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Torino, Italia giorno dopo giorno

Articolo di Raffaele Liucci (Sole 26.2.17) sul libro di Valerio Castronovo, «La Stampa» 150 anni (1867-2017). Un giornale, la sua epoca, il suo futuro, pagg. 720, € 14,90

“”Gli anniversari, si sa, grondano retorica. Però il centocinquantenario della «Stampa» di Torino può incoraggiare qualche riflessione su quello che, non dimentichiamolo, è stato per quasi un secolo il secondo quotidiano italiano dopo il «Corriere della Sera», prima che il crescente successo di «Repubblica» negli anni 80 sparigliasse le carte. A fornirci diversi spunti è l’eccellente ricostruzione di Valerio Castronovo.
1. La «Stampa» nella storia d’Italia
La «Gazzetta Piemontese» (progenitrice della «Stampa») nacque nel 1867 come foglio laicista, antipapista, riformista, espressione dei settori più avanzati della classe dirigente sabauda, passata ad amministrare il nuovo Stato unitario. Il fondatore, il commediografo Vittorio Bersezio (oggi ricordato soprattutto per la pièce Le miserie ‘d Monsù Travet, spaccato dell’italiano medio di centocinquant’anni fa), era un deluso della Destra storica, contrario alle sue politiche accentratrici e indispettito per il trasferimento della capitale da Torino a Firenze. Il successore, Luigi Roux, accentuerà questa «vocazione liberale progressista». Nel 1898, l’anno dei moti di Milano e della dura repressione ordinata dal generale Bava Beccaris, la «Stampa» denunciava le molte sacche del sottosviluppo italiano, dove «il pane costituisce una pietanza di vero lusso» e i contadini «si cibano di sola erba selvatica».
Il foglio torinese, scrive Castronovo, si trasformerà in un «giornale moderno, diffuso e accreditato» solo grazie al nuovo comproprietario Alfredo Frassati, il quale nel 1895 cambierà il nome della testata (da «Gazzetta Piemontese» a «La Stampa») e nel 1900 diventerà pure direttore (e proprietario unico due anni dopo). Ai primi del Novecento, il quotidiano «si affermò, a livello nazionale, quale contraltare liberal-democratico al liberal-moderato “Corriere della Sera”». Laddove la «Stampa» fu riformista, giolittiana, neutralista e precocemente antimussoliniana, il «Corriere» – diretto da un altro direttore-pontefice, Luigi Albertini – fu conservatore, antigiolittiano, interventista e, almeno sino alla metà del ’22, filo-squadrista. Soltanto di fronte all’affermarsi della dittatura i due direttori s’incontreranno nella comune scelta antifascista: tanto da essere entrambi costretti a lasciare i rispettivi giornali quasi contemporaneamente, nell’autunno ’25, dopo un quarto di secolo di reggenza.
La “discordia” fra i due quotidiani si ripresenterà nel secondo dopoguerra. La «Stampa» di Giulio De Benedetti (l’ultimo direttore monarca, regnante dal ’48 al ’68) più attenta alla questione sociale e cautamente pro centro-sinistra; il «Corriere» di Guglielmo Emanuel, Mario Missiroli e Alfio Russo arroccato in un conservatorismo ostile a ogni apertura ai socialisti. «Stampa» e «Corriere», insomma, hanno a lungo rispecchiato due concezioni speculari: da un lato, la politica come integrazione delle masse, per migliorarne le condizioni sociali e spegnerne le tentazioni rivoluzionarie; dall’altro, la politica come governo ristretto e, talvolta, sfogo nazionalista. Entrambi furono grandi giornali d’informazione, ma ibridi, rivolti sia ai ceti popolari sia alle élite.
2. La proprietà della «Stampa»
