesco a Los Angeles, Georg Gyssling. In origine, il film criticava l’avvento del militarismo in Germania.
Ai tempi, Hollywood godeva tra i tedeschi di uno straordinario successo popolare. Negli anni 30, le case produttrici proiettavano nel Paese tra venti e sessanta nuovi film all’anno. Il libro di Urwand smentisce il luogo comune di una Hollywood votata alla lotta contro il male, lancia in resta a favore della libertà e della democrazia. Come Ibm o General Motors, anche le società cinematografiche misero i profitti in cima alle loro preoccupazioni, acconsentendo all’intervento del censore nazista e accettando che Gyssling potesse visionare in anticipo i lungometraggi.
Adolf Hitler amava i film americani. Ogni sera assisteva nella sua personale sala cinematografica, alla Cancelleria della Wilhelmstrasse o nella residenza di Berchtesgaden, alla visione di un film. Il dittatore, lo stesso uomo che volle la soluzione finale e scatenò una guerra sanguinosa, era un patito di Greta Garbo, di Mickey Mouse, e di Laurel & Hardy. Sapeva del l’influenza che i film potevano esercitare sulla pubblica opinione. Mentre Leni Riefenstahl filmava le riunioni di partito a Norimberga, i censori nazisti ottenevano dalle case americane di ritoccare immagini e dialoghi. La censura tedesca esisteva anche ai tempi della Repubblica di Weimar. Fin dal 1925 furono imposti limiti all’importazione. Il divieto fu irrigidito ulteriormente tre anni dopo. Dal 1932, prima dell’avvento del nazismo, le case produttrici di film ritenuti anti-tedeschi potevano subire il divieto di importare in Germania. In questo contesto, i produttori americani – molti a sorpresa erano di origine ebraica come Louis Mayer (Mgm), William Fox (Fox), Adolph Zukor (Paramount), Harry Cohn (Columbia), Carl Laemmle (Universal) – si piegarono alle richieste tedesche.
D’altro canto, Hollywood ha da sempre legami controversi con la politica. Ogni quattro anni attori o registi fanno campagna elettorale per un candidato alla Casa Bianca, o per l’altro. Walt Disney non nascondeva la sua ferocia anticomunista. I boicottaggi poi non mancano. Salvador, il film nel quale Oliver Stone attacca la politica americana nel Paese centramericano, fu finanziato nel 1986 da inglesi e messicani. Più recentemente, nel 2004, il documentario critico della presidenza di George W. Bush, Fahrenheit 9/11, di Michael Moore, fu boicottato da molte case cinematografiche. Nel suo libro, Urwand svela con dettagli precisi l’incredibile relazione tra Hollywood e Berlino. Tralascia forse di insistere che, nonostante tutto, alcuni piccoli produttori americani non esitarono a ignorare le istruzioni tedesche. E soprattutto che durante il conflitto le case produttrici cambiarono in parte registro, abbandonando la condiscendenza nei confronti dei nazisti e diventando il braccio culturale degli Stati Uniti nella sua guerra contro la Germania (e poi contro l’Urss). Per anni, tuttavia, preferirono evitare di parlare esplicitamente dell’Olocausto.
Ben Urwand, The Collaboration – Hollywood’s Pact with Hitler, Belknap Harvard, Cambridge, pagg. 328, $ 24,30

Corriere La Lettura 31.8.14
La sfida di Craxi e Renzi alla politica del ghirigoro
Decidere è l’unica alternativa al populismo
Il leader del Psi aveva grinta e capacità, ma il suo partito era troppo debole
Forse adesso il cambiamento ha più possibilità di passare
di Michele Salvati

Alla storia non piacciono percorsi «lineari e ragionevoli»: contrastano con il suo senso dell’ironia e con la tessitura complessa delle vicende umane. Alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso, nell’imminenza della crisi che di lì a poco avrebbe travolto il sistema politico del nostro Paese, che cosa ci sarebbe stato di più lineare e ragionevole di un riassetto che avesse creato in Italia le stesse condizioni che prevalevano nei più importanti Paesi europei: due grandi forze politiche, entrambe legittimate a governare, tra loro in alternanza? La conventio ad excludendum verso il Pci stava per cadere e con essa l’anomalia di un’alleanza necessaria tra la Democrazia cristiana e il Partito socialista. E quanto era avvenuto pochi anni prima in Francia mostrava un possibile percorso: la grande riforma costituzionale gollista era stata utilizzata da un abile politico socialista per raggiungere un doppio risultato, prevalere sull’alleato comunista e sconfiggere il centrodestra nelle elezioni presidenziali. Questa via si rivelò impercorribile in Italia: una riforma di tipo presidenzialista e maggioritario in Francia era già stata fatta, mentre in Italia i due più grandi partiti non la volevano e il Partito socialista non aveva la forza per imporla.
