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Ecco la versione di Steve Bannon, ed è destinata a creare gravi imbarazzi: incontri “sovversivi” tra il figlio di Donald Trump ed emissari russi, conversazioni “antipatriottiche” che hanno portato al Russiagate, ed il figlio del Presidente, Don Jr, che adesso rischia “di essere fatto a pezzi in televisione”. Steve Bannon ha il dente avvelenato: un anno fa era il guru della destra estrema alla casa Bianca, aveva accesso a tutti i meeting più delicati, soprattutto aveva l’orecchio del Presidente. Poi la caduta: fuori dai circoli che contano, dalla stessa Casa Bianca, dal palcoscenico.

A poco gli è servito tentare la risalita appoggiando un candidato estremista alle elezioni per un seggio senatoriale in Virginia. Contrariamente alle attese, il suo uomo, Roy Moore, è stato azzoppato prima da una serie di accuse di molestie sessuali, poi dal verdetto delle urne. Anche se lo stesso Trump padre, in persona, si era schierato per dargli una mano.

Bannon, nel frattempo, parlava e parlava: incontri su incontri incontri a scopo memorialistico con Michael Wolff, giornalista e scrittore, autore di biografie poco complimentose nei confronti di Rupert Murdoch. Il frutto di questo lavoro si intitola “Fire and Fury: inside the Trump White House”, libro che di colloqui con gli uomini della Amministrazione Trump ne raccoglie circa 200. la settimana prossima uscirà in tutta l’America, intanto lo ha visionato il “Guardian”. Il quadro non è edificante: si ha l’impressione di aver a che fare con uno staff ed un presidente che si trascinano, improvvisando, da una crisi all’altra senza un piano preciso, e soprattutto in mezzo a mille scontri e mille guerricciole interne, di quelle che logorano chi il potere ce l’ha. Un clima di sfiducia reciproca tra cordate e individualità che non risparmia nemmeno la persona dello stesso Presidente. 

Il racconto, logicamente, non comincia con il discorso inaugurale del 20 gennaio 2017, ma dagli ultimi mesi della campagna elettorale. Da quando, cioè, Bannon assunse il ruolo di capo esecutivo della macchina elettorale del candidato repubblicano ormai in pieno recupero sulla democratica Hillary Clinton.

Bannon, tornato dopo la giubilazione a dirigere il suo sito di destra “Breitbart News”, non ha peli sulla lingua, e infatti usa spesso un linguaggio colorito. E rivela, tra le altre cose, i dettagli dell’incontro che ebbe luogo nel giugno del 2016 alla Trump Tower. C’erano tutti gli uomini del futuro presidente: il figlio Donald Jr, il genero Jared Kushner, l’allora presidente della campagna elettorale Paul Manafort (oggi in grossi guai proprio per via dell’inchiesta del Russiagate) e l’avvocatessa russa Natalia Veselnitskaya.

Cosa ha scritto Steve Bannon

Un intermediario, conferma Bannon dopo le rivelazioni del New York Times di qualche tempo fa, aveva promesso materiale che avrebbe incriminato Hillary Clinton. Si tratta esattamente si quella circostanza per cui il giovane Trump, che ebbe l’insensatezza di scrivere in una email a riguardo “Amo tutto questo”, è stato successivamente messo sotto torchio dagli inquirenti americani. Nessuno dei partecipanti da parte americana sentì il bisogno di avvertire l’Fbi o l’autorità giudiziaria che alcuni cittadini russi si stavano immischiando in modo sospetto nella campagna elettorale più importante per gli Stati Uniti. 

A riguardo Donald Junior non ha trovato altro da dire se non che il materiale compromettente non venne mai prodotto. Oggi Bannon ribatte, con fare ironico: “Quei tre pensavano fosse una grande idea quella di incontrate gli emissari di un governo straniero proprio dentro la Trump Tower. Nella conference room al 25mo piano. E senza avvocati al seguito. Anche se uno avesse pensato che non si trattasse di qualcosa di sovversivo, antipatriottico, o di pure cazzate (ed io penso invece che si trattasse di tutto questo), avrebbe avuto comunque il dovere di chiamare immediatamente l’Fbi”.

Continuano le confidenze di Bannon: se proprio una riunione del genere avesse dovuto essere fatta, avrebbe dovuto svolgersi “in un Holiday Inn a Manchester nel New Hampshire, con uno stuolo di avvocati che si dovevano incontrare loro con quella gente”. Ed ogni informazione avrebbe dovuto essere “passata a Breitbart o qualcosa del genere, o in alternativa a qualche altra pubblicazione più autorevole”. Il fatto è che “è questo lo spessore cerebrale della gente che c’era”.

All’errore di fare quell’incontro se ne sono aggiunti altri, come la decisione di Trump di silurare i capo dell’Fbi James Comey o di immaginare che l’indagine affidata al magistrato indipendente Robert Mueller si sarebbe risolta rapidamente in qualcosa di innocuo. Al contrario, prevede Bannon: la cosa continuerà ad ingigantirsi, e si concentrerà su un elemento ben preciso, il riciclaggio di denaro sporco. La gente che Mueller si è presa come collaboratore, spiega ancora, è esperta in materia. Ed oggi “la strada per fottersi Trump passa attraverso Paul Manafort, Jared Kushner e Donald Jr. Chiaro come l’acqua”.

La risposta di Trump non si è fatta attendere. Il presidente americano ha definito Steve Bannon, licenziato lo scorso agosto, un uomo che “Ha perso la ragione”.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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