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'Trump Trade', così Donald vuole scardinare il commercio globale

Roma – Nel suo programma per i primi 100 giorni alla Casa Bianca, il presidente eletto Donald Trump ha avviato il ‘Trump Trade‘, cancellando dalla sua agenda il TPP (Trans-Pacific Partnership), l’accordo di libero scambio tra gli Usa e 11 Paesi che si affacciano sul Pacifico. E’ il primo passo verso il programma ‘America First‘, che prevede lo smantellamento dei trattati di libero scambio stipulati dall’amministrazione Obama, il TTP, il TTIP con l’Europa, che ormai neanche l’Unione europea vuole più, e il NAFTA, il trattato di libero scambio con il Canada e il Messico, stipulato nel 1993.

Al loro posto arriverà il ‘Trump Trade‘, concetto ancora piuttosto nebuloso nei contenuti ma di grande efficacia politica, fondato su un’idea molto semplice, l’America First, l’America al primo posto, più volte declamata da Trump in campagna elettorale: uno slogan che nei fatti si dovrà tradurre in una politica economica più nazionalista e protezionista, e in nuove relazioni internazionali basate su maggiori tariffe doganali verso la Cina e il ritiro dai trattati di libero scambio, accusati da Trump di aver “svenduto l’America”.

 

“La mia agenda sarà fondata su un semplice principio di base – ha spiegato Trump nel video-messaggio di due minuti sui suoi primi 100 giorni – mettere l’America al primo posto. Sia che si tratti di produrre acciaio, costruire auto o curare malattie, voglio che la prossima generazione di produzione e innovazione avvenga proprio qui, nella nostra grande patria: l’America che crea ricchezza e lavoro per i lavoratori americani. 

Cos’è il TPP e perché non piace a Trump

Il TPP si propone di creare una sorta di mercato unico tra gli Stati Uniti e altri 11 Paesi, per lo più asiatici che si affacciano sul Pacifico: Giappone, Malesia, Vietnam, Singapore, Brunei, Australia, Nuova Zelanda, Canada, Messico, Cile e Perù. Il patto, che non è stato ancora ratificato, copre il 40% dell’economia mondiale e si propone di rafforzare i legami economici tra i Paesi firmatari, tagliando le tariffe e approfondendo i legami economici; inoltre mira a unificare la regolamentazione e a semplificare le norme e le leggi sul copyright così da far avere ai Paesi membri un sistema più o meno unificato. Per alcuni prodotti le tasse verrebbero tagliate, per alcuni “prodotti sensibili” invece verrebbero eliminate nel corso del tempo.

Nel complesso, il TPP interessa più di 18.000 tariffe. Il TPP è notoriamente osteggiato dalla Cina, la seconda economia più grande del mondo, che è assente dalla lista dei paesi firmatari, mentre cerca di colmare le aree tralasciate dalla WTO, liberalizzando il commercio tra più paesi. Il presidente uscente Barack Obama ha trattato il TPP come una priorità della sua presidenza, ma i suoi oppositori, Trump in testa, lo considerano un accordo segreto per favorire le grandi imprese e gli altri paesi a scapito dei posti di lavoro e della sovranità nazionale. Trump ha più volte detto che intende ritirare gli Stati Uniti dall’accordo fin dal primo giorno del suo mandato, perche il patto lede la supremazia degli USA e il mercato del lavoro interno, cioè favorisce il trasferimento fuori dagli Stati Uniti della produzione e dell’offerta di lavoro, della grandi industrie Usa, a discapito della creazione di posti d lavoro in America e delle condizioni della classe operaia americana. 

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Che cos’è il Nafta

Il Nafta, ossia l’accordo nordamericano per il libero scambio, è un trattato commerciale firmato il 17 dicembre 1992 da Stati Uniti, Canada e Messico. Esso è poi entrato il vigore il primo gennaio successivo. L’accordo è stato firmato dall’allora presidente Usa Clinton ed è un trattato di natura commerciale che ha avuto come scopo principale l’eliminazione di tutte le barriere esistenti tra Messico, Stati Uniti e Canada. Già da questo si può capire perché Trump lo odi tanto. Più che un trattato, il Nafta si configura come un accordo volto a facilitare la libera circolazione di beni, merci e servizi tra i tre paesi firmatari. Il suo scopo e’ inoltre garantire libero scambio e leale concorrenza nell’area citata, in modo da incrementare le opportunità di investimento di USA, Messico e Canada.

 

Questo significa che con il Nafta l’immigrazione dal Messico è stata facilitata e le compagnie Usa hanno spesso avuto la possibilità e la convenienza di trasferirsi in Messico, dove le regole sono meno rigide e il costo del lavoro più basso. Per Trump il Nafta è qualcosa di estremamente pericoloso dato che tra i primi obiettivi del neo-presidente c’è la costruzione di un muro al confine con il Messico da far pagare interamente a quest’ultimo, per impedire l’immigrazione clandestina. Sin dal primo momento in cui il Nafta è entrato in vigore sono sorte numerose controversie. Diverse categorie di persone e lavoratori si sono scagliati contro l’accordo soprattutto nel timore che il libero scambio e la libera circolazione avrebbero potuto determinare un massiccio trasferimento della forza lavoro in Messico. Altre critiche al Nafta si sono abbattute in merito all’abbassamento dei dazi doganali, alla diminuzione dei salari, all’idea del trasferimento della ricchezza dalle zone povere del Messico al Canada e agli Stati Uniti. Tra il 1997 e il 2013 gli USA hanno perso circa 800.000 posti di lavoro che sono confluiti in Messico. Contemporaneamente, però, la Camera di Commercio USA ha sottolineato come 6 milioni di posti di lavoro americani dipendano dal rapporto con il Messico

Il Trump Trade e la Trumpeconomics

Il Trump Trade sono le politiche commerciali che il presidente eletto introdurrà al posto dell’attuale politica improntata al libero scambio. Oltre allo smantellamento dei trattati già sottoscritti, in campagna elettorale, Trump ha dichiarato di voler applicare una tariffa del 45% alle merci provenienti dalla Cina, alzando una barriera nei confronti dei prodotti cinesi e, contemporaneamente, precludendo ai prodotti americani un facile sbocco in Cina. Trump in compenso favorirà lo sbocco dell’industria Usa sul mercato interno, ma costringerà i consumatori Usa ad acquistare i prodotti a prezzi più alti di prima, non essendoci più il made in China a prezzi stracciati.

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Inoltre, e qui entriamo sul terreno della Trumpeconomics, il presidente eletto favorirà l’aumento del deficit e dell’indebitamento Usa per consentire l’espansione degli investimenti pubblici in infrastrutture, promesso in campagna elettorale e, per contrastare un’eccessiva svalutazione del dollaro, rialzerà i tassi statunitensi. Molti si chiedono se Trump sarà effettivamente in grado di smantellare la politica commerciale Usa basata sul libero scambio. In realtà i poteri del presidente Usa sono molto ampi in materia di tariffe doganali e di indirizzo della politica commerciale.

Tuttavia per quanto riguarda il Nafta, che è gia’ stato ratificato, il presidente può ritirare gli Usa, ma deve dare a Messico e Canada un preallarme di sei mesi e poi deve consultarsi col Congresso, il quale, per quanto a maggioranza repubblicana, potrebbe non essere del tutto d’accordo sulle future scelte protezionistiche di Trump. In conclusione: Trump ha il potere di rialzare le tariffe e ritirare gli Usa dai trattati, ma si tratta di poteri limitati e da condividere col Congresso.

Per approfondire

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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