Il «ragionevole e lineare» obiettivo di fare della Dc un grande partito di centrodestra e dell’alleanza tra Pci e Psi un grande partito di centrosinistra si scontrava con poderose forze di path dependence , di trascinamento dal passato: solo pochi dirigenti, nella Dc, erano in grado di immaginare un futuro di grande partito di centrodestra, come la Cdu tedesca; e nell’area di centrosinistra la forza maggiore non poteva rassegnarsi a un predominio politico e culturale socialdemocratico, a diventare una Spd italiana. Fu così che Berlusconi e Bossi riuscirono a sfilare dalla Dc gran parte del suo elettorato e l’area di centrosinistra entrò nelle convulsioni che tutti ricordiamo: la distruzione di un partito che tuttora rappresenta la sinistra di governo nei grandi Paesi europei, le esitanti transizioni dei comunisti (Pds, Ds), l’Ulivo e la riluttanza a costruire un vero partito di sinistra democratica (ricordate le polemiche sul centro-sinistra, con o senza trattino?), fino allo sbocco finale del Partito democratico. Ma solo con la leadership di Renzi sembra (…ripeto: sembra) essersi formato qualcosa che ha il soffio vitale di un partito vero, superando i mercanteggiamenti e le esitazioni delle vecchie élite politiche della sinistra democristiana e del Partito comunista, che fino ad un anno fa hanno guidato (…si fa per dire) l’Ulivo e il primo Pd.
Fosse solo per averci ricordato quantum mutatum ab illo , le somiglianze e le differenze tra l’epoca di Craxi e quella di Renzi, varrebbe la pena di leggere l’ottavo volume della collana Marsilio «Gli anni di Craxi», gli atti dei convegni promossi dalla Fondazione Socialismo tra il 2005 ed oggi: Decisione e processo politico. La lezione del governo Craxi (1983-1987) . Come il titolo riassume e la nota iniziale di Gennaro Acquaviva chiarisce, il confronto tra lo ieri di Craxi e l’oggi di Renzi non era il proposito del convegno tenutosi nel giugno del 2013, prima che il «fenomeno Renzi» si manifestasse in tutta la sua evidenza. Il convegno e le relazioni pubblicate nel libro riguardano le capacità di decisione di Craxi negli anni in cui fu presidente del Consiglio, e «la dote, che fu particolarmente sua, di saper prendere decisioni politiche serie e rischiose con freddezza e al momento giusto, costruendosi contemporaneamente condizioni e forza sufficienti a fargli convogliare sulla decisione un consenso ampio e solido, in grado di portarlo alla realizzazione della decisione stessa». Ma accanto a ricostruzioni storiche più o meno complete, dettagliate ed efficaci delle decisioni difficili che a Craxi accadde di prendere (il decreto di san Valentino e il confronto con le parti sociali, Sigonella e il confronto con gli Stati Uniti, il G7 di Tokyo, il Concordato con la Chiesa: gli autori dei saggi sono De Michelis, Badini, Acquaviva), il libro contiene analisi più vaste sulla situazione politica e istituzionale in cui Craxi e il Psi si trovarono ad operare (Amato, Covatta, Marucci, Scoppola Jacopini, Mammarella); riflessioni filosofiche e politologiche sul quantum di decisionismo possibile e auspicabile in una democrazia (Cacciari, De Rita, Pellicani); e soprattutto un ampio apparato documentale sulla discussione che si svolse in quegli anni — su giornali e riviste, ma anche in sedi più impegnative — sul sistema politico italiano e sulle radici istituzionali della sua scarsa capacità decisionale.
