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“Uber non è sicura per i passeggeri. Per questo va fermata”

Può, non può. Uber continua a sfogliare la margherita normativa. Il blocco, questa volta, è arrivato dal Transport for London: l’organismo che gestisce il trasporto pubblico londinese non rinnoverà la licenza che autorizza Uber a viaggiare per le strade della capitale britannica.

Il ritiro della licenza

Non è la prima volta che l’app rischia di essere fermata. Ma lo stop, in questo caso, è di natura diversa: Uber potrebbe fermarsi non perché contraria alla legge ma perché “inadatta” a detenere una licenza pubblica. Tradotto: anche se la società obbedisce alle norme, non garantisce sicurezza, trasparenza e reputazione sufficienti. Quindi niente rinnovo e scadenza fissata il 30 settembre. Il servizio, però, non cesserà il primo ottobre: Uber ha già annunciato che farà ricorso. Potrà quindi continuare a operare fino alla fine dell’iter legale.

Lo scorso maggio, il Transport for London aveva preso tempo, concedendo a Uber una licenza transitoria di quattro mesi in attesa della decisione. Che adesso arriva con un “no” dai toni netti.

Le parole del Transport for London sono molto chiare. Le regole, si legge in una nota, “sono costruite per assicurare la sicurezza dei passeggeri, sia per i taxi che per le auto a noleggio”. Alla luce di questa premessa, il TfL “conclude che Uber non è adatto a detenere la licenza” perché ha “dimostrato mancanze” su temi che hanno “potenziali implicazioni per la sicurezza pubblica”.

Perché il Transport for London ha detto no

Prima di tutto, le autorità non sono soddisfatte “dall’approccio di Uber alla denuncia di gravi reati”. Il riferimento sarebbe ad alcune aggressioni non riportate. Ma, facendo cenno alla “responsabilità sociale dell’impresa”, c’è in ballo anche la questione degli abusi sessuali, svelata in un post da una ex ingegnere della società, Susan Fowler. Da allora (febbraio 2017) è partita la tempesta perfetta. Uber ha dovuto ammettere il problema e allontanare diversi manager accusati di molestie (o di averle coperte). Travis Kalanick, fondatore e capo indiscusso della società, ha abbandonato il ruolo di ceo.

Lo scandalo sessuale ha messo nuova legna a un fuoco già vivo: i black cub, i taxi londinesi, hanno da sempre avversato Uber con tutto il loro peso politico. Gli autisti della compagnia (soprattutto in Gran Bretagna, ma non solo) hanno iniziato a spingere per avere condizioni di lavoro migliori, chiedendo lo status di dipendenti, con ferie pagate e compenso minimo. Dieci parlamentari inglesi hanno chiesto il bando del servizio, sottolineando il nodo di una società operativa in tutta Europa che paga tasse ridotte grazie alla sede fiscale in Olanda.

L’uso del software Grayball

Tom Elvidge, General Manager di Uber a Londra, accusa il TdL di aver “assecondato un ridotto numero di persone che vogliono limitare le scelte dei cittadini”. E afferma che “gli autisti che utilizzano Uber operano con una licenza emessa dal TfL e sono sottoposti agli stessi scrupolosi controlli dei conducenti di black cab, tracciando e registrando ciascuna corsa con sistemi gps”.

Tra le condotte che renderebbero Uber “inadatta” a una licenza, il Transport for London indica “l’uso di Greyball”. Si tratta di un software che sarebbe stato utilizzato per impedire alle autorità l’accesso ai dati reali dell’app e proteggersi da eventuali interventi normativi. Elemento non secondario per una società che si muove sul filo delle regole. Elvidge ha risposto sostenendo che “un’indagine indipendente ha dimostrato che Greyball non è mai stato utilizzato o considerato come un’opzione nel Regno Unito”. Anche se il software è stato attivato altrove.

Sadiq Khan contro Uber

Per evitare fraintendimento, è bene ricordare che la decisione di Transport for London non riguarda UberPop: l’applicazione che consentiva a chiunque di trasformarsi in tassista con la propria vettura è già vietata da tempo. Uber opera a Londra con il suo servizio originario, quello delle auto a noleggio con autisti professionisti e prenotabili via app. Il TfL non sostiene che il servizio sia illegale (lo ha già dichiarato legittimo nel 2014) ma, appunto, “inadatto”.

Un giudizio “totalmente condiviso” dal sindaco di Londra, Sadiq Khan. “Voglio che la città sia la frontiera delle nuove tecnologie e la casa di compagnie entusiasmanti”, ha scritto in una nota. “Ma tutte le società che operano a Londra devono rispettare le regole”. “I servizi innovativi – continua – non possono andare a scapito della sicurezza dei cittadini”. Uber si prepara quindi all’ennesima battaglia legale. Questa volta c’è in ballo il maggiore mercato britannico, animato da 40 mila autisti e 3,5 milioni di utenti.   

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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