TwitterFacebookGoogle+

Un confronto tra credenti e no sulla violenza in nome di Dio

Nei giorni scorsi si sono svolti a Treviso due importanti convegni. Il primo, organizzato dall’Ufficio delle Nazioni Unite per la prevenzione dei genocidi, verteva sul ruolo dei leader religiosi nella prevenzione della violenza. Il secondo, a cura del comitato interministeriale per i diritti umani, aveva come titolo Libertà di coscienza, di pensiero e di religione: quali limiti al progresso sociale, economico e culturale? C’eravamo anche noi. È stata l’occasione per presentare a un parterre internazionale i disastri italiani, che tutti ben conoscete. Ma non solo, ovviamente.

Non era la prima volta che ci trovavamo in un contesto multireligioso internazionale. Ma non è certo un evento frequente: e a giudicare dalle reazioni, ben pochi partecipanti erano abituati ad avere a che fare anche con persone dichiaratamente non credenti. Capitava per di più in un contesto che, indirettamente, invitava a soffermarsi su un possibile ruolo negativo svolto dalla propria fede. I leader delle comunità religiose (soprattutto quelli mediorientali, presenti numerosi) non possono certo far finta che nei loro paesi tutto funzioni a meraviglia. Va riconosciuto che, salvo qualche rara eccezione, non si sono nascosti dietro un dito: anche se non è facile per nessuno ammettere che chi commette violenza è qualcuno a cui si è ideologicamente molto vicini.

Più difficile, molto più difficile rinunciare a ogni tutela penale del sacro. Abbiamo ribadito come non ce ne sia bisogno: se non c’è un danno quantificabile (e allora bastano e avanzano le leggi già esistenti in materia, per esempio sulla diffamazione) è impossibile sanzionare allo stesso modo per tutti ogni offesa che si ritiene di aver subito. La libertà di espressione è un diritto, se possibile, ancora più fondamentale di altri, perché non possono esistere né democrazia, né laicità, né libertà di coscienza laddove si impedisce l’espressione del dissenso. Non abbiamo chiesto un’uguaglianza al rialzo, accordando anche ai non credenti la sanzione giuridica di ogni offesa nei loro confronti (e dio solo sa quanto sono frequenti). L’abbiamo chiesta al ribasso, con l’abrogazione di ogni legge sulla blasfemia. Come peraltro auspicano tante autorevoli istituzioni internazionali. Rimanendo, purtroppo, generalmente inascoltate dai governi. Compreso quello italiano.

Non diversamente è andata a noi. O meglio: la nostra stessa presenza ha quantomeno costretto gli altri partecipanti a soffermarsi sul fatto che gli atei, gli agnostici e i non religiosi, nel mondo, sono tanti e in aumento. E, quasi tutti, nei loro discorsi, hanno poi ricordato anche il diritto di non credere. La nostra sola visibilità crea dunque condizioni diverse e più inclusive. Quale migliore conferma della necessità di un impegno diretto?

Raffaele Carcano

Articolo pubblicato sul blog di MicroMega il 23 settembre 2015.

 

Questo sito non rappresenta una testata giornalistica; viene aggiornato saltuariamente e non può quindi considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge 62 del 07/03/2001. Inoltre viene utilizzato materiale tratto da siti/blog che possono essere ritenuti di dominio pubblico. Se per qualsiasi motivo gli autori del suddetto materiale, o persone citate nello stesso non gradissero, è sufficiente una email all'indirizzo apocalisselaica[@]gmail.com e provvederemo immediatamente alla rimozione.