È proprio quest’ampiezza di analisi ed orizzonti — ben oltre i riferimenti a singoli casi di decisioni coraggiose ed efficaci, ma ormai storicamente datate — che induce il lettore di oggi a chiedersi quanto sia mutato e quanto sia rimasto uguale tra l’oggi di Renzi e lo ieri di Craxi. Avendo scritto la sua prefazione più tardi dei saggi inclusi nel volume — dopo la conquista del Pd e del governo e soprattutto la vittoria nelle elezioni europee da parte di Renzi — soltanto Craveri accenna a un confronto diretto: «Dopo vent’anni di Seconda Repubblica, passati a non affrontare alcun problema storicamente rilevante, approfondendosi sempre di più la crisi socio-istituzionale ed etico-politica della nazione, un “decisionista” è apparso sulla scena, speriamo non troppo inconsapevole del passato e delle difficoltà presenti, che come Craxi ha messo in riga il suo partito, portandolo ad un successo elettorale che il leader socialista non era mai riuscito a conseguire, determinato ad aprire i cassetti e perseguire gli obiettivi che già negli anni Ottanta erano stati messi all’ordine del giorno, senza essere conseguiti per un altro trentennio». Si tratta però solo di un accenno, cui seguono poche considerazioni, condivisibili ma insufficienti a rappresentare lo iato che separa la situazione affrontata da Craxi da quella che ora affronta Renzi.
Tra i due ci sono somiglianze evidenti: entrambi sono uomini di partito, e di partiti che affondano le loro radici nelle grandi tradizioni politiche europee. Essi possono adottare metodi populistici, ma non sono leader populisti emersi da ondate instabili di insoddisfazione popolare e senza legami con le tradizioni politiche del passato: nessuno è più lontano da loro di un Beppe Grillo. Ed entrambi hanno una visione analoga della lotta politica: conquista di una egemonia forte nel proprio partito al fine di condurlo ad una lotta vincente nei confronti delle altre forze politiche, quella concezione weberiana di una «democrazia con un leader» che Luciano Cavalli illustra assai bene nell’appendice documentale del libro.
Nonostante la sua grinta decisionista, Craxi era un profeta disarmato, costretto dalle piccole dimensioni del suo partito e dal peso soverchiante di comunisti e democristiani — due forze profondamente conservatrici — ad abbandonare l’idea della «grande riforma» istituzionale che pure aveva lanciato. E non appena mostrava i suoi aspetti decisionisti trovava subito un Forattini che lo raffigurava con gli stivaloni e l’orbace di Mussolini. Anche il decisionismo di Renzi ha i suoi critici, più sofisticati ma non meno astiosi di Forattini: viene però dopo vent’anni di Seconda Repubblica, in cui le idee di uno scontro bipolare e di un partito con un leader si sono profondamente radicate nel Paese e nel ceto politico. E il partito che Renzi ha conquistato è un grande partito, che sembra in grado di imporre le riforme istituzionali che Craxi non era riuscito ad affrontare. Nel frattempo la situazione economico-sociale si è profondamente deteriorata: anche se le riforme istituzionali avranno successo, è tutto da vedere se il decisionismo di Renzi reggerà alla prova delle ben più ardue riforme economico-sociali da cui dipende la rinascita del nostro Paese.