Dal ’26 passò sotto il controllo della Fiat di Giovanni Agnelli sr, il quale non fu mai uno stretto simpatizzante di Mussolini, pur dovendo convivere con il regime. Il senatore concorderà con il duce la nomina a direttore del diciannovista Alfredo Signoretti (1932-43), sicuro che costui avrebbe mantenuto la «Stampa» su «una linea di collaborazione con il governo, senza fascistizzarla». Salvo un definitivo allineamento alle veline del Minculpop con la campagna razziale del ’38 e il successivo impegno bellico. Sotto la tutela di Agnelli, il giornale beneficerà comunque di un rinnovamento tecnologico, necessario anche per contrastare la temibile concorrenza della concittadina «Gazzetta del Popolo», diretta da Ermanno Amicucci (poi a capo del «Corriere» sotto Salò).
Nel secondo dopoguerra, l’anima operaia della città indurrà la «Stampa» a tenere un contegno quasi socialdemocratico, ma sempre prudente. Ne fa testo il clamoroso licenziamento del notista politico Enzo Forcella nel ’59, reo di aver auspicato una versione sin troppo avanzata del centro-sinistra, tanto da indisporre il più moderato Saragat, molto vicino all’ad della Fiat, Vittorio Valletta. Dopo il suo allontanamento, Forcella pubblicherà su «Tempo Presente», la rivista di Silone e Chiaromonte, un celebre saggio, Millecinquecento lettori, fermo atto d’accusa contro la cosiddetta «stampa indipendente».
Pure il quotidiano torinese, in definitiva, scontava il paradosso storico del giornalismo italiano: in perenne conflitto d’interessi, perché sprovvisto di editori puri, e tuttavia in grado di sfornare fior di grandi firme. Senza la «Stampa», Norberto Bobbio e Alessandro Galante Garrone sarebbero rimasti intellettuali per happy few. Ma nell’albo d’oro del foglio torinese figurano, tra gli altri, anche Franco Antonicelli, Giovanni Arpino, Carlo Casalegno, Luigi Firpo, Vittorio Gorresio, Arturo Carlo Jemolo, Primo Levi, Massimo Mila, Giampaolo Pansa, Luigi Salvatorelli e Renato Cantoni, uno dei padri del giornalismo economico.
3. La maxi-fusione
La maxi-fusione dell’anno scorso fra «Repubblica» e la «Stampa», giustificata con ragioni storiche in verità un po’ forzate. La «Repubblica» di Scalfari nacque nel ’76 come quotidiano indipendente liberal-radicale. La «Stampa», invece, sebbene meno paludata del «Corriere», è sempre stato un foglio dell’establishment, fiore all’occhiello di casa Agnelli, editore impuro per eccellenza, anche se più liberale di molti altri (leggi Berlusconi). Al di là degli intrecci famigliari fra i Caracciolo e gli Agnelli e del rituale richiamo all’azionismo, le due testate non possono vantare radici comuni. Sì è trattato, piuttosto, di una fusione a freddo, indispensabile per abbattere i costi in un’epoca segnata dal declino del giornalismo cartaceo. Tanto che il libro di Castronovo suona quasi come epicedio per un mondo perduto, quando la lettura del giornale era «una sorta di preghiera mattutina» (Hegel).
4. La «Stampa» oggetto storiografico
A differenza del «Corriere», il foglio torinese non possiede un archivio storico. Quindi Castronovo ha dovuto basarsi soprattutto sulle centocinquanta annate del quotidiano, per ricostruire, «articolo dopo articolo, un secolo e mezzo di fatti raccontati dal quotidiano». Un lavoro certosino, di lettura scorrevole e spesso avvincente, nonostante la mole di 700 pagine. Fosse esistito un archivio, Castronovo avrebbe potuto approfondire molte vicende mai chiarite. Un grande giornale è un organismo complesso, «un campo di forze organizzate gerarchicamente in una struttura», come scrisse Alberto Cavallari. Il quotidiano distribuito nelle edicole è soltanto la punta di un iceberg. Gli archivi, quando esistono, aprono squarci di luce inedita. I fitti carteggi che un tempo i direttori intrattenevano con redattori e inviati restituiscono un universo a parte.””

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