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Un mondo senza HIV è possibile. A partire dai bambini

Nel 2016, nel mondo si contavano circa 1.4 milioni di donne gravide sieropositive, con un’incidenza nella popolazione anche superiore al 20% nelle regioni del più colpite, come l’Africa sub-Sahariana.In circa un terzo dei casi, HIV infetterà anche il neonato, attraverso l’abbondante contatto con il sangue materno infetto durante il parto. Un’eredità pesante quella dei bambini che nascono con HIV, dato che la loro aspettativa di vita in assenza di terapia antiretrovirale varia da 6 mesi a 3 anni.

Prevenire la trasmissione perinatale è possibile grazie alla terapia antiretrovirale (ART): la somministrazione dei farmaci alla madre prima del parto riduce la carica virale e un breve trattamento del neonato assicura la completa sterilizzazione, impedendo l’infezione del bambino. Grazie a questo approccio nei paesi occidentali la trasmissione verticale di HIV è praticamente azzerata e si sta riducendo drasticamente anche nei paesi più poveri.Tuttavia, ancora oggi (dati del 2016) oltre 160.000 bambini nascono sieropositivi nel mondo.

Nel 2005 in Sud Africa, uno dei Paesi più colpiti dall’epidemia, è iniziato uno studio (denominato CHER) su oltre 300 bambini sieropositivi di età compresa tra le 6 e le 12 settimane, avente lo scopo di determinare l’efficacia del trattamento precoce con ART nel controllo dell’infezione. I bambini erano trattati per un periodo di 40 settimane con i farmaci. Nel 2007, i primi dati dimostravano che questo approccio riduceva la mortalità infantile del 75%. I bambini non erano guariti: il virus era ancora presente, ma a livelli molto bassi e la terapia lo controllava bene. La sospensione della terapia, però, portava in tempi successivi alla ricomparsa dell’infezione.

In occasione del Congresso della Società Internazionale per la lotta all’AIDS (IAS) che si tiene in questi giorno a Parigi, è stato presentato il caso unico di una bambina partecipante allo studio CHER, trattata con ART dall’età di 9 settimane e per 40 settimane, nel 2007. A seguito della scomparsa del virus dal suo sangue, la terapia è stata interrotta e la bambina è stata seguita negli anni successivi. La notizia straordinaria è che oggi, cioè nove anni dopo la sospensione dei farmaci, il virus non è ricomparso. Analisi molecolari molto sofisticate hanno trovato HIV “dormiente” nelle cellule del sue sistema immunitario a livelli estremamente bassi, così come ci sono segni di una risposta immunitaria persistente contro il virus, ma nessuna replicazione virale. Tecnicamente la bambina non è guarita, nel senso che il suo organismo non è stato “sterilizzato” dal virus, ma ciononostante si è dimostrata in grado di bloccare la replicazione virale autonomamente (cioè senza farmaci) per tutti questi anni.

Nel 2013 c’era stato il caso della “Mississippi baby”, una neonata trattata nel 2010 con ART dopo 30 ore dalla nascita per 18 mesi e che si era dimostrata libera da virus fino all’età di 4 anni, momento in cui il virus era, purtroppo, ricomparso. Quello di Parigi è il primo esempio di un neonato trattato precocemente con ART che è poi stato in grado di controllare l’infezione per così tanto tempo.

Purtroppo, ad oggi, è anche l’unico esempio nell’intera coorte dei bambini seguiti dallo studio CHER.Questo fa pensare che altri fattori, oltre all’inizio precoce della terapia, abbiano contribuito a questo successo. E’ noto da tempo che esistono particolari varianti dei geni del sistema immunitario (in particolare nel sistema HLA, che presenta gli antigeni virali alle cellule del sistema immunitario), in grado di combattere efficacemente HIV. I fortunati individui che posseggono questi geni sono detti “elitecontrollers” e sono in grado di tenere a bada il virus senza bisogno di farmaci.

Ma sono pochi (circa il 2% della popolazione colpita dal virus) e i meccanismi molecolari alla base di questa loro capacità non sono ancora chiari. La bambina sudafricana non presenta, apparentemente, alcuna delle varianti genetiche finora note associate al controllo spontaneo di HIV, per cui senza dubbio l’inizio precoce della terapia ha giocato un ruolo fondamentale. Uno studio clinico iniziato nel 2014 (IMPAACT), sta valutando l’efficacia di estendere il trattamento precoce alle prime 48 ore di vita, cioè entro i primi due giorni dall’infezione dei neonati.

Purtroppo questo approccio non è applicabile, di fatto, alla popolazione adulta, in quanto l’infezione avviene spesso in modo asintomatico e il paziente si scopre sieropositivo mesi o anni dopo aver contratto il virus. Tuttavia, studiando a fondo il sistema immunitario di bambini come quello identificato dallo studio sudafricano, i ricercatori sperano di capire quali fattori consentano di controllare il virus per un tempo così lungo. I risultati di questi studi potranno essere applicati allo sviluppo di terapie immunostimolanti, come i vaccini terapeutici, da utilizzare anche per i pazienti adulti.

Fonte:

A Violari et al. Viral and host characteristics of a child with perinatal HIV-1 following a prolonged period after ART cessation in the CHER trial. 9th IAS Conference on HIV Science, Paris (2017).

 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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