Due brevi considerazioni finali. La prima è che Renzi farebbe bene a riflettere sull’esperienza di Craxi, com’è rappresentata dal libro che sto commentando. A tutta la sua esperienza, ma in particolare alle difficoltà che insorgono in Italia quando un leader decisionista assume il duplice ruolo di segretario del proprio partito e di capo del governo: è il saggio di Scoppola Iacopini (Accentratore o decisionista? Craxi e la guida del Psi ) che dovrebbe essere oggetto di particolare attenzione. La seconda considerazione è un auspicio. Dicevo all’inizio che alla storia non piacciono percorsi lineari e ragionevoli. E aggiungo una fulminante battuta di Flaiano: che, in Italia, la linea più breve che unisce due punti non è la retta, ma il ghirigoro. Di ghirigori, nei più di vent’anni che sono passati dai tempi di Craxi, ne abbiamo visti tanti e i due punti che devono essere congiunti — la Prima Repubblica ed una vera Seconda Repubblica di stampo europeo — restano sempre distanti. Abbia o meno successo, Renzi sta affrontando la sua parte del compito: la riorganizzazione del centrosinistra come partito capace di decidere in un contesto profondamente diverso rispetto al passato. È il centrodestra che non riesce a venire a capo della difficile eredità berlusconiana: se si vogliono evitare ulteriori ghirigori e rigurgiti populisti, sarebbe bene che ciò avvenisse in tempi non biblici.

Corriere La Lettura 31.8.14
Sì, la musica migliora la società
Parla Michele Gamba, assistente di Sir Antonio Pappano alla Royal Opera House del Coivent Garden di Londra
di Luigi Offeddu

Un po’ come Martin Luther King, fatta salva la nobiltà dell’ispirazione: «I have a dream…». Anche David Cameron, premier inglese, aveva e proclamava un sogno: fermare a 100 mila, prima delle elezioni del 2015, gli arrivi annuali degli immigrati stranieri in Gran Bretagna. Non c’è riuscito: solo nell’ultimo anno l’immigrazione è cresciuta del 30 per cento, e sono stati gli italiani a far impennare le quote: oltre mezzo milione in tutto il Regno Unito, 44 mila solo a Londra, mai così tanti dal 1964. E per l’80 per cento hanno meno di 34 anni. Quello che cercano — lavoro, benessere, valorizzazione del talento — lo trovano.
In cambio portano menti fresche, volontà di impresa, intelligenza. E anche cultura. Soprattutto in un campo: la musica, leggera e anche classica; è qui che i nuovi arrivi si fanno davvero sentire. Per esempio alla Royal Opera House del Covent Garden, uno dei templi mondiali di lirica, danza e balletto, è nato il nucleo di quella che già si potrebbe chiamare una «scuola italiana»: è italiano e figlio di italiani il direttore musicale Sir Antonio Pappano (anche se nato e vissuto fra Gran Bretagna, Usa e altri Paesi), 55 anni a dicembre; ed è italiano il suo assistente, Michele Gamba, milanese di 31 anni, conduttore associato del laboratorio-scuola dove si formano i migliori talenti della Royal Opera, il «Jette Parker Young Artists Programme».
Diplomato al Conservatorio di Milano e laureato in filosofia alla Statale (tesi su Hannah Arendt), Gamba è una smentita vivente delle tesi più estremistiche sulle influenze ambientali: non ci sono musicisti nella sua famiglia. Tant’è vero che comincia a strimpellare un piano a 4 anni, ma quel piano è un regalo dei genitori per un fratello maggiore, poi diventato economista a Washington. A 6 anni, Michele prova a dirigere la Settima di Beethoven in cucina con una forchetta; a 12 anni, dirige per davvero un concerto. «La musica — dice oggi — l’ho scoperta dentro di me come una “passione ossessiva”. Mi considero un musicista, più che pianista o direttore d’orchestra, in un mondo ideale vorrei essere un musicista a 360 gradi». E compositore? «No, mai sentito l’istinto di scrivere note».
Quest’estate, dopo averlo studiato per sei mesi, Gamba ha diretto al Covent Garden il primo atto di Così fan tutte di Mozart , la sua prima direzione in assoluto, e le recensioni inglesi hanno lodato il suo tocco «lieto, leggero»: «Ho voluto che fosse così, perché quello spartito mi ha divertito molto e ho voluto che gli altri lo recepissero come me, un ragazzo di trent’anni». Ma per un trentenne che ci vive dentro, appunto, che cos’è la musica? «Guardi, un musicista non salva una vita umana. Ma se l’orecchio che ascolta è attento, libero da pregiudizi, la musica può essere lo specchio dell’anima. E una persona può cambiare in base a un’emozione, può aspirare a creare società e uomini migliori. Se io sono seduto vicino al mio peggior nemico e insieme ascoltiamo la Nona , allora quello lì è mio fratello. Ma non mi chieda perché, è un mistero».
