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Un burqa di caramelle per far dialogare Oriente e Occidente

Il burqa, l’abito – indossato dalle donne nelle aree più integraliste del mondo islamico – che lascia scoperta solo una fessura per gli occhi, non manca di suscitare controversie quando viene indossato nelle nostre metropoli. Eppure per molte donne rappresenta la normalità. Ironizzare su questi presunti “scontri di civiltà” è lo scopo della fotografa afgano-americana Behnaz Babazadeh, che ha allestito una mostra, “Burkaphilia”, dove a essere esposti sono burqa fatti di caramelle. 

Il velo integrale diventa fetish

La mostra di Behnaz –  si legge sul sito della Cnn – ha lo scopo di “sfidare gli stereotipi culturali”. I “burqa commestibili” sono realizzati non con la stoffa ma con liquirizia, zucchero filato e persino orsetti gommosi. Il “burqa commestibile”, prosegue la Cnn, “gioca sulle paure delle persone, dall’estraneità alla correttezza politica”. L’artista ha elaborato l’idea, alla quale ha dedicato anche un cortometraggio, grazie a una serie di conversazioni con sua nonna “attraverso le quali arrivò a capire come l’illegalità di ogni forma di intimità prematrimoniale nella sua cultura lasciava donne e uomini senza idea di come comportarsi nella loro prima notte di nozze”. La risposta creativa di Behnaz è stata approfondire il concetto del burqa come feticcio. Il desiderio di creare un burqa commestibile, ha spiegato, “è scaturito dalla personale necessità di creare un dialogo tra Oriente e Occidente, oltre a quello che si stava instaurando nella mia testa”.

La storia di Behnaz

Behanaz arrivò negli Stati Uniti da bambina e all’inizio ebbe molti problemi a confrontarsi con una società così diversa. A scuola, ad esempio, voleva indossare il burqa, anche se i genitori le avevano detto che non era necessario. Per lei l’abito non aveva nessun significato politico e non lo considerava un simbolo di oppressione. Anzi, era abituata ad avere un tessuto che le sfiorava il viso e le copriva i capelli. Ma quando indossava il burqa, i suoi compagni di scuola la guardavano con sospetto, la polizia la fermava e gli altri bambini la schernivano. Dopo l’11 settembre gli sguardi impauriti degli americani la facevano sentire ulteriormente discriminata. Il suo lavoro artistico, Burkaphilia, è nato unendo la passione per la fotografia al desiderio di emancipare le musulmane dai pregiudizi. 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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