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Totò Riina, il 'capo dei capi' mai domato dal 41 bis

Sopo passati più di 24 anni dalla cattura di Totò Riina. Quel 15 gennaio 1993, lungo la circonvallazione di Palermo finiva la trentennale latitanza del feroce capo dei capi di Cosa nostra, colui che aveva dichiarato guerra al Paese e che aveva azionato la ‘catena del tritolo’ in Sicilia e nel continente. Bomba dopo bomba, strage dopo strage. Il 16 novembre compirà 87 anni, minato nel corpo dalla malattia, ma ritenuto ancora influente, capo riconosciuto ancora oggi, capace di dare ordini e comminare sentenze di morte. In base a una di queste, formulate dal carcere, contro il Pm Nino Di Matteo, del resto, è stata elevata al massimo grado la protezione del magistrato.

L’ascesa della ‘Belva di Corleone’

La carriera criminale di ‘Totò u curto’, ‘la belva’, è precoce: appena diciannovenne è condannato a 12 anni, pena scontata parzialmente all’Ucciardone, per aver ucciso in una rissa un suo coetaneo. Si lega a Luciano Liggio e con lui è protagonista nei primi anni Sessanta di una cruenta guerra di mafia contro il capomafia di Corleone Michele Navarra. E’ tra gli esecutori il 10 dicembre 1969 della strage di viale Lazio a Palermo e sostituisce spesso Liggio nel triumvirato provvisorio di cui fa parte con i boss Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti. Coltiva collegamenti con la ‘ndrangheta e la camorra, con i fratelli Nuvoletta, camorristi napoletani affiliati a Cosa Nostra, con cui avvia un contrabbando di sigarette.

E nel 1974, dopo l’arresto di Liggio, diventa il reggente della cosca di Corleone e da qui eserciterà la sua influenza sulla Commissione di Cosa nostra, manovrando Michele Greco. Un’ascesa vertiginosa militare ed economica, a colpi di lupara e mitra, con il controllo di pezzi consistenti di economia, le aderenze alla politica che conta, grazie al solido asse costruito con Vito Ciancimino, il sindaco mafioso di Palermo, e con il potente ras democristiano Salvo Lima. Una invincibilità che appariva tale anche sul piano giudiziario, fino al maxiprocesso e al 30 gennaio 1992 quando la Cassazione conferma gli ergastoli, sancendo l’attendibilità delle dichiarazioni del pentito Tommaso Buscetta e demolendo il mito di una mafia inattaccabile.

La guerra al Paese

Era già matura la risposta stragista. E’ Riina a decidere la strage di Capaci come quella di via d’Amelio, in occasione degli auguri di Natale del 1991, nel corso di una riunione della Commissione provinciale. Durante quell’incontro il capo di Cosa nostra dichiara guerra allo Stato, decretando l’eliminazione di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino considerati da sempre nemici della mafia, e di alcuni politici ritenuti inaffidabili. Il clima e’ gelido. Si tratta di una calcolata e rabbiosa resa dei conti. A portare a compimento la strage di via d’Amelio, sarebbe stato il mandamento di Brancaccio, considerato il filo conduttore della stagione stragista, iniziata nel maggio 1992 con l’attentato di Capaci e conclusasi con le stragi nel continente. Ad azionare il telecomando che fece saltare in aria l’auto imbottita di tritolo sotto l’abitazione della madre del giudice, il boss Giuseppe Graviano. Proprio la sentenza del maxiprocesso, devastante per Cosa nostra, sarebbe, secondo la procura di Caltanissetta che ha portato recentemente a sentenza il quarto processo Borsellino, una delle cause scatenanti della follia stragista. Cosa nostra guidata da Riina aveva attivato tutti i canali istituzionali disponibili per arrivare all’aggiustamento finale della sentenza. Ma si era sentita abbandonata dai suoi referenti istituzionali. Altro fattore, non meno rilevante, sarebbe quello secondo il quale Borsellino sarebbe stato a conoscenza dei contatti tra pezzi delle istituzioni e Cosa nostra e si sarebbe opposto alla presunta trattativa, fermo restando che le indagini del giudice davano particolarmente fastidio agli uomini di Cosa nostra. Peraltro, questi erano pronti a sedersi a tavola per mangiare con politici e imprenditori. Da qui, la paura che il giudice Falcone mettesse le mani sul rapporto mafia e appalti. In ogni caso, così come aveva deciso Riina, bisogna fare in fretta e agire in maniera eclatante. Il secondo processo per la strage di Capaci ha individuato un mandante che era sfuggito nelle precedenti ricostruzioni giudiziarie, Salvuccio Madonia, ma ha ricostruito soprattutto tutta la fase legata al reperimento, da parte di Cosa nostra, dell’esplosivo. Tritolo utilizzato anche nelle altre stragi del ’93 e che avrebbe consentito a Riina, con tutto l’esplosivo di cui disponeva, di fare la guerra allo Stato, come riferì Giovanni Brusca riportando una frase del capomafia corleonese. L’individuazione della nuova “catena del tritolo” è stata oggetto di indagini anche da parte della Procura di Firenze.

“A Di Matteo la fine del tonno”

Riina risulta pericoloso anche dal carcere. Il 41 bis reiterato fa leva su questa consapevolezza, sulla misura del prestigio di cui ancora gode tra le cosche. In forza di questo il Pm Nino Di Matteo diventa la “personalità” più protetta, d’Italia, al pari del presidente del Consiglio: 9 carabinieri del Gis, 4 suv blindati di cui uno dotato di bomb jammer (un dispositivo capace di inibire i telecomandi). “Di questo processo, questo pubblico ministero di questo processo, che mi sta facendo uscire pazzo, per dire, come non ti verrei ad ammazzare a te, come non te la farei venire a pescare, a prendere tonni. Ti farei diventare il primo tonno, il tonno buono. Ancora ci insisti? Minchia…. perche’ me lo sono tolto il vizio? Me lo toglierei il vizio? Inizierei domani mattina”: Riina parla durante l’ora d’aria.

E’ il 26 ottobre 2013 e tutte le intercettazioni confluiscono proprio nel processo che si celebra nell’aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo. “Questo Di Matteo, questo disonorato … Io penso che lui la pagherà pure… lo sapete come gli finisce a questo la carriera? Come gliel’hanno fatta finire a quello palermitano, a quello il pubblico ministero palermitano… Scaglione. A questo gli finisce lo stesso”. In uno dei primi colloqui intercettati durante l’ora di socialità – il 17 ottobre 2013 – il boss di Corleone dice (riferendosi alla stagione delle stragi):… “poi saltano in aria quando gli succede quello che gli è successo…. che saltano in aria… perché saltate in aria… statevi zitti”. Il 16 novembre del 2014 Riina punta di nuovo il pm palermitano: “Vedi, vedi, si mette là davanti, guarda così… mi guarda, guarda con gli occhi puntati così e io pure… a me non mi intimorisce… E allora organizziamola questa cosa! Facciamola grossa”.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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