Questi primi sette anni di Londra, dice Gamba, sono stati «duri» come ogni prova di adattamento. E se fosse rimasto in Italia? «Non so, ognuno ha un suo percorso… Ma sono legatissimo al mio Paese, penso che in Italia formiamo bravissimi musicisti e abbiamo docenti straordinari: solo, ci sono pochi soldi». Tuttavia, «la musica globalizza», e l’Italia all’estero è «un faro». Come una sorta di prodotto interno lordo alla rovescia, cioè in buona salute. Il talento italiano «funziona ancora bene, incute rispetto». Ci invidiano, anche: «La preparazione musicale italiana è disciplinata, severa. E l’influsso italiano a Londra (da Abbado a Muti, a Pollini, a Pappano) ha radicato un rispetto generalizzato verso il ruolo italiano nella musica. Per esempio, qui alla Royal Opera House c’è un bravissimo timpanista italiano che prima è stato per tanti anni con la London Simphony Orchestra».
Quello che poi significhi, in concreto, preparare e dirigere un’opera, è qualcosa che non è facile descrivere: «È un’esperienza che aumenta la tua pazienza. Studi ogni nota, ti ci immergi da quattro, sei mesi prima. Segui tutti i musicisti in tutte le prove, devi ascoltarli e non solo musicalmente. Sei esposto alle loro e alle tue emozioni, ma queste emozioni devi poi essere in grado di controllarle, di farle controllare: niente eccessi divistici. Pappano mi ha detto all’inizio: tutto, farai tutto. E così suono, ascolto, dirigo le prove, compongo con gli altri una foto panoramica. Un po’ come sulle barche a vela: uno sta al timone, ma gli altri membri dell’equipaggio sono indispensabili». E fuori dalla «barca», cioè dal teatro? C’è una musica «altra», che il maestro non disdegna: «Nel rock mi piace molto Freddie Mercury, poi De André, Mina e Celentano attraverso i vecchi dischi dei miei. E mi piace molto il jazz. Ma sa quali note mi hanno colpito per prime, da bambino? I jingles , le musichette pubblicitarie televisive». Perché «la musica globalizza», come dice lui. E forse, all’estero, può anche sostituire un poco il nostro malinconico Pil.

Corriere Salute 31.8.14
Verso test genetici per i disturbi specifici di lettura e linguaggio
Sui cromosomi 1 e 7 trovati «indizi» significativi
di Massimo Piattelli Palmarini

L’ultimo numero della rivista specializzata Genes, Brain and Behavior riporta il più recente e più vasto di una serie di lavori recenti sulla genetica del linguaggio e della lettura.
Un gruppo di oltre venti ricercatori, inglesi, americani ed australiani, capitanato da uno dei massimi esperti del settore, Simon E. Fisher, dell’Istituto Max Planck di Nimega, e comprendente, fra gli altri, gli italiani Alessandro Gialluisi (primo autore e membro del Dipartimento di Linguaggio e Genetica del Max Planck) e Silvia Paracchini (dell’Università St. Andrews, nel Regno Unito) ha portato a termine un esame dell’intero genoma in due popolazioni campione di bambini e adulti, una composta da oltre mille e ottocento e l’altra da oltre seimila e quattrocento soggetti.
In numerosi casi, l’analisi del genoma riguardava intere famiglie.
I test somministrati consistevano nel leggere parole reali, leggere o ripetere a voce parole inventate e nell’individuare le componenti di parole complesse (come, in italiano, vedere che le parole «parte» e «mento» sono contenute nella parola «appartamento»).
La novità di questa ricerca consiste nell’aver studiato un continuo di capacità linguistiche, e non soltanto i casi estremi, cioè solo i deficit gravi confrontati con la perfetta normalità.
