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"Twittami il tuo primo abuso", in migliaia si raccontano alla blogger

Roma – Raccontare a centinaia di milioni di persone e in poche parole l’esperienza più intima e dolorosa che una donna possa vivere: l’abuso sessuale. E’ l’invito lanciato su Twitter da Kelly Oxford, giornalista e blogger del New York Times dopo la bufera per il video sessista di Donald Trump: “Donne, raccontatemi il vostro primo abuso sessuale. Inizio io…”, ha scritto la Oxford raccontando che aveva solo “12 anni quando su un autobus un signore anziano mi mise una mano tra le gambe sorridendo”. Da venerdì sera, migliaia di donne hanno raccolto l’appello e cinguettato il racconto di abusi, molestie e violenze, per lo più subiti da bambine e adolescenti. In poco tempo l’hashtag #NotOkay è diventato virale, con 27 milioni tra visualizzazioni, commenti e retweet, ben oltre il già largo bacino di 744mila follower della giornalista. 

Tweet riguardo #notokay

Il fenomeno più sorprendente, però, è quello delle migliaia di donne che hanno accettato di mettersi a nudo con il ricordo di piccoli e grandi drammi personali che spesso non erano stati condivisi neppure con i più stretti parenti e amici. Lo schermo del computer può fungere da corazza e “se si utilizza un nickname è molto più semplice uscire allo scoperto”, spiega all’Agi Chiara Saraceno, sociologa e docente di psicologia.

Ma la maggior parte delle donne che continuano a confessare a Kelly Oxford la loro esperienza ci mettono – letteralmente – la faccia (e il nome). Come Janelle Riley: “Avevo 11 anni. Un amico di famiglia mi fece stendere sul divano, si sdraiò su di me e non mi fece più alzare”. O come Laurenne McCubbin “avevo 10 anni e lui era il mio babysitter. Mi disse che mi avrebbe insegnato a prendermi cura dei ragazzi”. Emily Lidin, invece, ha rimosso quasi tutto: “Ricordo solo che un ragazzo molto più grande di me mi riaccompagnò a casa e una volta dentro tirò fuori il suo pene. Poi ho il vuoto. Avevo 11 anni”. Per la Saraceno trovarsi sotto gli occhi così tante esperienze simili alla propria aiuta a fare outing: “Ci si sente meno colpevoli, si ha la percezione che ‘se è successo a così tante donne, non sono io la deviante'” e si utilizza il social network per fare una vera e propria denuncia pubblica”.

“La differenza tra una segnalazione anonima, o privata che sia, e il web è proprio il fatto di essere riconoscibili. La comunanza dell’esperienza spinge le vittime di abuso sessuale a far sentire la propria voce, preoccupandosi meno del fatto che il vicino o l’amico possa venire a conoscenza di un evento così intimo e traumatico“.  Un’accettazione che in molti casi non arriva nemmeno tra le mura domestiche, come accadde a Erica Joy: “avevo 8 anni quando mio cugino mi spinse in un angolo della mia camera e iniziò a toccarmi le parti intime. Lo dissi a mia zia, mi diede della bugiarda”.

E c’è anche chi il coraggio di denunciare non lo ha mai trovato prima della confessione a Kelly Oxford: “Un amico di famiglia 40enne e ubriaco mi bloccò contro la porta a casa di mia nonna. Avevo 15 anni. Non l’ho mai detto a nessuno”, ha twittato Tomris Laffly, che ancora oggi riesce a “vedere il suo viso paonazzo e a sentire il suo alito puzzolente”.

La maggior parte delle donne che ha scelto di mantenere l’imbarazzante segreto ha subito violenze da bambine o adolescenti, da qui la tendenza a non denunciare lo stupratore. Secondo il nuovo dossier della campagna “Indifesa” di Terre des Hommes, presentato lunedì a Roma, negli ultimi cinque anni il numero di vittime minorenni di reati sessuali è passato dai 4.946 del 2011 ai 5.080 del 2015 (+3%), con le bambine che rappresentano l’81% dei casi. L’ultimo rapporto di Telefono Azzurro realtivo al 2015, registra il 5% in più rispetto all’anno precedente di richieste di aiuto di bambini e adolescenti. “La maggior parte degli abusi sessuali segnalati vengono messi in atto da persone conosciute (oltre il 76% dei casi), per lo più appartenenti al nucleo familiare. I dati confermano, inoltre, il “primato” femminile delle vittime di abusi (65%) e l’alta percentuale dei minori di 11 anni (oltre il 40%)”. (AGI)

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