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Turchia, Erdogan e l’utilità di un golpe fallito

di Enrico Verga – 18 luglio 2016 –

“Le nostre moschee sono le nostre caserme, le nostre cupole i nostri elmetti, i minareti le nostre baionette e i fedeli i nostri soldati”. Lodevole poesia letta oltre un decennio fa dall’attuale presidente turco Erdogan. In una allora (parliamo del 2000 circa) Turchia molto laica (di certo più laica di oggi) si affacciava un politico rampante. Figlio di un guardiacoste della penisola turca, aveva studiato in istituti islamici e si era distinto per la sua abilità manageriale. Quando divenne sindaco di Istanbul molti credevano che avrebbe radicalizzato la città, nulla accadde. Tuttavia il sogno di Erdogan era prossimo a venire. Divenuto la guida della Turchia, la sua passione per l’Islam si è estesa e radicata in tutta la secolare nazione. La terra dei generali è stata rapidamente permeata di fervor religioso.

Se tale passione religiosa si percepisce meno nella occidentale Istanbul (dove anche gli islamici bevono alcool senza problemi) le cose cambiano un poco nella penisola. Chi ha aiutato questo rampante politico a raccogliere consensi e supporti (leggasi fondi ergo soldi) per la sua ascesa politico-religiosa? L’amicone Gülen fu di grande supporto con la sua visione di Islam moderato. Molti tra i suoi seguaci ebbero modo nel tempo di radicarsi nelle istituzioni e perseguire una “via di mezzo “ tra secolarismo e islamismo. Dopo il 2009 le cose cambiano e il movimento Gülen comincia a avere dei forti dissapori con il partito di Erdogan. Nella sua ascesa, inoltre, Erdogan non fa segreto di voler islamizzare la nazione e la dottrina dei 4 oceani di Davutoglu ben illustra l’ambizione turca di ricreare il nuovo regno ottomano. Una crescita a volte contestata come la tentata espansione nell’area centro asiatica (difficoltosa) il supporto a nazioni islamiche che poco c’entrano con l’impero ottomano come la Somalia. In termini geopolitici l’ultima mossa (discutibile) è stato mettere naso negli interessi russi in Siria. Un atteggiamento ambiguo nei confronti del neo nato stato islamico (così ambiguo che differenti think tank ritengono che Erdogan supporti supporti l’Isis).

Da un punto di vista di crescita economica la Turchia mira a metter le mani sulla finanza islamica, una torta su cui molti mirano. In tutta questa crescita islamica (non solo per scelta squisitamente spirituale, come la menzione alla finanza islamica suggerisce) Erdogan ha trovato modi creativi per eradicare i suoi oppositori, e non ultimo fiaccare l’esercito, da sempre secolare e laico. Tuttavia negli utlimi mesi le sue “pulizie etniche” (in questo caso mi riferisco alla razza di persone che non la pensa come lui) avevano sempre più spesso sollevato timori nel civilizzato occidente: in termini di pubbliche relazioni chiudere dei giornali, e dare contro ai magistrati (nel mondo occidentale) è visto come un atto di tirannia.

Giungiamo ai fatti di un paio di giorni fa. Poco meno di 2000 soldati si inventano un colpo di Stato. Considerando i numeri dell’esercito turco (tra effettivi e riservisti circa 600.000 unità) potremmo dire 4 scappati di casa. Bloccano il ponte sul Bosforo (l’immagine di soldati su un ponte che bloccano la strada con due camioncini ha fatto il giro del mondo) e vanno a conquistare il potere. Ankara fa circa 4 milioni di persone, Istanbul 14 milioni. Fate voi i conti.

Il golpe fallisce, anche perché la polizia (potenziata negli anni da Erdogan e a lui fedele) reagisce. Gli stessi clerici religiosi, iman, si schierano con Erdogan (che caso) e insieme a Erdogan (che intanto non si capisce dove stia ma sa usare benissimo facetime) chiedono alla folla di difendere la democrazia (sic). Il golpe è finito, andate in pace. Erdogan dichiara che Gülen (in America da una vita) è il mandante del golpe, poi dice che farà pulizia. Già 6000 gli arrestati, tra cui giudici, avvocati, giornalisti: tutti quelli che non sono della razza di Erdogan. Il colpo di Stato è stato un successo (pardon volevo dire un fallimento). Ma questo colpo di Stato chi lo ha voluto? Curioso notare che dal Financial Times, alla Repubblica – e perfino i kebabbari di Roma – tutti bisbigliano che be’, forse sto casino lo ha ingegnato lo stesso Erdogan. Perché? Carl Schmitt diceva che per fortificare una nazione devi creare un nemico (qualcuno ricorda un tedesco coi baffi che si inventò un nemico interno alla sua nazione?) intorno al quale raccogliere le tue forze. Ringraziando un “colpo di stato” fallito, Erdogan ora è libero di far tutto quello che vuole.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/07/18/turchia-erdogan-e-lutilita-di-un-golpe-fallito/2914916/

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