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Un cristiano attratto dal demonio, l’anima straziata di Chateaubriand

Articolo di Pietro Citati (Corriere 30.7.16)

“”La vita di François-René de Chateaubriand cominciò tra i boschi della Bretagna, dove era nato il 4 settembre 1768. «Non è possibile ricordare senza rimpianto – scrisse nel Genio del cristianesimo (Einaudi, a cura di Mario Richter),la bellezza degli antichi giorni: quando, per i fedeli che venivano a meditarvi i misteri, né i boschi, né le grotte avevano sufficiente mistero». Il mistero era l’essenza e il fondale del cristianesimo: Chateaubriand amava i pensieri ispirati, i venerabili rumori, le magiche voci, il sacro orrore delle foreste. Quando varcò l’Atlantico, giungendo nell’America settentrionale, Chateaubriand vi trovò altri altissimi boschi, pieni di animali: innumerevoli stormi di oche, nubi di alzavole e di anitre: le gru della Florida, i caribù, gli alci, gli orsi bianchi di Terranova; gli scoiattoli nel fondo del fogliame, i tordi pellegrini, le colombe della Virginia, i verdi pappagalli dalla cresta gialla, i picchi purpurei, i colibrì, i cardinali di fuoco. Tutto era movimento e rumore: colpi di becco sul tronco delle querce o sulle nocciole, deboli gemiti, sordi muggiti, dolce tubare.
Una sera Chateaubriand si perse in un bosco, non lontano dalle cascate del Niagara. Udiva, a intervalli, i sordi fragori delle cascate, che si prolungavano nella calma notturna. Aveva la gioia di sprofondare in un oceano di foreste, planando sulle voragini, e meditando sulle rive dei laghi e dei fiumi. Si addentrò nei boschi antichi come il mondo. Che profondo silenzio in quei recessi, quando il vento posava! Che ignote voci, quando si sollevavano i venti! La musica era straniera sotto i tetti degli uomini: preferiva gli alberi, loro antica patria. La voce si innalzava verso il firmamento, fra i concerti della Natura, che proclamava di continuo le lodi del Creatore.
Nulla era più religioso dei cantici che le querce e le canne intonavano insieme ai venti. Le foreste erano state i primi templi della Divinità: gli uomini avevano tratto dagli alberi la prima idea dell’architettura. Lì, tra i boschi, nel deserto o sotto le capanne dei selvaggi, Chateaubriand scrisse Atala e René (pubblicati in un stesso volume da Garzanti),libri che esercitarono un immenso fascino su tutti i lettori d’Europa.
Innumerevoli insetti, enormi pipistrelli lo accecavano: da ogni parte giungeva il rumore dei serpenti a sonagli; e i lupi, gli orsi, i tassi, i tigrotti venivano a nascondersi nei rifugi degli uomini. A un tratto, il fulmine appiccò il fuoco ai boschi: l’incendio si estese come una capigliatura in fiamme, colma di scintille di fumo, assediando le nuvole che vomitavano fulmini. «Il Grande spirito» – come dicevano gli indiani d’America – copriva le montagne con spesse tenebre. La luna si levava a metà della notte, come una bianca vestale che andava a piangere sulla tomba dell’uomo amato, spargendo tra gli alberi il sussurro segreto della malinconia.
Quando arrivò in America nel luglio 1791, Chateaubriand si portò dietro tutte le fantasie e le chimere della giovinezza. Vi portò specialmente i libri di Jean-Jacques Rousseau, Il discorso sull’ineguaglianza, l’ Emilio, La nuova Eloisa; e i grandi miti di Rousseau, l’«uomo di natura» e il «selvaggio». Chateaubriand era insieme innocente e colpevole: innocente per il desiderio di identificarsi con l’uomo della natura, colpevole perché portava in ogni parte del corpo le stigmate dell’uomo civilizzato. Se abbracciava l’identità indiana, non si spogliava della propria identità europea.
Era diviso, ferito, straziato. Diceva: «Libertà primitiva, finalmente ti scopro!». Il suo occhio abbracciava tutte le cose: le minime apparizioni, i fiori dell’ibisco, le tartarughe di fiume, l’invisibile vita molecolare dell’immensa Natura. Nel profondo dell’anima era deluso. Sentiva che la terra selvaggia e gli uomini selvaggi non lo appagavano più dei Paesi civili.
