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Tra dieci anni potremmo non ammalarci più di raffreddore

Alcuni ne avvertono a malapena i sintomi e si riprendono rapidamente. Altri finiscono bloccati a letto. Altri ancora, con un sistema immunitario compromesso o in condizioni respiratorie precarie, rischiano la vita. Stiamo parlando del raffreddore, la cui cura, sempre annunciata, non è ancora mai arrivata. Ma ci sono gruppi di ricercatori al lavoro su un trattamento che potrebbe essere utilizzabile “fra cinque, dieci anni” ha spiegato Peter Barlow, Professore associato di Immunologia e infezione e direttore della ricerca della Scuola di scienze applicate, Università di Edimburgo Napier. Barlow è stato coautore di un paper, che fa il punto sugli sviluppi della ricerca per la cura del raffreddore. Tre i filoni di ricerca che ha delineato: il primo punta a manipolare le proteine, il secondo a inibire una specie precisa di enzimi umani, un terzo (il gruppo di cui fa parte Barlow) sta lavorando su molecole killer. “Ognuno dei tre approcci – ha precisato – è in una fase di sviluppo piuttosto simile”, ha raccontato a Quartz.

Lo studio del professore parte da una premessa: per la maggior parte degli scienziati è il Rhinovirus la sfida numero uno, un tipo di raffreddore (il più comune, causa del 50% delle infezioni) a cui sono riconducibili almeno 160 ceppi virali diversi. Alcuni antivirali sono attivi contro determinati ceppi, ma inefficaci contro altri. Ecco perché è estremamente difficile realizzare un vaccino o un antivirale che li copra tutti.

Le ricerche in corso

Molti gruppi di ricercatori stanno cercando di manipolare le proteine dell’ospite, quelle vitali per la replicazione del virus all’interno delle cellule ed è, per Barlow, un modo “incredibilmente efficace per fermare il virus che si diffonde ad altre cellule del corpo”. All’Imperial College di Londra stanno lavorando su un altro fronte: si chiama NMT1 e NMT2 ed è un composto sintetico che colpisce gli enzimi nelle cellule che il virus infetta e che impedisce agli stessi enzimi di essere utilizzati durante la replicazione virale. 

Un altro team ancora, in Canada, sta lavorando su composti che possono inibire una classe diversa di enzimi umani, chiamati PI4KB, che sono anche necessari per la replicazione del virus. Diversi team di ricercatori negli Stati Uniti e anche al Pirbright Institute nel sud dell’Inghilterra stanno lavorando poi su un approccio ancora diverso: stanno cercando di fermare l’infezione usando particolari anticorpi, noti come anticorpi neutralizzanti, che funzionano contro diverse proteine all’interno del virus. 

Il team di ricerca di Barlow sta cercando di risolvere il problema da un’altra angolazione. “Stiamo lavorando – ha spiegato – su una famiglia di molecole note come peptidi di difesa ospite o peptidi antimicrobici, che sono una parte fondamentale della risposta immunitaria in prima linea contro i virus. Abbiamo dimostrato che questi peptidi possono uccidere una vasta gamma di batteri, funghi e virus. Ad esempio – ha precisato – uno dei nostri studi ha dimostrato che un peptide trovato nel sistema immunitario umano, noto come cathelicidin, era incredibilmente efficace nell’uccidere il virus dell’influenza a un livello paragonabile agli attuali farmaci anti-influenzali. Più recentemente, abbiamo studiato se questo stesso peptide di catelicidina umana potesse uccidere il rinovirus ed eravamo eccitati di scoprire che lo faceva. Abbiamo scoperto che le catelicidine di altri animali come i maiali erano molto efficaci nell’uccidere questo virus umano, sollevando la prospettiva che i peptidi del sistema immunitario di altri mammiferi potrebbero essere impiegati per combattere questa infezione”.

Barlow è tuttavia consapevole che “è solo il primo passo di un lungo percorso. Ora speriamo di modificare questi peptidi per renderli più stabili ed efficaci, non solo contro il Rhinovirus e l’influenza ma anche contro altre varietà di virus del raffreddore”. Il prossimo passo sarà la sperimentazione clinica, prima sugli animali e poi sugli esseri umani.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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