È stata anche effettuata un’analisi comparativa dei dati con quelli ottenuti in vari altri studi precedenti (ciò che in gergo viene chiamata una meta-analisi ).
Due erano i bersagli principali dell’indagine: la dislessia e il disturbo specifico del linguaggio DSL (in gergo internazionale LSI Language Specific Impairment ).
In ambedue questi specifici difetti linguistici tutto il resto è perfettamente normale, cioè intelligenza, capacità visiva e uditiva, rapporti familiari e con i coetanei.
L’aggettivo specifico ha, quindi, grande importanza.
Il metodo adottato dagli autori della ricerca, da alcuni anni a questa parte ben noto a tutti i genetisti clinici, è il GWAS (pronunciato gi-uo’s, accento sulla “o”), cioè Genome Wide Association Study , vale a dire: studio delle associazioni tra un tratto manifesto (in questo caso linguaggio e lettura) e specifiche, anche ultra-minime, mutazioni genetiche, lungo l’intero genoma.
Detto molto semplicemente, si prelevano cellule dalla saliva, se ne estrae il Dna e poi lo si «passa» su un chip genetico che sta comodamente nel palmo di una mano.
Questa chip contiene circa mezzo milione di pozzetti, in ciascuno dei quali c’e un breve, specifico, tratto di Dna di riferimento che «lega» il Dna corrispondente, estratto dal soggetto sotto esame.
Ciascun pozzetto si illumina in uno di quattro possibili colori (infatti le lettere o nucleotidi del Dna sono di solo quattro tipi).
La lettura del chip viene poi fatta da apposite macchine e i risultati vengono trasmessi a un computer e poi analizzati statisticamente.
Grazie a questa automazione del processo, è oggi possibile analizzare in qualche mese l’intero genoma di decine di migliaia di soggetti, comparando la sequenza dei soggetti affetti da una certa malattia con quella di soggetti normali.
Le più minute mutazioni, quelle che colpiscono una singola lettera del Dna (cioè un singolo nucleotide), chiamate in gergo Snp (si pronuncia snip) vengono così messe in evidenza. I risultati complessivi sono poi chiaramente presentati in ciò che si chiama un «Manhattan Plot», non perché sia stato ideato a Manhattan, ma perché assomiglia al profilo di una schiera di grattacieli.
In orizzontale si vede, per ogni singolo «grattacielo», uno dei cromosomi umani. In verticale, al di sopra di una linea blu, i geni che hanno fornito una o più mutazioni con un’associazione significativa al tratto sotto esame.
Che cosa si é, dunque, scoperto? Che tre geni, uno sul cromosoma 1 e due sul cromosoma 7, correlano in modo significativo e specifico con un difetto che colpisce insieme la capacità di leggere e lo sviluppo del linguaggio parlato.
Questi geni hanno un ruolo importante nello sviluppo del cervello e uno di questi anche con il metabolismo degli ormoni steroidi.
Si tratta, comunque, di geni che hanno effetti su molteplici funzioni biologiche (hanno, come si dice in gergo, effetti pleiotropici ).
Ulteriori analisi sono in programma.
Quando, tra qualche anno, si arriverà a un quadro completo e affidabile delle relazioni tra geni, mutazioni e capacità linguistiche, sarà possibile diagnosticare la suscettibilità alla dislessia e al disturbo specifico nello sviluppo del linguaggio anche, al limite, subito dopo la nascita, comunque ben prima che si sviluppino linguaggio e capacità di leggere.
Difficile immaginare interventi genetici.
La correlazione piuttosto netta con il metabolismo degli steroidi potrà forse suggerire opportuni interventi farmacologici.
Metodi speciali e molto precoci di educazione al linguaggio e poi di insegnamento della lettura sono concepibili.
Alcuni di questi sono già in atto, forse un momento troppo tardi, quando i deficit sono già manifesti.
Come sempre, in questo vertiginoso progresso della genetica, resta per ora aperto l’interrogativo se, come e quando informare i genitori e se essi veramente vogliono essere informati. Su questo, il dibattito é tuttora aperto.””

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