Con la sua immaginazione furibonda e retorica, Chateaubriand frugava in se stesso e nei libri. Esaltava Dio: sopratutto il Dio absconditus, il Dio di tenebre. Con una mano cacciava via dal suo volto la vita, esaltando le tombe. In primo luogo quelle della chiesa di Saint-Denis, il simbolo della monarchia francese. Ora Saint-Denis era deserta: gli uccelli vi facevano il nido, l’erba cresceva sui suoi altari spezzati, un cantico funereo risuonava sotto le cupole. La chiesa parlava con la voce della tomba. Queste parole non avevano nulla di limitato, perché coincidevano con la furia di infinito che divorava l’intero essere di Chateaubriand, e venne ammirata e imitata da tutti gli scrittori del XIX secolo.
Quando si chinava sui sentimenti, spesso Chateaubriand vedeva soltanto l’amore passionale, che aveva tutto in se stesso: la sostanza, l’illusione e la follia, e prendeva innumerevoli forme. Queste forme d’amore erano, in lui, la trasformazione e la reincarnazione di una potentissima forza incestuosa, che lo attrasse, per tutta la vita, verso la figura della sorella.
Soffriva, immaginava di soffrire moltissimo: eppure qualsiasi dolore lasciava intatto il nucleo vasto e indeterminato della sua anima. Egli era vuoto, e diffondeva intorno a sé nulla di definito e preciso, ma soltanto un vuoto infinito. Ancora Chateaubriand era attratto da Satana, «questo serpente incomprensibile». Satana è supremamente misterioso, segreto e sorprendente. I suoi movimenti sono diversi da quelli di qualsiasi altro animale: non possiede né pinne, né piedi, né ali, e tuttavia fugge come l’ombra: si dilegua magicamente, riappare e ancora scompare, simile a una nuvoletta azzurra, o ai bagliori di una spada. Ora assume la forma di un cerchio e saetta una lingua di fuoco: ora striscia, in modo da risvegliare in noi inquietudine e terrore. Sta sopito per mesi: frequenta le tombe, abita luoghi ignoti, elabora veli, macchia il corpo delle vittime con i suoi stessi colori; erge una testa minacciosa, o fa udire un sonaglio, o fischia come un’aquila alpestre. Il serpente della Genesi, assai più di Jahvè e di Cristo, era la figura che incatenava sovranamente l’immaginazione di Chateaubriand.
Tutte queste parole, pensieri, immagini, sogni, allucinazioni formavano il suo cristianesimo: senza Cristo e con pochi Vangeli. Esso era, in primo luogo, una forma suprema di sublime. Senza l’esistenza del sublime, Chateaubriand non avrebbe potuto vivere, anche se esso non scaldava il suo cuore né illuminava la sua mente. Nei Vangeli, Gesù sorrideva con infinita grazia: mentre Chateaubriand si impediva di ridere, e se pensava a Voltaire aboliva dalle sue pagine – ciò che è quasi inconcepibile – la grazia sovrana e luminosa del riso. Alla fine Chateaubriand esaltava il cristianesimo: col cuore pieno di persuasione e di indifferenza, lo esaltava, perché senza la forza di esaltazione non avrebbe potuto abitare questa terra.
La più grande testimonianza della forza esaltatrice di Chateaubriand è il Genio del cristianesimo, pubblicato a Parigi nell’aprile 1802. Tutto sembra chiarissimo. «Cercherò di dimostrare che di tutte le religioni esistite, la religione cristiana è la più poetica, la più umana, la più favorevole alla libertà, alle arti e alla letteratura; il mondo moderno le deve tutto, dall’agricoltura alle scienze astratte. Bisogna dimostrare che non c’è nulla di più divino della morale cristiana, nulla di più piacevole e maestoso dei suoi dogmi, della sua dottrina e del suo culto; la religione cristiana favorisce il genio, affina il gusto, sviluppa le passioni virtuose, conferisce vigore al pensiero».
Chateaubriand parlava di religione: perché, diceva, questa era la vera novità del secolo che stava iniziando, rispetto all’ironico, empio e chiassoso XVIII secolo. Ma il Genio del cristianesimo era essenzialmente un libro politico, e l’eroe che lo ispirava non era né un poeta né un mistico, ma un personaggio empio e geniale: Napoleone Bonaparte. Come Napoleone, Chateaubriand voleva riconciliare una religione millenaria con la moderna società illuministica, e con il potere del primo console.
Il 14 aprile 1802 il Genio del cristianesimo apparve in libreria. Era un venerdì santo. Il giorno dopo un solenne Te Deum celebrò l’entrata in vigore del Concordato tra la Santa Sede e lo Stato francese. Un’intera generazione di cattolici aveva trovato il proprio breviario. Napoleone aveva conosciuto, almeno per qualche tempo, un complice.””

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